Sono sempre stata una ragazza molto pudica. Confesso, dire molto è riduttivo.
Sono sempre stata una ragazza molto riflessiva, poco istintiva, molto emotiva.
Ma quando mi è stato proposto di far parte di “
VB74”, la performance che Vanessa Beecroft ha messo in scena per l’inaugurazione della mostra “Bellissima” al MAXXI di Roma, non ho saputo resistere.
Sono sempre stata una ragazza molto curiosa, confesso anche questo.

Sono arrivata a Roma nella calda tarda mattinata di venerdì 28 novembre.
Avevo conosciuto Roma molti anni prima durante una gita con la mia famiglia.
Avevo conosciuto l’arte di Vanessa Beecroft qualche anno prima, durante i miei viaggi su Google e le ricerche su Internet. Questa è stata la mia risposta a un quesito del test scritto a cui le 30 donne coinvolte nella performance dovevano rispondere. Una delle poche cose che mi è riuscito fare durante le ore di attesa è stata proprio quella di rispondere e domandare, conversare alla ricerca di una nuda concentrazione.

Presso l’Atelier Bomba, in via dell’Oca 39, ho iniziato il mio personale processo di trasformazione: da giovane donna a parte integrante di un’opera d’arte, da essere indipendente a proprietà d’artista.

Le prove sono state semplici”. Prima di me, Sabrina; dopo di me, Elena.
Ricordo ancora bene l’angolo tra stoffe e veli rosa cipria da cui, sbirciando, potevo intravedere il non-abito posto sull’esperto corpo di Sabrina. Rivedo ancora bene lo sguardo d’attesa, e forse di preoccupazione, dell’appena conosciuta Elena, davanti al camerino.

E di me cosa ricordo? E di me cosa resta?
Avevo inizialmente deciso di provare due veli più il terzo che dal capo scendeva su tutto il corpo. Così mi ero spogliata un po’ guardinga, sciolto i capelli dalla treccia e avevo atteso il mio turno. Una volta vistami allo specchio, avevo cambiato idea e scelto di seguire il volere dell’artista e di restare con un solo velo oltre a quello che partiva dalla testa. “Avevo deciso di non decidere”, volevo mettermi alla prova fino in fondo. “Sono qui per questo”, mi ero detta in uno dei miei continui soliloqui. Le donne di Vanessa Beecroft sono per definizione “nude” e io volevo essere una di loro. Volevo essere di Vanessa Beecroft e di nessun altro.

A detta dell’unico uomo nella sala, le donne poste sotto quei lunghi veli diventavano tutte bellissime e molto interessanti.
Riutilizzerò questo look allora” avevo affermato con ironica serietà seguita da molte risate delle organizzatrici!

Era stata infine inviata una mia foto direttamente all’artista, non prima che avessi provato le altissime ed eleganti scarpe color rosa cipria.
Sono abituata a soffrire!”: mi ero lasciata scappare questo commento in relazione ai tacchi. Benissimo!”, avevano detto le donne dell’Atelier scambiandosi sguardi di intesa.
Ma dopo tutte le ore in piedi, rimanendo immobile per i due giorni a seguire, giuro di aver imparato bene la lezione: contare fino a 10 prima di aprire bocca! Soprattutto se si tratta di tacchi!

Cos’è il nudo?”. Mi ero posta già da tempo questa domanda e continuavo a chiedermelo la mattina del 29 novembre quando, passo dopo passo, mi avvicinavo emozionata all’ingresso del MAXXI. In relazione al corpo umano, nudo significa: «Non coperto da vestito o da altro indumento».
Ecco il dubbio: in riferimento alle performance della Beecroft, siamo proprio sicuri di voler banalizzare il tutto con l’aggettivo “nudo”?

Solitamente si dice: stare a torso nudo, avere la testa nuda, la schiena nuda, le braccia nude, la pelle nuda… Io, sotto quel velo, non sono stata mai nemmeno a occhio nudo.Vanessa Beecroft, con la sua arte, non solo ha spiazzato ma ha anche rotto i fragili schemi delle costruite definizioni umane.
«Questo significa che parlare di nudo non può voler dire occuparsi del corpo nudo in genere, ma soltanto – come se fosse poco – di quei casi in cui il corpo nudo è impiegato in contesti linguistici che ne mutano il significato originario» (Marco Bussagli, Il nudo nell’arte, 2001).

