Viviamo in un mondo fatto di codici, noi stessi lo siamo senza neanche rendercene conto.
Sono fatti per identificare e catalogare, e tra quello fiscale e quello genetico esiste anche il codice artistico.

L’indagine su quest’ultimo potrebbe risultare ancora una volta assai ardua se non fosse per Venezia e la sua 56esima edizione della Biennale.
Con 89 esposizioni nazionali straniere e su una superficie 46.000 mq + 6.526 mq + 50.000 mq di Giardini, Sale d’Armi e Arsenale (esclusi quelli dei 44 eventi collaterali!) nasce “All the World’s Futures” e la nostra riflessione sullo “stato delle cose”.

«In che modo artisti, filosofi, scrittori, compositori, coreografi, cantanti e musicisti, attraverso immagini, oggetti, parole, movimenti, azioni, testi e suoni, possono raccogliere dei pubblici nell’atto di ascoltare, reagire, farsi coinvolgere e parlare, allo scopo di dare un senso agli sconvolgimenti di quest’epoca?»: questa è la domanda principale che l’esposizione pone secondo Okwui Enwezor, il primo curatore di colore della storia della manifestazione.

Perché le novità di questa edizione sono molte.

La Biennale di Venezia, Eloisa Reverie Vezzosi

Il tema centrale comprende “Filtri” di indagine paralleli che rappresentano un dialogo aperto tra lo stesso curatore, gli artisti, gli attivisti e il pubblico. “All the World’s Futures” è un “Parlamento delle Forme”, è una Biennale che si concentra sulla realtà socio-geo-politica mondiale, che dà voce alle donne e alle minoranze, che trasforma i Giardini nell’anti-Eden per eccellenza, che parla del capitale a partire dalla lettura del “Capitale”, e che mette in discussione l’“apparenza delle cose”.

L’arte diventa ufficialmente veicolo di comprensione.
«L’arte oltrepassa i limiti nei quali il tempo vorrebbe comprimerla, e indica il contenuto del futuro», diceva Kandinskij.
L’arte passa dalla parola scritta e letta attraverso i corpi degli uomini, i video, le performance, la fotografia… Ma siamo certi che sia questo il codice dell’arte?

Da che parte cominciare?”. Io consiglio di iniziare dal proprio Stato che magari, anche se piccolo, distante e apparentemente arretrato, appagherà momentaneamente la vostra curiosità spingendovi poi a conoscere gli altri artisti e i loro mondi per sapere se sono migliori del vostro.

Guardando la pianta del Padiglione Italia, come prima cosa sembra di trovarsi davanti allo schieramento di una squadra di calcio, riserve incluse: 19 artisti, Umberto Eco compreso.La Biennale di Venezia, Eloisa Reverie Vezzosi

Il codice Italia è memoria. Ciascun artista si è appropriato della storia rivoluzionandola e facendola accadere oggi. Indipendentemente dalle condivisibili critiche di molti di essere “poco emozionanti”, questi hanno creato inedite opere-simbolo e manifesti di poetica come lo stesso curatore, Vincenzo Trione, aveva richiesto.

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Superato l’ingresso, con l’omaggio all’Italia di Peter Greenaway, la nostra memoria viene ufficialmente riattivata.
Per Alis/Filliol la materia è memoria: la sua monumentale scultura in poliuretano e terra è ispirata all’opera di Medardo Rosso e agli echi della statuaria equestre. Per Francesco Barocco la forma è memoria: i suoi tre studi sull’idea di testa sono icone classiche senza tempo. Per Vanessa Beecroft l’Avanguardia è memoria ma la memoria è senza tempo: attraverso una fessura tra due pareti di marmo è possibile vedere “un giardino di pietra” con al centro un omaggio in bronzo all’“Étant donnés” di Marcel Duchamp.

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Per Jannis Kounellis la fonte è memoria: su una parete di binari sono rigidamente ingabbiati dei cappotti neri quasi a formare un codificato fregio rinascimentale prima celebrato ma poi subito negato dalla povertà della sedia posta lateralmente. Per Luca Monterastelli il linguaggio difficile è quello delle memoria: la colonna in torsione e dinamico movimento si riafferma elemento scultoreo assoluto con evidenti richiami a un Barocco depositato da stratificazioni.

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Per Mimmo Paladino l’uomo è memoria: tra elementi naturali e geometrie si erge una figura solitaria, il nuovo Vitruvio d’avanguardia di leonardiana memoria. Nel suo omaggio all’Italia, per William Kentridge la cronaca è memoria tra “Triumphs & Laments”: espone i disegni come storie per una nuova Colonna Traiana che conducono lo spettatore in un viaggio da Remo a Pasolini.

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Appurato che per noi italiani l’unico modo per costruire un futuro solido è conoscere bene il passato, appare necessario rivolgersi verso nuovi codici artistici.

