Leggi in inglese, read in italian”, così diceva Pistoletto.
Il cibo è ormai sulla bocca di tutti. E in occasione dell’inizio dell’Expo 2015 credo che nessun’altra immagine sarebbe più adatta.
In un mondo in cui ormai avere le “mani in pasta” sembra essere l’unico pensiero e in cui le ricette del medico sono state largamente superate da quelle culinarie, Milano è diventata ufficialmente il centro di questo universo cibo-centrico dove il punto “c” sta per carne, cavolo, carote, caponata e capesante…

Arts & Foods. Rituali dal 1851” alla Triennale di Milano è il primo padiglione di Expo a essere stato inaugurato all’inizio di aprile e fino al 1 novembre sarà, insieme a “Cucine e Ultracorpi”, l’unico fuori dall’area ufficiale dell’Esposizione universale.

La mostra, curata da Germano Celant e con l’allestimento dello Studio Italo Rota, racconta la relazione tra arte (arti) e cibo dal 1851, anno della prima Expo di Londra, a oggi. Il risultato è spettacolare, monumentale: 7 mila metri quadrati di arte e stimoli a 360 gradi che coinvolgono la pittura, la fotografia, la scultura, il design, la moda, il cinema, i media, l’architettura…

La mia lista della spesa conta più di 2000 opere.

Arts & Foods. Rituali dal 1851, La Triennale di Milano, Eloisa Reverie Vezzosi

«Per gli esseri viventi mangiare significa assumere qualcosa che è altro da sé per assimilarlo e trasformarlo in energia». Questo processo coincide per Franco Marineo «con un’appropriazione che punta a “rendere simile”, a trovare un denominatore comune tra due elementi diversi tra loro. Possiamo assimilare dei legumi, per esempio, ma non la plastica».

«L’uomo è ciò che mangia», come non ricordare Feuerbach e il suo materialismo?
Dal cibo come bisogno primario siamo passati a chiederci in che modo e con quali mezzi, dove, quando, quanto, cosa, se, perché mangiare. Siamo passati così dalla praticità all’estetica estrema sia di quello di cui ci cibiamo sia di come lo facciamo.
E anche l’arte ha subito questa trasformazione.
«La bellezza sarà commestibile o non sarà», affermava Dalì.

Arts & Foods. Rituali dal 1851, La Triennale di Milano, Eloisa Reverie Vezzosi

Seguendo e non seguendo la visione “cronologica e labirintica” voluta dal curatore, i miei sensi e io ci siamo seduti in “un’armonia originale della tavola” insieme a rituali e ultracorpi.
Uno degli aspetti legati alla rivoluzione realista e impressionista è stato senza dubbio la rivalutazione dell’importanza visiva del cibo. Fiorì infatti un vivo interesse per la natura morta. Manet dipinse un prosciutto e un mazzo di asparagi; Monet pesche, meloni oppure mele come Paul Cézanne; Renoir la baguette; Pissarro le pere, fino all’uva e ai gamberi di Caillebotte. E non furono sicuramente da meno le tele di Braque, De Pisis e Scipione; e in seguito Mirò, Matisse e Severini. I déjeneurs ottocenteschi divennero grandi soggetti delle tele. E poi si ritrovavano tutti au café: sia che fosse “Un bar aux Folies-Bergères o unCafé-concert” o un solitario assenzio. La rivoluzione della tavola però fu a Vienna: l’ornamento era visto come un’immediata dimostrazione di una nuova identità. “Ora Moser e Hoffmann stanno cercando di risolvere il problema a modo loro: tutto quello che fa parte della tavola apparecchiata, la decorazione e gli utensili, deve essere progettato, ordinato e disposto secondo le idee moderne”, così una giornalista commentava l’inaugurazione del 1906 de “La tavola apparecchiata”. Le posate divennero necessari oggetti di design per uomini che all’origine erano stati brutali carnivori. Ridondante appare il tavolo da lavoro/desco di Gabriele D’Annunzio, essenziale la cucina di Le Courbusier, e per la fotografia? Quest’ultima era mezzo di studio per gli artisti come Picasso e Braque, emancipò la pittura.

D’altronde, quando Irvin Penn fotografava un uovo al tegamino era per immortalarne il colore lucente pronto a morire.