Passo-domanda-passo-soglia-passo-ingresso.
Alla mia sinistra vedo la camera degli specchi in cui noi 30 donne avremmo dovuto abitare per i due giorni di performance. Un cubo con sole tre facce, le tre dimensioni.
Così velocemente mi rifletto e vado oltre.
Entro nell’auditorium e tocco con la mano le nere poltrone di velluto.
Entro nel teatro e incrocio lo sguardo di Vanessa Beecroft.
Così timidamente mi avvicino e mi presento dal vivo.
«Io ti ho già vista – afferma lei convinta –; eri presente alla premiazione del Premio Furla. Guarda che bello il caso: io quel giorno guardavo proprio te e tu adesso sei qui».
Anche io quel giorno a Milano, a Palazzo Reale, avevo sempre rivolto la mia attenzione a lei. Ero rimasta ammaliata dal suo sguardo ricco di forza ed energia. Quel giorno mancava quasi una settimana alla mia partenza per Roma, ma ancora ero Reverie e non era in atto alcuna trasformazione.

Ore 8.00: per Vanessa e Pier dovevo essere io, una delle cinque “Bambole”, la prima a essere truccata.
Dopo quel tempo, io il tempo l’ho perso. Forse dimenticato in una tasca degli abiti che non avrei più indossato durante le ore di permanenza al MAXXI; forse abbandonato già fuori dalla porta insieme alle domande e agli statici preconcetti umani.
Sarai la nostra cavia”, aveva affermato scherzosamente Giovanni, uno dei make-up artist che osservavano attentissimi le mani esperte di Pier muoversi sul mio viso e cancellare prima le mie sopracciglia e poi i miei colori. Io di colori, si sa, ne ho ben pochi. Sono di pelle bianca diafana, di un tono non roseo e assolutamente acromatico. Nel processo di trasformazione, divenni esattamente color bianco marmo: eburnea e fredda come a volte vorrebbe essere il mio animo.

Durante il trucco, il “parrucco”. Vi risparmio i dettagli su quella che ho chiamato “la storia infinita dei miei capelli”. Purtroppo, un’iniziale piega sbagliata mi è costata ore di mani in testa, come mani in pasta, da parte dell’abile gruppo di hair-stylist che per cinque volte hanno dovuto cambiare e modificare la mia pettinatura. Il risultato doveva essere assolutamente naturale, e così alla fine finalmente è stato.

Durante queste ore-non ore di attesa, il tempo-non tempo era scandito da presentazioni e nuove conoscenze, da risate, battute, discorsi sull’arte e discorsi “da donne” (lo confesso!), da ottime portate di dolci, salati, caffè, frutta e succhi del catering (che rendevano necessario un continuo restyling del trucco, a causa di un’apparente e costante fame!), e da piccole passeggiate dal camerino al bagno e viceversa, che comportavano incontri casuali con increduli visitatori del Museo, i quali vedevano improvvisamente davanti ai loro occhi donne all’apparenza semi-nude e quasi prive di lineamenti.

Così durante uno di questi miei spostamenti, ho incrociato una vecchietta che molto gentilmente mi ha offerto il suo cappotto. Mi dispiace non essere riuscita a spiegarle che facevo parte di una performance artistica, ma spero che qualcuno abbia rimediato e l’abbia rassicurata.

Su una rella erano delicatamente appese le 30 grucce con i 30 nomi di noi 30 donne. Su ciascuna erano delicatamente appoggiati i veli creati dall’Atelier Bomba che ognuna di noi avrebbe dovuto indossare. Accanto a questa c’erano le scatole delle scarpe che solo alcune di noi avrebbero dovuto calzare, me compresa (a causa del mio parlare a volte troppo, vorrei scherzosamente aggiungere!).

30 nomi per 30 donne: le mie nuove compagne di una vita fatta di due giorni, al di là del tempo e dello spazio. Le ricorderò per sempre come le mie amiche di sempre.

