Scena 1. Museo. Interno. Pomeriggio.
Milano 2014, Padiglione d’Arte Contemporanea, Glitch. Interferenze tra arte e cinema in Italia.

Superata la soglia d’ingresso, Arte e Cinema si incontrano, non per la prima volta. Si conoscevano da più di un secolo, proprio il caso di dirlo. Arte e Cinema si muovono l’una verso l’altro. Non è dato sapere chi abbia fatto il primo passo. Fatto sta che quel passo, che in realtà non è stato il primo, è stato assolutamente decisivo, fondamentale.
Mai in nessun luogo, mai in nessun momento, l’uno era arrivato a respirare il respiro dell’altra. Mai Arte e Cinema erano stati così vicini.
Arte: C’eravamo mai interrotti? Forse l’ultima volta c’era stata un’“interferenza”… Cinema: Tu seguimi! Ciak, azione, si gira!

Primo Tempo
Il cinema dovrebbe farti dimenticare che sei seduto su una poltrona di teatro”, affermava Roman Polanski. Il cinema deve farti dimenticare che sei entrato in una sala cinematografica. Il cinema ti farà dimenticare che sei venuto al PAC per visitare un’innovativa mostra d’arte.

Il titolo dell’esposizione, commissionata dal nuovo Comitato Scientifico del PAC – alla sua seconda mostra – e curata da Davide Giannella, è già presente nella seconda riga della mia nuova ideale sceneggiatura.
Il PAC di Milano presenta fino al 6 gennaio 2015 una collettiva, promossa e prodotta dal Comune di Milano – Cultura, PAC e CIVITA, tesa a esplorare le relazioni di linguaggio e contesto tra Arte e Cinema.

Con licenza poetica, scelgo di inserire, qui e non alla fine, l’elenco dei nomi degli artisti come in una sorta di titoli di coda: Alterazioni Video, Yuri Ancarani, Meris Angioletti, Rosa Barba, Barbara & Ale, Marco Belfiore, Elisabetta Benassi, Riccardo Benassi, Francesco Bertocco, Rossella Biscotti, Federico Chiari, Danilo Correale, Giorgio Cugno, Alberto De Michele, Gianluca e Massimiliano De Serio, Rä Di Martino, Patrizio Di Massimo, Irene Dionisio, Alessandro Di Pietro, Ettore Favini e Antonio Rovaldi, Francesco Fei, Anna Franceschini, Stefania Galegati, Paolo Gioli, Piero Golia, Alice Guareschi, Adelita Husni-Bey, Invernomuto, Armin Linke, Beatrice Marchi, Diego Marcon, Eva Marisaldi, Margherita Morgantin, Valerio Rocco Orlando, Adrian Paci, Roberto Paci Dalò, Diego Perrone, Marinella Senatore, Gabriele Silli, Carola Spadoni, Giacomo Sponzilli, Giulio Squillacciotti, Gianluigi Toccafondo, Luca Trevisani, Carlo Gabriele Tribbioli, Francesco Vezzoli, Virgilio Villoresi, Zapruder, Zimmerfrei.

"GLITCH", Artgirl at PAC, Milano

«Filo conduttore è l’idea di storytelling, di rifrazione tra narrativa lineare e non lineare, verità e finzione, ma anche di ricerca attorno all’atto di guardare e di montare storie».
L’immagine, la sua creazione, la sua messa in scena e rielaborazione sono diventate di dominio pubblico, democratizzate grazie al passaggio al digitale, grazie a Internet, ai social networks, grazie a nascite “importanti” come quella di Youtube.com (2003). E così anche la sperimentazione di immagini in movimento si è liberata e aperta alla massima diffusione e fruizione. «Sempre più artisti visivi – anche in Italia – si sono avvicinati alla sperimentazione nell’ambito delle immagini in movimento, superando o discostandosi dalla video-arte per avvicinarsi al linguaggio più narrativo del cinema e all’immediatezza di Internet».

