C’era una volta…

Dovrebbe cominciare così la mostra-evento dedicata a Bruno Munari, che si è inaugurata sabato 5 aprile, al Museo del Novecento: “MUNARI POLITECNICO”.

Togliamo il dovrebbe, per me, la mostra inizia così.

La mostra, parafrasando le parole del curatore Marco Sammicheli, è dedicata a chi insegue il sogno della tecnica applicata alla creatività; è realizzata con l’obiettivo di far conoscere il Munari artista e di far comprendere come l’arte fosse la sua matrice originaria; non sono pertanto esposti oggetti di design ma ne viene presentato l’“incipit” e il “c’era una volta”.

L’arte come originaria forma espressiva.
L’Arte come Musa ispiratrice e come Guida di Munari, artefice poliedrico,
che blandiva la tecnica e la trasformava in linguaggio.
Creava poesia di forme, oggetti, idee.

È necessario quindi conoscere l‘Ulisse dell’Arte nel sua complessità, nella sua assoluta voracità attiva, nella sua storia eclettica “come un arcipelago di isole” felici.

La mostra nasce da un impegno corale e le opere presenti derivano da questa collaborazione e unione di intenti: dalla Fondazione Jacqueline Vodoz e Bruno Danese, dalla collezione del Museo del Novecento e dall’ISISUF (Istituto Internazionale di Studi sul Futurismo) e da altre in arrivo da collezioni private. Si pone così come continuatrice dell’importante esposizione del 1996 delle opere della collezione Jaqueline Vodoz e Bruno Danese nella sede della Fondazione omonima, dove l’opera del maestro era stata messa in rapporto e confronto con una nuova generazione di artisti.

È un “prototipo” di esposizione pronto a un ampliamento successivo. L’arricchimento avverrà sicuramente con la “costruzione” del catalogo, non ancora realizzato, ma che verrà pubblicato a fine mostra in base alla raccolta di testimonianze, saggi, opinioni e interviste.

È la memoria che si costruisce dalla viva esperienza e dalla reale partecipazione.
Memoria per tutti, memoria di tutti.

L’arte è ricerca continua, assimilazione delle esperienze passate, aggiunta di esperienze nuove, nelle forma, nel contenuto, nella materia, nella tecnica, nei mezzi.

La mostra è divisa in sezioni, è divisa in isole:
Fantasia e ragione: Munari nel ‘900”, “Munari e la civiltà della tecnica”, “Opere e giorni: un dialogo tra Munari e Milano” e il rapporto con altri artisti che lo hanno frequentato o che a lui si sono ispirati.

È divisa in 4 sezioni… +1: “Chi s’è visto s’è visto” è la sala che accompagna la mostra principale.
Conoscere Munari a 360° c’è infatti concesso, c’è infatti permesso grazie all’opera fotografica, in parte inedita, di Ada Ardessi e Atto, autori e testimoni della vita e dell’opera del grande protagonista dell’arte, del design e della grafica del XX secolo.

Munari - Chi s'è visto s'è visto - Museo del Novecento

Così, insieme alle Macchine inutili, c’è Munari che sorride alla Gioconda; così insieme alle forchette parlanti c’è Munari che sorride alla vita e che gioca un gioco di mani coprendosi gli occhi.

C’è Munari, c’è l’ultimo scatto.

È un dialogo costante tra la vita dedicata all’arte e l’arte dedicata alla vita.

Un coro di testimonianze, un affettuoso coro di famiglia.

Lasciando da parte l’interesse e la dedizione dell’artista per l’infanzia e l’apprendimento, cerchiamo di conoscerlo nella sua fantasia e ragione, nella sua civiltà della tecnica, nella sua Milano.

Cerchiamo Munari.

Munari comincia la sua eclettica formazione nello studio dello zio ingegnere e contemporaneamente conosce e diventa parte della seconda esperienza futurista italiana partecipando a molte collettive del gruppo.

Lasciato lo studio dello zio, si dedica al lavoro di bozzettista senza però mai interrompere le sue sperimentazioni artistiche. Colpisce infatti come riesca ad appropriarsi e così a reinterpretare i metodi e le idee delle avanguardie storiche, realizzando opere come le le Macchine inutili e leTavolette tattili, e illustrando anche Il poema del vestito di latte di Filippo Tommaso Marinetti (1937).

Munari politecnico Museo del Novecento

Munari continua il suo lavoro poetico, ironico e concettuale sulle macchine e nel 1952 scrive il Manifesto del macchinismo: gli artisti devono occuparsi delle macchine (considerate come esseri viventi) però distraendole e “facendole funzionare in modo irregolare”.

Rapporto costante tra fantasia e ragione, appunto.