Arts & Foods. Rituali dal 1851, La Triennale di Milano, Eloisa Reverie Vezzosi

«Ma che dirà il pubblico quando conoscerà l’esistenza di una nuova scuola di cucina che sta all’antica arte culinaria come il drammatismo sta all’antica poesia e come il cubismo all’antica pittura!» affermava il Manifesto del Cubismo del primo gennaio 1931 (Guillaume Apollinaire).
«Pur riconoscendo che uomini nutriti male o grossolanamente hanno realizzato cose grandi nel passato, noi affermiamo questa verità: si pensa, si sogna e si agisce secondo quel che si mangia», affermava il Manifesto della Cucina futurista del 28 dicembre 1930 (Filippo Tommaso Marinetti).
E tra lo “Sviluppo di Bottiglia” di Boccioni e la “Frutta e Liquori” di Soffici, troviamo il “Poema del vestito di latte”.
«Servilità belante e odorosa dei grani che maturati sognano le grazie tue o Latte / Arrenditi non rimandare lo spasimo t’invochiamo sei il bellissimo nastro dei nastri resistente veloce panorama tattile dei più celestiali pascoli alpini ti chiamerò Cielo-manuale Muscolodelvento Strizzamipure Tessutomaterno ma tu sciorina in giro vestiti d’inventata carnalità inguainami di serena bontà» (Marinetti, 1983).

Arts & Foods. Rituali dal 1851, La Triennale di Milano, Eloisa Reverie Vezzosi

Il potere evocativo del cibo, delle sue forme, colori, packaging, e quello della cucina, dei suoi arredi, del suo design colpiscono infatti anche la moda. Nel 1936 Elsa Schiaparelli realizzò un cappellino a buccia d’arancia, i corsetti di cozze di Alexander McQueen sono del 2001, e il gilet di piatti rotti di Martin Margiela faceva parte della collezione couture del 1989/1990.

Arts & Foods. Rituali dal 1851, La Triennale di Milano, Eloisa Reverie Vezzosi

La “Campbell’s Soup” di Warhol ha trasformato il logo in un “archetipo epocale”.
Seguendo il ritmo della luminosa scritta “EAT” del “The Electric” di Robert Indiana, tra il vecchio caravan, uno specchio di Pistoletto e il trionfo del design, nella prima sezione della mostra si ricordano anche e si celebrano le icone della pubblicità, prima tra tutte la Coca Cola che ha il suo piedistallo.

Arts & Foods. Rituali dal 1851, La Triennale di Milano, Eloisa Reverie Vezzosi

Una volta chiusa la porta si incontra il baracchino del McDonald’s che ci invita a salire le scale e, come in un salto temporale, ci conduce nel nostro mondo consumistico.

Arts & Foods. Rituali dal 1851, La Triennale di Milano, Eloisa Reverie Vezzosi

Superata la soglia, sembra di trovarsi su un altro pianeta oppure in partenza per raggiungerlo. “Vengo in pace” penso convinta, temendo di incontrare un alieno culinario. In primo piano mi accoglie un’artistica navicella spaziale, il “Satellite Kitchen” di Luigi Colani, seguita da un esercito di frigoriferi Electrolux, vuoti di cibo ma pieni di luce.

Arts & Foods. Rituali dal 1851, La Triennale di Milano, Eloisa Reverie Vezzosi

Nelle due sale successive, la 1A e la 1B, si parla di allarmi con oggetti piccoli di design come il Minute Timer di Sergio Carpani o il Coniglio Mattia di Alessi o con grandi salvavita come i sensori, le videocamere e le sirene di Biticino.
Ghiaccio, fuoco, terra, aria, suono, tagliare e mixare, aroma: questi sono gli elementi della “cucina, luogo di passione”.

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Una stanza piena di frigoriferi, dai modelli della metà del ‘900 fino a oggi, lascia il posto a quella delle cucine elettriche, dalla cucina economica anni ’40 fino alla OG188S, seguita dalla compostiera.it di Sartori Ambiente e dalla Bilancia Organica di Gabriele Fiocco. Si respira grazie alla “Nuvola” di Falmec Lab o alla “Pescecappa” di Gaetano Pesce; si ascolta il concerto di strumenti come La Granita e il Frullatore a immersione di Girmi, La Grattugia e il Macinacaffé di Bacchetta-Traganzan, lo Spremiagrumi di Mendini e il Toast di Trabo; e intanto si sogna il mondo di “Alice nel paese delle meraviglie”. Uscita indenne dall’Affettatrice di Beper e dal Trita Express di R.G.V., nell’aria idealmente si sente un intenso e aromatico odore di caffè: infiniti sono i modelli di macchina che mi trovo davanti, dalla Turka alla Gialla e dalla Vesuviana alla Veneziana. Questo è l’“Enviroment” e lo afferma anche l’opera di Ettore Sottsass della stanza 7.

Arts & Foods. Rituali dal 1851, La Triennale di Milano, Eloisa Reverie Vezzosi

La Eat art nasce nel 1970 a Düsseldorf nella Eat Art Galerie di Daniel Spoerri. Il cibo divenne materia prima, concetto o componente essenziale dell’opera d’arte. Non nacquero “solo” performance ma anche veri e propri eventi gastronomico-artistici organizzati da Fluxus.