La stessa mostra è divisa in capitoli: il cinema, le installazioni, le performance. Glitch si struttura infatti su tre livelli.
Per primo quello cinematografico: il PAC si trasforma in un multisala consacrata al cinema sperimentale. Le tre sale proietteranno i 64 film d’artista, suddivisi in due programmi. Il secondo livello spetta alle installazioni: opere che instaurano relazioni con il linguaggio e l’immaginario cinematografico e funzionano come declinazioni, traduzioni o presupposti dei lavori filmici.

"GLITCH", Artgirl at PAC, Milano

Potrei parlare di meta-cinema o di meta-arte?
Sicuramente non posso parlare di video-arte perché le opere in mostra sono distanti da tale etichetta. Sono disegni, tecniche, segni e lavori volti a creare un racconto unificante, un flusso circolare di ispirazioni e nuovi pensieri.

Il terzo livello presenterà al pubblico la performance artistica come atto vivo e compiuto di relazione tra questi due universi; saranno così unite immagini in movimento alle proiezioni monografiche dedicate a singoli autori.

Glitch può essere banalmente tradotto errore. È un sostantivo che rientra in varie sfere di interesse, dalla musica all’astronomia, e la cui natura erronea ha dato vita anche a uno specifico tipo di arte, la Glitch Art.
Ma in questo luogo, in questo momento, il significato che permette di attribuirgli una corretta chiave di lettura è il seguente: «in elettronica, è termine onomatopeico che indica genericamente i disturbi di breve durata che si manifestano in un impulso teletrasmesso, deformandone la forma d’onda». Questo è il nostro incipit.

Secondo tempo
When art looks at cinema…
Il visitatore va così in crisi. Superata la soglia, lo accoglie un lungo drappo rosso. E in un attimo diventa spettatore.
«Il cinema è l’unica forma d’arte nella quale le opere si muovono e lo spettatore rimane immobile» (Ennio Flaiano).
Ma sarà proprio vero?

Tra Arte e Cinema, si va delineando il terzo protagonista: l’uomo. L’uomo che guarda, attivamente attento, l’uomo che crea, l’uomo che vive.
«Qua si sentono come in esilio. In esilio, non soltanto dal palcoscenico, ma quasi anche da se stessi. Perché la loro azione, l’azione viva del loro corpo vivo, là, su la tela dei cinematografi, non c’è più: c’è la loro immagine soltanto, colta in un momento, in un gesto, in una espressione, che guizza e scompare. Avvertono confusamente, con un senso smanioso, indefinibile di vuoto, anzi di vôtamento, che il loro corpo è quasi sottratto, soppresso, privato della sua realtà, del suo respiro, della sua voce, del rumore ch’esso produce movendosi, per diventare soltanto un’immagine muta, che trèmola per un momento su lo schermo e scompare in silenzio, d’un tratto, come un’ombra inconsistente, giuoco d’illusione su uno squallido pezzo di tela» (Luigi Pirandello, Quaderni di Serafino Gubbio operatore).

When cinema looks at art…
Sin dalla sua nascita, il cinema aveva da sempre guardato all’arte e alla sua terminologia. Quando, troppo piccolo, doveva imparare a parlare rubava termini eufonici dai lessici altrui.
Se ora chiedessi che cos’è un quadro, il Cinema risponderebbe che: «quadro (animato o mobile) è l’immagine filmica, con i derivati inquadratura e inquadratore».

Per abitudine, il visitatore-spettatore, l’uomo, è portato a «settorializzare e incasellare in campi distinti la molteplicità di segnali» che lo sollecitano. Indipendentemente dalle controtendenze, dalla globalizzazione, dalla sovrapposizione dei linguaggi, questa resta la statica forma mentis. Glitch vuole mettere in crisi questo sistema. L’“errore”, vuole creare un errore in questo monotono flusso asettico e vuole farlo indagando l’Art Cinema, un territorio inesplorato e sospeso, in cui l’arte contemporanea e il cinema vivono in interscambio. Si tratta di una questione di generi, di limiti, confini e di comunione di luoghi, oggetti e soggetti.

«L’arte per sopravvivere non solo deve accettare l’intreccio e l’osmosi con altri linguaggi, dall’architettura alla moda, dal design al cinema, ma deve pure esprimersi con la flessibilità di tutti i media» (G. Celant, Artmix: flussi tra arte, architettura, cinema, design, moda, musica e televisione).

