«Come vorrei parlare con te ancora di arte, ma ora possiamo solo scriverne spesso l’uno all’altro: “trova cose belle” più che puoi, la maggior parte della gente trova “troppo poca bellezza”. Continua sempre a camminare e ad amare la natura, perché è questo il vero modo per imparare ad amare l’arte sempre meglio. I pittori comprendono la natura e la amano e “ci insegnano a vedere”. E poi ci sono pittori che non fanno altro che cose buone, che non possono mai sbagliare, così come ci sono persone normali che non combinano mai nulla di buono…» (Van Gogh, Lettera a Theo, Londra, inizio di gennaio 1874).

Come avrei voluto parlare con te di arte, caro Van Gogh, ma oggi non posso far altro che celebrarti.
E se qualcuno mi chiedesse se tu, dopo tutti questi (quasi) 125 anni, sia ancora fonte d’ispirazione per tutti noi, io risponderei che tu sei l’uomo e l’artista che ci ha “insegnato a vedere”.
Non solo Maestro, ma anche Profeta dell’animo umano, profondo conoscitore dei “moti dell’animo”.

Anche la città di Milano ha deciso di renderti onore con una mostra: “Van Gogh. L’uomo e la terra”. Palazzo Reale ospiterà, fino all’8 marzo 2015, 47 delle tue opere, tra cui l’“Autoritratto” del 1887 e il “Paesaggio con covoni e luna che sorge” del 1889, insieme ad alcune tue personali lettere. Il più importante museo prestatore è stato il Kröller-Müller di Otterlo, a cui si affiancano il Van Gogh Museum di Amsterdam, il Museo Soumaya-Fundación Carlos Slim di Città del Messico, il Centraal Museum di Utrecht, e collezioni private.

Avrei voluto mentirti dicendo che non mi ero permessa di leggere le tue lettere così private, così confidenziali, ma non lo posso fare. Già solo le tue opere sono specchio del tuo animo complesso, della tua vita artistica fatta di ossessioni, malattia e bellezza. Già solo le tue opere sono specchio di te, le tue parole quindi si dimostrano una formale conferma di poetica.

«Dalla terra tutto deriva».
Anche l’allestimento delle sei sezioni della mostra si ispira a questo eterno principio.
Kengo Kuma, celebre architetto giapponese, ha deciso di costruire un mondo parallelo in cui anche la luce proviene dal basso e in cui solo l’arte di Van Gogh appare illuminata.

Van Gogh a Palazzo Reale, by the Artgirl

«Nella vita di Vincent, eternamente in movimento, precario, tormentato, incapace di mettere radici, di adeguarsi alle convenzioni della società e in perenne conflitto anche con la famiglia, esiste un unico legame costante e indissolubile: quello con la terra e le sue fatiche» (Kathleen Adler).

Aveva 27 anni quando cominciò a fare l’artista.
Allora partiamo dai suoi 27 anni. Formuliamo un nuovo calendario artistico, personale e dedicato esclusivamente al Maestro Van Gogh.
27 anni, il suo anno zero per 10 anni di una prodigiosa vita d’artista.

Il “prima”, il periodo precedente al suo essere Van Gogh l’artista, è però esistito e ha influenzato la sua “adolescenza” artistica. Fa parte dello “zibaldone” dei suoi ricordi, pensieri, pennellate e parole.
Da bambino era solito fare lunghe camminate nella natura olandese con la sua famiglia; dopo c’erano lunghe letture ad alta voce. La Bibbia era considerato il libro fondamentale, ma Vincent era anche un lettore insaziabile.

«Leggere i libri è come guardare i quadri: senza dubbi, senza esitazioni, con sicurezza, si deve trovare bello cià che è bello».

Non era però un allievo modello. Fu iniziato all’arte dalle esortazioni del maestro di scuola Huysmans che invitava alla ricerca della forza espressiva. La famiglia cercò sempre di sostenerlo e aiutarlo anche a trovare un lavoro. Come impiegato presso unacasa d’arte all’Aja, ebbe il primo contatto col mondo dell’arte ma solo come potenziale mercante.
Cambiò così spazio, tempo e occupazione fino a quello che lui riteneva l’“esilio” alla Goupil & Cie, da cui fu poi licenziato.

Cercò e trovò allora pieno conforto nella religione.
Avrebbe voluto intraprendere la carriera da insegnante e poi diventare missionario, ma non ci riuscì perché non aveva completato gli studi linguistici.

Dopo l’ennesima delusione, decise di diventare artista, incoraggiato dal pittore Anton Mauve.
«Dal momento che la mia vera carriera comincia con la pittura, Theo, non ti sembra giusto vederla in questo modo?».

Anno zero.
10 anni di vita divisi in 6 sezioni di mostra.
6 atti di una vita mai divisa in atti ma unica e partecipe delle ansie, dei tormenti e del caos del ciclo cosmico dell’Universo: “L’uomo e la terra”, “Vita dei campi”, “Il ritratto moderno”, “Nature morte”, “Le lettere”, “Colore e vita”. 