Julia, l’assistente di Vanessa, mi accolse entusiasta alle prove abito, rivelando che avevano una sorpresa per me. Si trattava di un raffinatissimo intimo trasparente, fatto della stessa delicata stoffa dei veli e dello stesso color rosa cipria. Appena provato, me ne innamorai, lasciandomi scappare un toscanissimo: “Ganzo!”, che ovviamente solo le italiane capirono. Ero un’opera d’arte ma la trasformazione non era ancora totale: potevo ancora parlare. L’artista però decise di farmi indossare il velo che avrebbero portato tutte sopra la testa e un solo pezzo del duo di lingerie, la culotte.

Io ero serena e a mio agio. Ero diversa, ancora una volta.

Dopo il pranzo, o meglio, dopo uno dei tanti pranzi, mi presero per mano e mi portarono dentro la sala della mia posa, dentro il non-spazio di questo nostro non-tempo. C’era una fila, una sorta di limbo nel quale donne in attesa pazientemente aspettavano il turno per gli scatti. Io rimasi in fila finché non decisero che fosse arrivato il mio turno: così mi presero per mano e, non per mia volontà, passai davanti a Federica e alle altre.

Volevano fare almeno quindici servizi singoli prima della foto di gruppo, e io e Tamu saremmo state le ultime due.
Posavo e osservavo. Non sapevo se dovevo guardare in camera; a volte, centravo l’obbiettivo con lo sguardo, a volte guardavo altrove. Per ogni scatto, un flash e i miei occhi non resistevano e si chiudevano. Sono stata in piedi nell’angolo tra le due pareti specchiate per non so quanto tempo. L’aria era gelida, ancora non erano state accese le stufe. La grande difficoltà stava negli specchi, che creavano meravigliosi riflessi dei corpi femminili, ma bisognava stare attenti che nessun altro vi apparisse.

Gli spettatori curiosi ovviamente non mancarono nemmeno questa volta, come durante tutte le diverse prove e i vari servizi fotografici.
Ma io “nuda” non mi sono mai sentita.
Ma io “violata” non mi sono mai sentita.

Dopo il sorriso di soddisfatta concentrazione dell’artista che mi aveva riscaldato dal freddo fisico della sala, rientrai e nuovamente attesi nel limbo di sospiri e attese.
Tra 10 minuti si esce”: gridavano Giulia e Teresa, le ragazze dell’organizzazione.
E io pensavo: “Ma lo sapete che qui, che per noi, quei 10 minuti non hanno significato?”. 

Il servizio per la foto di gruppo è stato il primo momento in cui mi sono sentita veramente parte di un gruppo di opere d’arte viventi. La trasformazione stava per compiersi totalmente e, per tutte noi, univocamente. Dall’esterno avrebbe potuto essere definito un tableau vivant, ma noi eravamo di più. Io mi sentivo parte di qualcosa di più e poi non mi piacciono le definizioni, questo lo avrete capito.

VB74 Copyright © Vanessa Beecroft, produzione MAXXI. Foto Musacchio, Ianiello e Napolitano, courtesy Fondazione MAXXI 1

L’artista scelse le nostre posizioni.
Io mi trovavo in prima fila spostata sulla destra rispetto allo sguardo dello spettatore. Alla mia destra Tatiana, un’altra delle cinque “Bambole”; alla mia sinistra Julia, l’unica a indossare veli bianchi in contrappunto con Paola, vestita di nero e posta dall’altro lato del nostro set-casa-non-luogo.

Seguivamo attente le indicazioni e i punti del regolamento che avevamo precedentemente firmato. Non parlavamo, non ci muovevamo teatralmente, eravamo naturali, distaccate e semplici, non ci sentivamo attraenti e cercavamo di rimanere costantemente concentrate.

3, 2, 1 scatto!” – Flash – 3, 2” – Flash – 3” – Flash.
La sincronia parola-scatto non era sempre perfetta ma tanto noi dovevamo restare ferme, non guardare in camera, non sorridere, non interagire.
Venne poi richiesto ad alcune di sedere, ad altre di stendersi… Siamo andate avanti per non so quanto tempo. Io ho resistito in piedi finché ho potuto: dovevo essere forte, avevo firmato anche questo punto. 

