Firenze, ho deciso di partire da qui: la mia città natale come nutrice di una nuova avventura.

Alla Strozzina mi accolgono i “Territori instabili”. Uno dei luoghi simbolo del Rinascimento si fa portatore di una mostra “instabile” nel tempo e nelle emozioni che trasmette allo spettatore. Il territorium è la terra, nella sua etimologia già mi coinvolge, già mi ha preso e mi appartiene, o meglio io appartengo “precariamente” a lei.
“Si apre così un rapporto tra territorio e identità che riporta alla condizione dell’esilio, una condizione di drammatica lontananza che permette uno sguardo diverso, da lontano, empaticamente coinvolto, ma allo stesso tempo esterno e più consapevole”, dice Franziska Nori ed è proprio quello che io ho provato una volta uscita dall’esposizione. Gli artisti pongono nelle loro opere come un’esortazione a riflettere sui nostri luoghi, siano questi fisici, mentali, emozionali o telematici e sui loro limiti e confini.

DeadSea e Barbed HulaSigalit Landau usa il suo corpo per far capire la sofferenza dei limiti e dei confini. L’artista si fa portavoce della realtà storico-politica del proprio paese e lo fa ripetendo i suoi gesti che “tornano nel tempo”, quasi un’ossessione a riportare alla memoria ciò che spesso viene dimenticato e che invece per sua natura tende a tornare. I protagonisti delle opere sono Israele, la guerra, le frontiere pericolose, e io tutto questo l’ho percepito.
In Barbed Hula l’artista è nuda e la sua carne è ripetutamente colpita dal filo spinato, l’angoscia aumenta quando si scopre che l’ultima scena dell’opera inquadra esclusivamente il mare. Un dubbio mi assale: “E lei?”.
Nella seconda opera, Sigalit Landau segue un vortice di angurie di cui alcune si aprono al colore rosso, perdono quindi la propria protezione. Sia l’artista che il frutto sono senza “buccia”, nudi senza difese nei confronti del mondo. L’opera indaga un preciso “territorio instabile” ma è facile sentire e percepire anche il proprio guardando la continua sofferenza nel corpo dell’artista. È facile sentirsi nudi anche noi.

Eloisa Reverie Vezzosi, Sigalit Landau, CCCStrozzina

Eloisa Reverie Vezzosi, Sigalit Landau, CCCStrozzina

Eloisa Reverie Vezzosi, Sigalit Landau, CCCStrozzina

Eloisa Reverie Vezzosi, Sigalit Landau, CCCStrozzina

Le foto in bianco e nero di Jo Ractliffe indagano i “vuoti lasciati dalla guerra in una natura a sua volta desolata”, la terra angolana che ha sopportato il peso della “Border War”: i confini ritornano sempre e sotto le armi si fanno sempre più “instabili”. È una natura inospitale, povera di tutto in quanto ricca del niente. Si legge la guerra nella nuda Angola, eppure i miei occhi non hanno visto nemmeno un fucile.

Eloisa Reverie Vezzosi, Jo Ractliffe, CCCStrozzina

Eloisa Reverie Vezzosi, Jo Ractliffe, CCCStrozzina

Eloisa Reverie Vezzosi, Jo Ractliffe, CCCStrozzina

Eloisa Reverie Vezzosi, Jo Ractliffe, CCCStrozzina

Eloisa Reverie Vezzosi, Jo Ractliffe, CCCStrozzina

Tadashi Kawamata mi fa sentire veramente in un precario stato di equilibrio, quasi mi spaventa. Il grande soffitto della sala centrale della Strozzina è completamente ricoperto di porte accatastate, accavallate, attaccate le une alle altre.
Nell’istallazione del cortile esterno, i materiali impiegati derivano da oggetti ormai non più in uso che vengono assemblati per dar vita a nuove artistiche architetture. “Il mio progetto non è mai compiuto, si prolunga in modo indefinito, è azione pura”, dice l’artista in questo continuo fluire della stessa opera d’arte in assemblage senza mai raggiunge una forma definitiva. L’opera di Tadashi è continuamente in fieri e regala all’osservatore il privilegio di essere partecipe di questa arte in-compiuta e senza limiti.

Eloisa Reverie Vezzosi, Tadashi Kawamata, CCCStrozzina

Eloisa Reverie Vezzosi, Tadashi Kawamata, CCCStrozzina

Eloisa Reverie Vezzosi, Tadashi Kawamata, CCCStrozzina

Eloisa Reverie Vezzosi, Tadashi Kawamata, CCCStrozzina

Eloisa Reverie Vezzosi, Tadashi Kawamata, CCCStrozzina

Entro nella terza sala a sinistra e vedo di fronte a me una macchia di sangue, solo dopo emerge il resto. Le opere sono di Adam Broomberg & Oliver Chanarin ed è impossibile non rimanerne colpiti. Sono tre grandi “wallpaper” tutti dedicati alla guerra israelo-palestinese. Osservando questi “moderni trompe-l’œil”, entro in religioso silenzio nei varchi che i soldati israeliani si aprono violando le case palestinesi e creando per se stessi percorsi protetti.
Apparentemente dominano i bianchi, eppure quelle immagini fanno paura. Ancora, lo so, ma questa è una paura diversa dalla precedente, non colpisce gli occhi ma va dritta allo lo stomaco. Lascio a voi giudicare. I confini? Io, già solo osservando queste opere, con la mente li ho superati, i miei confini intendo.

Eloisa Reverie Vezzosi, Adam Broomberg & Oliver Chanarin, CCCStrozzina

Eloisa Reverie Vezzosi, Adam Broomberg & Oliver Chanarin, CCCStrozzina

Eloisa Reverie Vezzosi, Adam Broomberg & Oliver Chanarin, CCCStrozzina

Eloisa Reverie Vezzosi, Adam Broomberg & Oliver Chanarin, CCCStrozzina

Eloisa Reverie Vezzosi, Adam Broomberg & Oliver Chanarin, CCCStrozzina

Eloisa Reverie Vezzosi, Adam Broomberg & Oliver Chanarin, CCCStrozzina

Territori Instabili, continua: questa è la prima parte…
Perchè l’arte va degustata, presa a piccoli sorsi…

#stayturned #stayAMO

Info:

“Territori instabili. Confini e identità nell’arte contemporanea”
Centro di Cultura Contemporanea Strozzina
Palazzo Strozzi
Firenze
Visitabile fino al 19 gennaio 2014
Catalogo edito da Mandragora Firenze

Si ringraziano:
Fondazione Palazzo Strozzi, Ufficio stampa, Lavinia Rinaldi
il personale della mostra, in particolare Alessandra, Ester, Elisabetta

Credits:
Styling: Federica Marchi e Eloisa Reverie Vezzosi
Photo: Benedetta Sani
Make up: Aurora Concato

I was wearing: Alberta Tanzini + shoes: Jeffrey Campbell