Van Gogh cominciò a esaminare e disegnare tutto ciò che apparteneva alla vita contadina, alla terra, al lavoro dell’uomo sulla terra. Sviluppò da subito una predilezione per i pittori realisti e i suoi ideali maestri furono Jean-François Millet e Jules Breton. La campagna era il luogo della sua nascita, della sua vita e della sua rinascita.

«Zappatori, seminatori, aratori, uomini e donne che ora devo disegnare continuamente. Devo osservare e disegnare tutto ciò che fa parte della vita di un contadino, come molti altri hanno fatto e stanno facendo. Non sono più così inetto di fronte alla natura com’ero un tempo».

Van Gogh a Palazzo Reale, by the Artgirl

1880, anno zero, la sua prima ambizione d’artista fu quella di dipingere la figura umana. Van Gogh, che si sentiva spesso tradito dalle persone, dagli uomini, voleva dipingere le verità del vivere comune, le nature contadine prima che le nature morte.

«Si fa illusioni sulle persone. Quando non si dimostrano all’altezza della sua troppo affrettata opinione resta così deluso che esse diventano per lui come un mazzo di fiori appassiti» scriveva di lui Anna, sua sorella Anna.

Disegnava a matita, usava l’acquarello, l’acquaforte o dipingeva i suoi eroi: donne e uomini che lavoravano la terra e che la vivevano. Li rappresentava veri, fin dai piedi, forti come radici, alle mani che tendevano al cielo solo per la preghiera della sera. Li plasmava non soltanto usando i colori e i tratti di pennello ma li creava con la terra, li amalgamava alla terra e così li faceva nascere e rinascere.

«Vedi, ho proprio voluto fare in modo che la gente pensi che queste persone, che stanno mangiando le loro patate alla luce di una piccola lampada, abbiano vangato la terre con le stessa mani che allungano nel piatto, perciò il dipinto trasmette l‘idea del lavoro manuale e che abbiano guadagnato onestamente il loro cibo».

Così i “Contadini che seminano patate”, il “Contadino che brucia le erbacce insieme a sua moglie”, la “Contadina che lega fascine di grano”, la “Contadina che spala letame in un campo innevato” insieme vivono e rivivono attraverso la forza espressiva del tratto di Van Gogh.

Van Gogh a Palazzo Reale, by the Artgirl

È il suo personale “ciclo dei vinti” che diventa ciclo di eroi, di cui lo stesso artista, sentendosi vinto, fa parte.

«I veri “studi” hanno qualcosa della vita stessa e chi li fa rispetta non se stesso, ma la vita stessa in loro, preferendo quindi lo ‘studio’ a ciò che potrà farne in seguito. A meno che non ne nasca qualcosa di completamente diverso, come risultato finale di molti studi, ovvero un “tipo” distillato da molti “individui”. Questa è la forma più elevata di arte e ‘in quello’ l’arte è a volte superiore alla natura, come nel Seminatore” di Millet, nel quale c’è più anima che in un qualsiasi seminatore nei campi. Lavorando duro, vecchio mio, spero un giorno di fare qualcosa di buono. Non ci sono ancora arrivato, ma sono a caccia, sto combattendo per questo, voglio qualcosa di serio, qualcosa di fresco, qualcosa che abbia un’anima! Avanti, avanti…» (Van Gogh, Lettera a Theo, The Hague, mercoledì, 3 gennaio 1883).

Due anni trascorse all’Aja, qualche mese a Drenthe, una provincia dei Paesi Bassi, nell’Olanda settentrionale, che tanto lo deluse per il brutto tempo e il brutto paesaggio diverso dai ricordi del “bel paesaggio olandese”. Poi ripartì per la casa dei genitori fino a quando si iscrisse a Accademia di Belle Arti ad Anversa nel gennaio 1886.

Si dedicò alle nature morte contadine.

Van Gogh a Palazzo Reale, by the Artgirl

Rappresentò i paesaggi senza i suoi uomini e le sue donne, vincitori più che vinti. Realizzò opere come la “Veduta di Saintes Marie de la Mer”, “La vigna verde” e il “Paesaggio con covoni e luna che sorge”.

Van Gogh a Palazzo Reale, by the Artgirl

Non abbandonò mai l’interesse per la figura umana.

«Ci sono facce moderne che verranno guardate ancora a lungo, che forse verranno rimpiante cent’anni dopo».

Col ritratto di Cormon ci fu l’ultimo tentativo dell’artista di utilizzare un approccio accademico.
Così Vang Gogh passò dalla matite, dal bianco e grigio della “Testa di pescatore con cappello di tela cerata” (1883) all’olio su tela e ai colori dei ritratti di Joseph-Müller Ginoux e di Jouseph Roulin e al suo “Autoritratto” del 1887. Dal contadino al postino e all’artista: tutti risultano accomunati dallo loro precaria natura umana.