Sapevamo che la sera del 29 all’“Acquisition Gala”, in occasione dell’inaugurazione della mostra “Bellissima. L’alta moda dal 1945 al 1968“, curata da Maria Luisa Frisa, Anna Mattirolo e Stefano Tonchi, ci sarebbero stati tutti: tutti i più importanti nomi del mondo della moda, dell’arte e delle arti. Sapevamo che in quella occasione noi rappresentavamoil contrasto tra l’essere e l’apparire in un delicato movimento tra arte e moda.

Quello era ciò che noi riflettevamo. Quello sarebbe stato ciò su cui avremmo riflettuto?
Poco prima delle tre ore di performance, un dubbio ci assalì: cosa avrebbe pensato la nostra testa per tutte quelle ore? Avrebbe vagato o sarebbe rimasta immobile accanto ai nostri fermi piedi?
Una risposta definitiva io non riuscivo a darmela.
Alcune di noi dicevano che si sarebbero dedicate alla meditazione, cominciarono a parlare di yoga e io non riuscii a seguirle più. Tatiana sosteneva di non vedere l’ora che tutto cominciasse, così da poter dedicare quelle tre ore totalmente a sé, ai suoi sogni, in una sorta di relax mentale. Flavia e io eravamo scettiche. Io, data la mia mente costantemente attiva in riflessioni, programmazioni, piani e creative elaborazioni, temevo che avrei finito per perdermi in ulteriori riflessioni, programmi, piani ed elaborazioni.

Nessuna di noi disse che avrebbe pensato alla sua nudità. Nessuna di noi infatti pensò alla sua nudità. Su una cosa dimostrammo di avere univocamente ragione.

«Le mie donne posano nude per mostrare il cervello» (Vanessa Beecroft).

Nuovamente in fila, ci controllarono un’ultima volta i veli e non veli, gli sguardi e non sguardi, ci sorrisero accompagnando i nostri passi con delicati spruzzi di essenza di rosa. A ciascun colore di stoffa era stata dedicata una particolare fragranza, mi riferisco nello specifico a Paola, l’“inquieta” donna in nero.
Mentre il MAXXI era ancora chiuso, noi uscimmo dall’auditorium per prendere posto sul nostro “piedistallo”. Da quel momento le nostre bocche si chiusero. La trasformazione ormai stava giungendo al suo compimento: si sarebbe realizzata infatti solo nel momento in cui fosse arrivato il pubblico, nell’istante in cui il primo spettatore avesse rivolto il suo sguardo verso di noi.

Perché l’arte è dialogo.

Ricordavo bene la mia posizione. Ricordavo bene il regolamento che prevedeva che saremmo dovute rimanere obbligatoriamente in piedi per i primi 20 minuti e per l’ultima mezz’ora. Durante il resto del tempo, avremmo potuto sederci e/o stenderci ma occupando sempre lo stesso identico spazio.

La prima ospite a entrare e a scattare una foto, che non avrebbe potuto scattare, è stata Suzy Menkes.

Suzy Menkes on Instagram - Vanessa Beecroft VB74

A lei, tutti gli altri seguirono. Passato il red carpet, varcata la soglia e preso il primo bicchiere di champagne, la vista dei visitatori d’eccezione veniva catturata dalla “VB74”. Davanti a noi hanno sfilato Corrado Augias, Eva Cavalli, Alberta Ferretti, Carla Fendi, Matteo Garrone, Stella Jean, Margareth Madè, Achille Bonito Oliva, Diego Perrone, Miuccia Prada, Fausto Puglisi, Jane Reeve, Ermanno Scervino, Carlo Verdone… (solo per citarne alcuni).

Alberta Ferretti on Instagram - Vanessa Beecroft VB74

Davanti a me si è fermata Franca Sozzani, a sua volta fermata dal giovane della sicurezza che le ha impedito di farmi una foto. Non potei dire niente.
Davanti ai miei occhi passarono i miei miti, le creative menti a cui costantemente rivolgo la mia attenzione, i miei sogni, le mie letture. Non potei dire niente.

Rimasi immobile. Non potei sorridere, non potei presentarmi.
Ero consapevole però, e me lo confermavano i loro sguardi, che le altre 29 donne e io eravamo riuscite a provocare negli spettatori un’irrefrenabile sindrome di Stendhal.
Questo non lo potrò mai dimenticare.