Terzo tempo
Non aspetto. Al cinema c’è coda e rumoroso chiacchiericcio d’attesa. Al museo non c’è calca e c’è un religioso silenzio di curiosità. I drappi rossi sono tre, uno per ciascuna sala.

Seguo i suoni e le “parole in libertà”: entro così curiosa nella prima così come in ciascuna delle tre stanze buie. Rifulge la luce dello schermo come la luna in un cielo non stellato.

"GLITCH", Artgirl at PAC, Milano

«Un uomo si addormenta in treno e sogna di ammazzare tutti i grandi maestri della video arte». Glitch mi accoglie così con un collettivo di artisti, Alterazioni Video, che creano “Turbo Film”, progetti senza regole precise dove l’arte è considerata «un mezzo per innescare processi di trasformazione». E così assisto alla morte di Bill Viola, Paul McCarthy, Marina Abramovic per poi scoprire – e ricordare allo stesso tempo – che era solo un sogno. Ho creduto per un momento di essere stata io, mi sono per un attimo immedesimata, dato che il punto di vista del killer era anche il mio. Ho seguito poi “Il Capo” di Yuri Ancarani dirigere la sua “orchestra” di operai nelle cave di Carrara, ho osservato e studiato le icone deformi dell’arte, del cinema e della letteratura che Marco Belfiore ha scelto di mostrare in un gioco di interferenze, scomposizioni e riflessi nel suo “The Trial”. Ho assistito al ri-occultamento dell’Alfa Romeo di Pasolini nel corto che porta come titolo la targa della sua auto, “Roma K69996”.

Ho scoperto il nuovo significato del cinema.

Riccardo Benassi in “Techno Casa” ha trasformato il film in un pamphlet; Francesco Bertocco in “The Undercover Man” ha realizzato un film come se conducesse un’indagine dell’FBI; i fratelli De Serio hanno mostrato il loro “Ritorno” in una condizione prenatale filmandosi sotto ipnosi.

"GLITCH", Artgirl at PAC, Milano

Il cinema come ricordo: Rä Di Martino nel suo “The Red Shoes” ha ideato un video sotto forma di déjà vu, regalandomi così questa indefinita sensazione. Il cinema come frammento: Diego Marcon con “Salut! Hallo! Hello!” ha scelto di registrare momenti e attimi in un film fatto di immagini-cartolina. Il cinema come archeologia futuribile: nel “Cantiere Expo” di Francesco Fei è visibile l’assetto urbano di Milano tra gli scheletri delle costruzioni dell’Esposizione Universale del 2015. Ma il cinema si dimostra costantemente un racconta storie. Diego Perrone ha voluto mostrare una nudità pudica e sincera spogliando un’icona popolare nel suo “Totò Nudo”; Giulio Squillacciotti ha inventato la vita di una famiglia mai esistita attraverso la giustapposizione di 54 immagini nel suo “Far, from where we came”; e infine “Fine” di Virgilio Veronesi ha raccontato la storia della nascita, la vita e la morte di un soldato, rappresentato e interpretato dalla mano dell’artista.

E ho scoperto che aveva sempre avuto ragione Calvino: un film «è il risultato di una successione di fasi, immateriali e materiali, in cui le immagini prendono forma […]. Questo “cinema mentale” è sempre in funzione in tutti noi, e lo è sempre stato, anche prima dell’invenzione del cinema e non cessa mai di proiettare immagini alla nostra vita interiore» (Lezioni americane).

Quasi in un atto di sfida, mi alzo di scatto ed esco dall’ultima sala. In me sorge un pensiero futurista: “Liberiamo il cinema!”.
«Il cinematografo è un’arte a sé. Il cinematografo non deve mai copiare il palcoscenico. Il cinematografo, essendo essenzialmente visivo, deve compiere innanzitutto l’evoluzione della pittura: distaccarsi dalla realtà, dalla fotografia, dal grazioso e dal solenne. Diventare antigrazioso, deformatore, impressionista, sintetico, dinamico, parolibero» (Manifesto della cinematografia futurista).