Così mi sono fermata a osservare gli utensili di Daniel Spoerri e ho cercato di cucinare con lui e Robert Filliou delle artistiche uova al tegamino, “Tondre un Œuf”.

Arts & Foods. Rituali dal 1851, La Triennale di Milano, Eloisa Reverie Vezzosi

Resto interdetta: avrebbe dovuto essere esposta all’aperto e sottoposta al tempo e alla fame degli uccellini l’opera di Giuseppe Penone, il suo “Pane alfabeto del 1969, un filone di 2,70 metri nel quale sono state inserite lettere dell’alfabeto in ferro. Cerco di seguire le tracce olfattive ma, malgrado davanti a me compaiano schierate sul muro le infinite bilance di caffè dell’opera di Kounellis, percepisco solo un forte odore di pane e unintensa puzza di muffa.

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Sarà per l’“Igloo del pane” di Mario Merz o la “Bread House” di Urs Fischer, tanto il senso è coinvolto quanto il significato simbolico è forte, (d’altronde questo era l’alimento delle origini della storia dell’umanità); o sarà forse dovuto al sentore di muffa che esalerebbe dall’opera di Antoni MiraldaPatriot Banquet”, dove i piatti patriottici sono lasciati nelle teche; o sarà per le foto inodore ma innegabilmente evocative di Cindy Sherman?

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Non mi fermo a tavola con Mona Hatoum e con la sua “Deep Throath”; soffio le candeline-sempre-accese della “Useful Art No.3” di Edward e Nancy Reddin ma mi muovo verso la contemplazione della Cena per eccellenza: l’iconico Cenacolo che resta caratterizzato dalla sua aura sacrale anche nell’opera della modernissima Vanessa Beecroft. Sono forse le cucine in movimento mentre io resto immobile? Credo sia il modello di Claes Oldenburg e Coosj van Bruggen del 1987 a confondermi.

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Ho sempre pensato che se proprio avessi dovuto mangiare una cipolla cruda l’avrei potuto fare solo insieme a Marina Abramović.

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Negli anni ’50 bastava sfogliare una rivista o accendere il televisore per restare catturati da un’infinita teoria di immagini alimentari. La Pop art e i suoi predecessori sfruttarono così ciò che veniva sempre riprodotto, “l’iperreale” dilagante.
È evidente che anche nell’arte era nata una mitologia dell’American Dream, come nel caso della “Daddies Tomato Ketchup” (2007), che «rappresenta allo stesso tempo la tradizione del barbecue familiare, la cultura paternalista, il cibo dei fast food, la parabola storica e culturale dell’impero americano» (Stefano Chiodi), o del “Big Big Mac” di Tom Friedman. Dietro al “B(w)anker” che stappa una bottiglia, opera di Yinka Shonibare MBE, compaiono “Cake” e “Bread with Egg”, due opere di Jeff Koons “dai tratti tipicamente kitsch dipinti in trompe l’oeil con la stucchevole perfezione di un menù di cibi industriali”. Sembra quasi un ingrandimento macroscopico, ma tu cosa ci vedi?

Arts & Foods. Rituali dal 1851, La Triennale di Milano, Eloisa Reverie Vezzosi

Il cibo in un’era di relazioni si sposta dalla semplice contemplazione alla soggettività estetica dove arte e non arte sono distinte da una linea molto sottile. La “Buon voyage Monsieur Ackermann” è una berlina gialla del 1969 equipaggiata con telecamere e una cucina portatile nel bagagliaio; realizzata da Tiravanja e Franz Ackemann venne usata per un viaggio in Europa ed esposta alla Biennale.

Arts & Foods. Rituali dal 1851, La Triennale di Milano, Eloisa Reverie Vezzosi

Il cibo viaggia per strada con lo street food come nella terra indiana delle opere di Subodh Gupta, “Ancestor Cupboard” e “Two Cows”, o veglia intorno al fuoco come per gli “Sleeping Dogs” di Dennis Oppenheim, o ti fa perdere il senso dell’orientamento mostrando il mondo globalizzato di un “S*perm**k*t” attraverso l’immagine “99 cent II” di Andreas Gursky.

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Indipendentemente dai bisogni, dalle mode e dalle circostanze l’uomo resta un animale onnivoro. Che sia design, moda, fotografia, architettura, pittura… L’uomo resta un animale onnivoro, il cibo il suo migliore amico e l’artista il contadino pronto a seminare novità.

Arts & Foods. Rituali dal 1851, La Triennale di Milano, Eloisa Reverie Vezzosi

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#artsandfoods #followtheartgirl

Credits:
Special thanks to Trussardi
Stylist: Ilaria Chionna
Hair & Make-up: Arianna Goldoni
Photo: Cristina Risciglione crphotographer.it 

AMOlinks:
La Triennale di Milano
www.expo2015.org