Non rivelerò mai chi tra quei celebri ospiti affermò: “Io sarei svenuta”; chi, sorpreso, tornò indietro e meravigliato esclamò: “Ma sono vere! Non sono statue!”; chi come mosso da irrefrenabile impulso social scattò foto di soppiatto; e chi nemmeno ci considerò voltandoci le spalle.

Cominciavo con l’osservare i loro volti, i loro gesti, i loro abiti e terminavo col seguire i loro passi, accompagnando i loro piedi fino a che non sparivano dal mio orizzonte.

VB74 Copyright © Vanessa Beecroft, produzione MAXXI. Foto Musacchio, Ianiello e Napolitano, courtesy Fondazione MAXXI

Il velo io non l’ho percepito.
Ma io “nuda” non mi sono mai sentita.
Ma io “ferita” non mi sono mai sentita.

Ritengo di aver vestito un velo diverso.
«È Maya, il velo ingannatore, che avvolge il volto dei mortali e fa loro vedere un mondo del quale non può dirsi né che esista, né che non esista; perché ella rassomiglia al sogno, rassomiglia al riflesso del sole sulla sabbia, che il pellegrino da lontano scambia per acqua; o anche rassomiglia alla corda gettata a terra, che egli prende per un serpente» (A. Schopenhauer, Il mondo come volontà e rappresentazione, 1819).

Eravamo 30 donne. Eravamo un’opera d’arte. Rappresentavamo pensieri e imponevamo riflessioni.
Eravamo il noumeno che guardava il fenomeno schopenhaueriano nella speranza che qualcuno riuscisse a guardare oltre il velo, a squarciare il velo di Maya, a scoprirci e a scoprire di più.
Nell’attesa, io decisi di sedermi. Spostavo le gambe e cercavo di sgranchirmi un po’. Il primo giorno non mi distesi mai, il secondo cedetti.
Sinceramente non pensai a nulla di preciso e di particolare. Vissi il momento. Vissi l’opera. Imparai a vivermi di più. 

VB74 on Instagram

Quando anche l’ultimo ospite ebbe lasciato la sala d’ingresso, ci fu dato il permesso di scendere dalla pedana e di lasciare il nostro mondo di spazi e di specchi. Io non sentivo più i miei piedi, o forse sentivo troppo dolore per accorgermi razionalmente che il primo giorno di performance era finito. Ci muovemmo nuovamente in fila indiana e, una volta raggiunta la porta dell’auditorium, ci togliemmo le scarpe e corremmo chi a cambiarsi, chi in bagno, chi a mangiare e chi a farsi struccare.

Io mi sentivo stancamente carica di adrenalina. Ero raggiante, malgrado i segni della fatica. Ero triste, malgrado la grande felicità, perché sapevo che il giorno dopo sarebbe stato l’ultimo giorno del VB74. L’ultimo giorno da opera d’arte, le ultime ore insieme alle altre meravigliose 29 donne, amiche di vita.

Il 30 novembre, tutto si è ripetuto secondo il collaudato rituale, seguendo l’organizzata scansione dei tempi-non tempi. Noi eravamo ormai di casa. Io mi sentivo a casa. Questa volta i miei capelli non furono un problema: la sera prima li avevo lavati e subito raccolti in una naturale treccia. Sapevo già da chi sarei stata truccata, da chi sarei dovuta essere pettinata. Sapevo che ci sarebbe stata nuovamente la foto di gruppo, sapevo che avremmo dovuto posare per la serie di polaroid d’artista. Quest’ultimo fu per me un altro momento di grandeemozione. Seppur consapevole di essere diventata per quei due giorni creatura di Vanessa Beecroft, l’artista mi era stata sempre lontana come una divinità perfetta e osservatrice. Durante l’ultima serie di scatti però, Vanessa Beecroft si muoveva tra di noi come se si trovasse tra le pedine di una scacchiera. Guardava, sceglieva un corpo, un volto, un particolare da fotografare; si avvicinava e scattava. Spesso me la ritrovai davanti, spesso accanto; sempre fu per me una grande emozione; sempre è stata per me una grandeemozione. Fui catturata anch’io da una particolare sindrome di Stendhal. Io le avevo donato il mio corpo e lei lo immortalava innalzandolo a sua creazione per sua opera e somiglianza.