Van Gogh a Palazzo Reale, by the Artgirl

Sapeva analizzare le persone, nel profondo, e cercava di fare la stessa cosa con se stesso. Indagava la sua anima costantemente e forse un po’ a fatica. Sempre più scopriva, sempre più nascondeva sempre più dipingeva e si dipingeva. Come tante altre persone avevano fatto, anche la sua stessa anima lo aveva deluso, a volte.

Van Gogh a Palazzo Reale, by the Artgirl

 «Ho fatto una serie di studi di colore dipingendo dei semplici fiori, papaveri rossi, fiordalisi e non-ti-scordar-di-me azzurri. Rose bianche e rosa, crisantemi gialli – cercando i contrasti tra blu e arancione, rosso e verde, giallo e viola, cercando i toni neutri e spezzati per armonizzare gli estremi più violenti. Cercando di rendere colori intensi e non una grigia armonia».

Prima emulo di Millet, incoraggiato da Mauve, conobbe poi Lautrec, Pissarro, Bernard, Seurat e Signac; si innamorò degli impressionisti francesi e scoprì il colore, le stampe giapponesi, le più diverse tecniche di pennellata facendole sua.

Tutto è riflesso nella sua arte in continuo mutamento, mimetica dei suoi pensieri, catartica per le sue emozioni. 

Non fornì mai spiegazione chiara del suo trasferimento ad Arles.
Lo accolse il freddo, la neve. Arles era stata una scelta insolita, un luogo insolito, una “morta gora” in cui il diverso Vincent non era ben visto, ben accetto.
L’arrivo dell’amico Gaugin per poche settimane sancì il periodo più celebre dell’arte di Van Gogh. Dipinse capolavori come i “Girasoli” e si impegnò nei lavori della casa gialla.
I due mesi d’amicizia finirono con la nota fuga di Gaugin e con la casa di cura per Van Gogh.

E così la malattia lo assorbì, come era stato per tutta la vita catturato dalle sue ossessioni che erano mutate fino a diventare una sola: l’arte.
«Ah se fossi stato in grado di lavorare senza quella maledetta malattia».

Nei suoi dieci anni d’arte, Van Gogh era riuscito a ottenere pochi ma interessanti e interessati riconoscimenti. Stimolò l’attenzione dei critici, come Albert Aurier che (sul «Mercure de France») aveva parlato della sua ossessione per il “Seminatore”, o come George Lecomte che (su «Art et Critique»)aveva descrittoil suo “energico impasto”.E arrivarono i complimenti anche degli artisti contemporanei, come Monet, per i suoi lavori esposti al Salon des Indépendants, o come Gaugin, che gli scrisse una lettera che l’amico aprì solo dopo essere partito per Auvers-sur-Oise e in cui gli rivelava: «fra i tanti artisti in mostra, tu sei il più notevole».

Il rapporto con la natura, il rapporto con l’arte e con la vita fu per lui “un naufragio”.
Diciannove mesi dopo essersi volutamente ferito il lobo dell’orecchio destro, Van Gogh si sparò un colpo al petto e morì due giorni dopo, a causa delle ferite riportate.

«Ah sì, rischio la vita per il mio lavoro e la mia ragione ci si è mezza inabissata».

Quasi 125 anni dopo l’anno 10.

«Questo nome di Van Gogh mi ha sempre attratto, dell’attrazione che si prova per qualcuno molto diverso, molto raro, e, di giorno in giorno, cresce il mio dispiacere per non averlo conosciuto». Queste le parole di Mirbeau nel 1901.Come lo ha confessato lui, così lo confesso anch’io.

Come avrei voluto parlare con te di arte, caro Maestro, caro «lottatore solitario nella notte buia» delle inquietudini che attanagliano il cuore del mondo, il mio cuore, e che avevano attanagliato il tuo.

Avrei voluto e così è stato. Ti ho visto negli occhi di altri e negli occhi del tuo stesso ritratto. Anche il tuo occhio aperto sul mondo mi ha guardato.

Anche tu mi hai guardato e, in quell’attimo, ho chiuso gli occhi. Quando li ho riaperti mi sono ritrovata avvolta dal tuo cielo stellato.

  

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Van Gogh a Palazzo Reale, by the Artgirl

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I was wearing: dress: ALFAOMEGA + shoes: Roberto Cavalli

Credits:
photo: ph Cristina Risciglione

AMOlink:
http://www.vangoghmilano.it

INFO
Van Gogh. Lʼuomo e la terra
Palazzo Reale dal 18 ottobre 2014 allʼ8 marzo 2015
A cura di Kathleen Adler
In collaborazione con Kröller-Müller Museum
Sotto lʼAlto Patronato del Presidente della Repubblica
Una mostra Comune di Milano-Cultura Palazzo Reale, Arthemisia Group, 24 ORE Cultura-Gruppo 24 ORE
Partner della mostraExpo Milano 2015