Il padiglione che ho amato: Giappone
La giapponese Chiharu Shiota realizza opere con materiali quotidiani e pieni di ricordi incentrati sulla riflessione tra vita e morte. Dopo l’immagine di apertura di “The Key in the Hend” di una bambina che tiene nel palmo della mano una chiave, l’artista ha invaso il padiglione con infiniti intrecci di filo rosso alla cui estremità ciascuno porta una chiave. Ognuno di noi possiede un suo scrigno di memorie, esperienze di vita e speranze sul futuro. Ognuno di noi è una chiave. Incontrandoci tessiamo fili e trasmettiamo i nostri veri sentimenti come una pioggia di ricordi che cade dal soffitto e che è catturata dalle due barche della sala. Nessuno si salverà da solo.

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Il padiglione che mi ha particolarmente colpito: Germania.
Il padiglione tedesco diventa una virtuale e “scomparsa fabbrica dell’immaginazione”, fatta di racconti politici e di indagine sulla nostra cultura visiva.
Gli attori che popolano le opere dei tedeschi Olaf Nicolai, Hito Steyerl, Tobias Zielony e Jasmina Metway/Philip Rizk sono figure di ribellione e insieme di riflessione sul “lavoro” e la “migrazione”. Sono i lavoratori e i disoccupati che raccontano le dinamiche dell’azienda da cui sono stati licenziati, sono i rifugiati africani trasferitisi ad Amburgo e a Berlino, è la “luce digitale” che trasferisce ogni nostra esperienza in un mondo totalmente virtuale, è la libertà evocata dal tetto come luogo “eterotropo”, rispetto a qualsiasi altro tipo di mezzo visivo indagato nelle quattro sale.

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Quello che ho trovato più di impatto: Grecia.
A volte basta veramente poco per trasmettere con efficacia uno specifico messaggio. Riflettendo sul rapporto uomo-animali, Maria Papdimitriou porta a Venezia Why you look at animals? AGRIMIKÁ”, un vero e proprio negozio di pellami e cuoio. L’uomo si è sempre sentito diverso da tutti gli altri animali a causa del suo egocentrico antropocentrismo, ma la questione è complessa e coinvolge la politica, la storia così come l’economia, l’etica e non soltanto l’estetica. Siamo consapevoli di non essere soli su questo pianeta? Nell’ambiente apparentemente in rovina del padiglione greco, gli Agrimikà, gli animali non addomesticabili, sono il simbolo della nostra resistenza al degrado che ci circonda. Non sempre è l’uomo a essere il cacciatore.
È stata una lupa a rendere possibile la nascita di Roma, non dimentichiamocelo mai.

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Quello che mi ha proiettato nel futuro: Repubblica di Corea.
L’istallazione filmica di Moon Kyungwon e Jeon Joonho racconta il futuro come se fosse una retrospettiva. La protagonista di “The Ways of Folding Space & Flying” vive in un mondo bianco, una “prigione dorata” perfetta e tecnologicissima: riesce a superare qualsiasi limite fisico e qualsiasi tipo di barriera. Per lei tutto è possibile, anche volare. Ma questa proiezione di futuro è fantasia, sogno o racconto mitologico? Ed è proprio così che cambieranno le cose?

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Quello per cui ho fatto più coda: Stati Uniti.
E se il futuro arrivasse “Without a world”? “Il tempo è l’inizio e la fine della creazione del mondo”, afferma Halladór Laxness in “Sotto il ghiaccio”. E proprio a questo autore si ispira la riflessione sulla fragilità della natura dell’americana Joan Jonas, figura centrale del movimento della Performance art. Ogni spazio del padiglione USA ospita una creatura, un ambiente e una narrazione a metà tra il video, il teatro e la scultura. Le stanze si animano tra fantasmi di Cape Town provenienti dalla tradizione orale e le musiche di Jason Moran. Gli animali e i paesaggi canadesi della Nuova Scozia interagiscono con un gruppo di bambini dai 5 ai 16 anni che dà il volto alla storia. Allora forse c’è ancora speranza?

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Quello che ho trovato più irriverente: Gran Bretagna.
L’inglese Sarah Lucas unisce scultura e fotografia, umorismo e provocazione. L’artista si diverte a giocare con i luoghi comuni su tematiche quali genere e sessualità. Ispirandosi al Surrealismo per “Penetralia” e all’arte cicladica di Atene per “NUD”, Lucas porta a Venezia i suoi calchi in gesso di peni in erezione e le sue figure astratte biomorfe realizzate con collant imbottiti che suggeriscono immagini di seni e orifizi. Avete mai visto metà corpo rilassarsi mentre sta seduto e il suo ombelico si fuma una sigaretta?
Sicuramente tutte queste opere sarebbero potute rientrare tematicamente nell’“edicola” di “Materiale per adulti, vietato ai minori” dello spagnolo Francesc Ruiz. Ma nei padiglioni della Biennale è vietato sconfinare.