Così come la poesia, anche l’arte in sé ha il potere di eternare.

Le tre ore della seconda performace arrivarono rapide e noi ormai ci dimostrammo veterane esperte nel nostro mondo-non mondo.

VB74 Copyright © Vanessa Beecroft, produzione MAXXI. Foto Musacchio, Ianiello e Napolitano, courtesy Fondazione MAXXI 2

Questa volta, non riuscii a riconoscere i volti degli spettatori forse persa più in me stessa che nella ricerca dell’altro. Sentii il mio seno, sentii le mie gambe, sentii le mie mani addormentate, sentii il mio naso e la mia bocca senza quasi più saliva. Questa volta, notai l’insistenza di curiosi sguardi ossessivi e provai un po’ di fragile indisposizione. Decisi così di volgere il mio sguardo altrove, guardare altri, guardare altro. Mi inventai storie che partivano dai piedi delle persone davanti a me, immaginavo legami e relazioni, disegnai racconti, così come era solita fare la mia mente persa in mezzo alla gente. Sentii la gamba di Tatiana, così spostai la mia. Lo spazio cominciava a starci stretto. Quando mi stesi, percepii la terra ma non vidi il cielo. Quando infine mi alzai, non sentii più il peso della fatica. Niente aveva ormai peso.

VB74 on Instagram

Chissà cosa si prova a essere un’opera d’arte?”, mi ero ripetutamente chiesta sin da quando avevo cominciato a parlare e, da piccolissima, avevo urlato: “L’arte è bella!”. Questa volta, ancora una volta, me l’ero chiesto con insistenza.
E adesso, finalmente, sapevo cosa si nascondeva dietro la malinconia delle donne di Degas, dietro la malizia della Venere del Tiziano, dietro il tormento della Notte di Van Gogh.
Malgrado l’assenza di limiti, io la distanza dal pubblico l’ho percepita. Malgrado l’assenza di cornici, io l’ideale presenza del vetro l’ho sentita. Nel reciproco gioco del guardare, non c’erano impedimenti a ostacolare la fruizione dell’opera da parte dello spettatore, non c’erano barriere a chiudere lo sguardo dell’opera verso il suo osservatore.
Ma io in tutta quella costruzione di luci e riflessi, di gesti e di non sguardi, di piedi, di mani e di non voci, mi ero sentita sola.

Questa è la mia nuda verità.

Avrei voluto tendere il braccio verso il mio più prossimo osservatore e invitarlo a sedersi accanto a me. Avrei voluto che questi accettasse, avrei voluto che questi decidesse di mettere in gioco il suo corpo fisico per un ideale artistico.
Avrei voluto, ma non avrei potuto.
Fatto sta che durante quelle serate nessuno ha squarciato il velo. 

Essere o non essere?
Essere o apparire?
Noi siamo “Bellissima”.

#VB74  #followtheartgirl

VB74 Copyright © Vanessa Beecroft, produzione MAXXI. Foto Musacchio, Ianiello e Napolitano, courtesy Fondazione MAXXI 2

Special thanks: Vanessa Beecroft, Art & Vibes, Giulia Lupo e Teresa, Gloria Maria Cappelletti, Sabrina Querci, Marco Biaggi, Alessandro Floris, e ovviamente ringrazio di cuore le mie 29 compagne d’opera d’arte.

Credits:
photo: VB74 Copyright © Vanessa Beecroft, produzione MAXXI. Foto Musacchio, Ianiello e Napolitano, courtesy Fondazione MAXXI

dresses: Atelier Bomba
make up: il team della Simone Belli make up academy

AMOlinks:
http://www.vanessabeecroft.com/frameset.html
http://www.fondazionemaxxi.it
http://www.artandvibes.com
https://i-d.vice.com/it/article
http://d.repubblica.it/moda
http://m.vogue.it/suzy-menkes/suzy-menkes
http://video.repubblica.it/spettacoli-e-cultura/maxxi-essere-o-apparire-la-performance-di-vanessa-beecroft/185152/184024
http://www.ilmessaggero.it/moda
http://cristinabomba.com