Mi perdo così in un’arte cinematografica, in un’arte cinetica, in un cinema statico, in un proto-cinema.
Al centro della sala centrale è presente un’opera monumentale: “Masterquoia” di Giacomo Sponzilli. Una selezione di 34 fotogrammi dell’omonimo film che si estende per 20 metri di lunghezza.
Ed è come camminarti accanto, caro Cinema.

"GLITCH", Artgirl at PAC, Milano

Leggo le “note per un film” di Meris Angioletti che nel suo “Wake” ha registrato i cicli sonno-veglia in un esercizio di controllo e sperimentazione. Ha realizzato così un diario di sonno e sogni, ideando una scenografia ideale dove reale e irreale convivono.
Come una falena, mi lascio catturare dalla luce colorata. Leggo la trascrizione delle telefonate della banda dei “Lupi”, arrestata dalla polizia dopo aver girato l’omonimo film per Pasquale di Michele. I nomi e i fatti sono stati cancellati ma la memoria e le riprese restano.

"GLITCH", Artgirl at PAC, Milano

Anche il cinema è fatto di quadri e Rosa Barba ha costruito tre “Color Clock”: tre grandi strumenti meccanici, tre grandi sculture, tre quadri cinetici. Sono opere contenti pellicole da 35 millimetri in costante movimento e ciascuna delle quali produce un colore e una parola in un loop infinito.

"GLITCH", Artgirl at PAC, Milano

E dopo “Tiberio”, storica figura di potere e personaggio centrale del film “Caligola”, a cui Francesco Vezzoli fa versare una lacrima insanguinata, proseguo e decido di salire su per le scale.

"GLITCH", Artgirl at PAC, Milano

Scopro così che non ci sono più stelle. Rä Di Martino nella sua serie fotografica, “No more stars”, documenta le rovine dei set abbandonati del ciclo “Guerre Stellari”, diventati nuovi, moderni e decadenti siti archeologici e involontarie opere di Land Art.

"GLITCH", Artgirl at PAC, Milano

Scopro così che non ci sono più sembianze. Mi specchio ne “I volti dell’Anonimo”, nelle pellicole anonime, nei rulli di un autore anonimo, nelle “Anonimatografie” dell’artista Paolo Gioli.

"GLITCH", Artgirl at PAC, Milano

Scopro così che io visitatrice, spettatrice persa, mi sono ritrovata “passeggero”. Gli artisti di Zimmerfrei hanno realizzato uno storyboard, “The Passenger”: una raccolta di appunti visivi per un film potenziale. Il passeggero vola, viaggia, vive e così faccio e ho fatto io aspettando il mio “Lieto Fine”, per citare la non convenzionale opera di Eva Marisaldi.

All’uscita, nessun applauso, nessuna scritta in color bianco su fondo nero mi aspetta. Solo la curiosità su come continuerà la storia dell’incontro tra Arte e Cinema accompagna i miei passi e guida i miei pensieri.

«Forse un mattino andando in un’aria di vetro,
arida, rivolgendomi, vedrò compirsi il miracolo:
il nulla alle mie spalle, il vuoto dietro
di me, con un terrore di ubriaco.

Poi come s’uno schermo, s’accamperanno di gitto
alberi case colli per l’inganno consueto.
Ma sarà troppo tardi; ed io me n’andrò zitto
tra gli uomini che non si voltano, col mio segreto».
(Eugenio Montale, Forse un mattino andando in un’aria di vetro).

#GLITCH #followtheartgirl

 "GLITCH", Artgirl at PAC, Milano

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I was wearing: dress: Jessica Choay + jewelleries: Sciumé + stocking: Goldenpoint + shoes: Jeffrey Campbell

Credits: photo: Sofia Anselmi

AMOlinks:
www.pacmilano.it
www.jessicachoay.com
www.sciumeaccessori.com

INFO:
Titolo: GLITCH. Interferenze tra arte e cinema in Italia
A cura di: Davide Giannella
Date: 11 ottobre 2014 – 6 gennaio 2015
Sede: PAC Padiglione d’Arte Contemporanea, Milano, Via Palestro 14
Una mostra: Comune di Milano – Cultura, PAC Padiglione d’Arte Contemporanea, Civita