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Quello che ho trovato più coerente con l’indagine della realtà: Olanda.
Nuovamente c’è da chiedersi: siamo consapevoli di non essere soli su questo pianeta? Per l’olandese Herman De Vries la natura è la vera opera d’arte, densa di forme, immagini e significati. In sessant’anni di attività, è passato dall’approfondimento dei testi buddisti all’adesione al movimento internazionale ZERO, realizzando in questa fase dipinti monocromi. Il suo obbiettivo era aumentare la consapevolezza della natura come universo di libertà autonoma, finché non ha deciso di portare al centro della sua indagine l’uomo e l’arte contestualizzati nella natura. A Venezia Herman De Vries mette a confronto il biotipo bavarese con quello veneziano e rende il visitatore testimone delle critiche condizioni dell’habitat italiano. Per diffondere grandi messaggi, a volte basta solo un po’ di poesia e l’arte fatta di piccoli oggetti.

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Quello che ho trovato più in linea con la complessità delle cose che ci circondano: Spagna.
Sotto l’ala protettiva di Dalì, maestro e fonte di ispirazione nel suo essere complesso e provocatorio, sono posti i tre progetti dei tre artisti in mostra. Tra l’attenzione politica del duo Cabello/Caraceller e l’edicola come luogo di indagine della società e della storia dei personaggi gay da parte di Francesc Ruiz, Pepo Salazar realizza sculture dinamiche unendo gli oggetti più diversi (da parrucche a vasche di patatine al formaggio) con i miti della cultura bassa e popolare, di cui Britney Spears diventa l’emblema. Le strutture presentate sono complicate come è multiforme e varia la realtà che ci proponiamo di indagare. E l’odore di patatine al formaggio è nauseante, ve lo garantisco.

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Quello che non mi ha colpito ma mi ha permesso di ricredermi su un altro padiglione: Messico.
Mi aspettavo di scoprire molto entrando nel “Nuovo Mondo” ma la mia attesa non è stata ripagata. Ho trovato raffinato il lavoro di Tania Candiani e Luis Felipe Ortega ma sono finita col guardarmi attorno e chiedermi: “E poi? Allora finisce qui?”.

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Proseguendo di pochi passi sono così entrata nel Padiglione della Santa Sede, che confesso di non aver inserito inizialmente nella mia lista di spazi da non perdere assolutamente. Il tema sviluppato è quello del “Principio”, della relazione tra il Logos e la carne, e indipendentemente dall’essere credenti o meno il risultato è avvolgente.

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Quello che ho trovato inaspettatamente poetico: Svizzera.
Con “Our Product” Pamela Rosenkranz porta a Venezia un roseo panta rei di materiali. Carneam, Evoin, Magmelia, Neoten, Rilin, Solood, Visorb, Aspirina, Acrilico, Metilene, Elastan, Silicone e Titanio: sono questi gli ingredienti che l’artista svizzera ha usato per rappresentare l’uomo come traccia fluida in un mondo in continuo divenire. Il soggetto e l’oggetto del suo lavoro si uniscono indissolubilmente e appaiono indistinguibili. Noi uomini dobbiamo capire che non siamo né l’origine né la fine dell’universo ma solo tanti momenti, pigmenti, punti e fili. Cosa significa davvero essere “esseri umani”?

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Quello che avrei voluto visitare ma non ci sono riuscita: Israele.
Il progetto site specific di Tsibi Geva coinvolge sia l’esterno che l’interno del Padiglione, trasformandolo in un’opera a cielo aperto. Questo appare avvolto da centinaia di pneumatici neri usati, abbandonati, dipinti e così modificati: sono legati al concetto di casa tanto amato dall’artista.
All’interno sono presenti oggetti che rappresentano parti fondamentali di un’abitazione: cemento, grate, persiane, porte. Sono frammenti liberi da gerarchie e simboli di un acceso dibattito mondiale su politica, immigrazione e identità in un’epoca tanto instabile.

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In un mondo in cui si cerca di dare lezioni sul futuro e in cui si grida all’apocalisse dicendo che senza arte il futuro non esiste, è giusto fermarsi a riflettere ed è ancor più giusto che a far pensare sia l’arte stessa. In questa Biennale ho visto tanti video, tante immagini, tante statue, corpi e simboliche manifestazioni. In questa Biennale tra i tanti suoni, ho visto anche tante parole. Si dice che ormai le persone guardino solo le figure. Io non ci credo. Nell’arte vincono le lettere, che siano al neon o scritte a matita. Forse non si leggerà più in letteratura e non si guarderà più un dipinto, ma si osserva la parola e si traduce l’immagine in suono. Non so se questo sarà il futuro dell’arte e non credo nemmeno che l’arte diventerà leggibile attraverso un unico codice, ma sono convinta di questo: l’arte rimarrà in codice e possiamo solo esercitarci a darle nuove interpretazioni.

La Biennale di Venezia, Eloisa Reverie Vezzosi

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#ALLTHEWORLDSFUTURE #followtheartgirl

Credits:
Special thanks to:
Paolo Di Landro
360+One Quarter
Le Madamadorè
Photo: Caterina De Zottis www.cdzph.tumblr.com @cdzphotograhy

AMOlinks:
La Biennale di Venezia
I numeri della Biennale – Artsy
Il mio articolo per i-D su The Venetian Blinds
Il mio articolo per i-D sulle novità della Biennale