Munari lavora come grafico (per l’editore Einaudi e per i manifesti Campari) mantenendo il suo occhio attento all’arte, come dimostra, ad esempio, la sua personale del 1944 a Milano, Dipinti astratti.

Gli anni Cinquanta rappresentano il ritorno a una tendenza costruttivista dopo la fase iniziale e giovanile. Munari cerca lo spazio e lo trova.

Prova lo sono, prime fra tutte, le sue sculture del 1947, Concavo-convesso.

Poeta di nuovi alfabeti con la serie delle Scritture illeggibili di popoli sconosciuti, esposte anche oggi al Museo del Novecento, sento il bisogno di rivelare questo mio avvicinamento al mondo dell’artista, alla sua seconda patria, il Giappone, e al suo spirito di indagine, di fuga, di curiosità assoluta e assidua.

Munari politecnico Museo del Novecento

Nel 1948 fu fondatore del MAC (Movimento Arte Concreta), insieme a Atanasio Soldati, Gillo Dorfles e Gianni Monnet, e nello stesso anno creatore del Negativopositivo, progetto di ampissima fama e successo.

Pensate quanto ci sarebbe da fare, quanti oggetti, quante cose aspettano l’intervento dell’artista. Uscite dallo studio e guardate anche le strade, quanti colori stonati, quante vetrine che potrebbero essere più belle, quante insegne di cattivo gusto, quante forme plastiche sbagliate. Perché non intervenire? Perché non contribuire a migliorare l’aspetto del mondo nel quale viviamo assieme al pubblico che non ci capisce e che non sa cosa farsene della nostra arte?

Insieme all’arte, rimane fedele al suo interesse per il design così come il design rimane fedele a lui. Non è legato però ad un design indefinito, semplice e qualunque ma al Good design.

Buono perché giusto, buono in quanto etico.

Grazie a questo suo particolare occhio, e a questa sua particolare mano realizzerà infatti oggetti-icone del design italiano, come il portacenere Cubo del 1957.

Artista veggente, nel 1959 presenta i Fossili del 2000.
Ironizza e insieme riflette.
Guarda al presente come se fosse già passato. Proprio per questo suo sguardo riesce a interpretare il futuro.

Fossili del 2000

Ragiona e pensa al gesto dell’oggetto senza mai abbandonare il movimento, senza mai lasciare la macchina.

E così è possibile vedere in mostra le sue Forchette, le sue Xerografie diverse, e tutti quei suoi oggetti che hanno subito l’intervento della macchina e sono nati, di nuovo.

Abuso o uso etico?

L’esperimento è continuo e il rapporto tra arte e scienza è costante e arriva a coinvolgere anche lo spettatore, come nelle Proiezioni dirette.

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E Milano?

Milano è l’origine, è la sua prima casa.
La città dei caffè, delle gallerie, della crescita,… la città “atomizzata”.
La sua città.

Una fra tutte è la personale del 1986 a Palazzo Reale, dedicata al maestro proprio dalla sua Milano.

Molti i premi ricevuti e i riconoscimenti: uno fra tutti, il Compasso d’oro alla carriera nel 1994.

Ho sempre visto Munari come un uomo dai mille occhi, come un osservatore dalle mille orecchie, come un sensibile sensitivo di tendenze d’arte, come un artista capace di vivere ancor prima della vita stessa, capace di vivere ancor dopo la sua stessa morte.

Perché Munari c’è: c’era una volta ed esisterà sempre.
Resta punto positivo di non ritorno.

Un uomo che vive di ricordi, diventa vecchio. Uno che vive di progetti resta giovane.
Diceva così il maestro artista e antispecialista.
Un uomo che vive di progetti, resta giovane ed eterno.
Diventa icona.

#gooddesign #Munariicona

 Bruno Munari

Bruno Munari

Bruno Munari

Bruno Munari

Bruno Munari

Bruno Munari

Bruno Munari

Bruno Munari

Bruno Munari

Bruno Munari

Bruno Munari

Bruno Munari

Bruno Munari

Bruno Munari

Bruno Munari

Bruno Munari

Bruno Munari

Bruno Munari

Bruno Munari

Bruno Munari

Bruno Munari

 

 

I was wearing: Taiwanese dress + Bomber: Dixie + shoes: Jeffrey Campbell

Credits: photo: Virgilia Ramella

INFO:
Munari politecnico
Chi s’è visto s’è visto
Museo del Novecento
Milano
6 aprile – 7 settembre 2014; 6 aprile – 31 luglio 2014 ( seconda mostra)
A cura di Marco Sammicheli con la collaborazione di Giovanni Rubino
Progetto grafico di Paolo Giacomazzi

AMO links:
http://www.museodelnovecento.org
http://www.munart.org