Il tempo della moda è “impaziente”.
È scandito da rituali, è basato su codici, è ciclico ma caduco, è universale ma individuale.
È una forma d’arte, sicuramente la più virale.
La moda è energia sociale. Siamo tutti coinvolti.

Dai cambiamenti climatici alle lotte salariali passando per il consumo idrico e l’identità di genere, sono molti gli artisti che si sono serviti di questa fashion energy come mezzo di diffusione dei loro messaggi socialmente impegnati. Così, come ho già avuto modo di dire recentemente, sono numerosi i designer che usano spesso le loro collezioni e passerelle per mettere in atto delle vere e proprie rivoluzioni, un esempio per tutti è Vivienne Westwood

Ma come poter sfruttare al meglio la risorsa energetica che la moda e l’arte insieme rappresentano?

Questo è il tema centrale di “Fashion as Social Energy”, la nuova mostra che fino al 30 agosto occuperà Palazzo Morando – Costume Moda Immagine a Milano. L’esposizione è curata da Anna Detheridge e Gabi Scardi, e organizzata da Connecting Culture, agenzia di ricerca no profit, in collaborazione con il Comune di Milano, con il patrocinio di Regione Lombardia e di Camera Nazionale della Moda Italiana, e in partnership con Ermenegildo Zegna.

Fashion as Social Energy, Eloisa Reverie Vezzosi, Palazzo Morando

Siamo ciò che indossiamo?
«Come se la stoffa fosse il naturale prolungamento del nostro corpo, o addirittura della nostra anima»(Quentin Bell, “On human finery”).
Ma non solo questo. E i 14 artisti internazionali coinvolti sono pronti a rispondere e a rivoluzionare le nostre certezze.

La moda è corpo

Pecking Order” è un’installazione “volutamente disturbante”. Mella Jaarsma, artista olandese naturalizzata in Indonesia, vuole farci riflettere sulle indissolubili gerarchie che governano il mondo. Le due sculture che si offrono alla vista dello spettatore sono in realtà abiti indossabili e “armature” teatrali realizzate con pelle di gallina. La struttura è creata in modo tale da formare, all’altezza delle mani, una tavola apparecchiata su cui giace, una per ogni tavolo, una carcassa dell’animale spennato. Inoltre la carne bianca del pollo risulta essere oggi, a quanto dicono gli esperti, la nostra dipendenza: ma a quale prezzo? Ci nutriamo degli antibiotici con cui ingozziamo questi animali ma ci dimentichiamo delle nostre responsabilità ogni volta che ci troviamo davanti al 50% di sconto del supermercato. Siamo forse ciechi? Pecking Order” mette a nudo anche noi, animali-uomini. Tolto l’abito e tolta la pelle, restiamo indifesi e vestiti solo della nostra violenza e del nostro desiderio di dominio e sopraffazione.

Fashion as Social Energy, Eloisa Reverie Vezzosi, Palazzo Morando

La moda è peso

È evidente nei “Backpacks” di Nasan Tur, artista tedesco. Sono tre gli zaini disseminati lungo tutta l’esposizione e realizzati con oggetti utili a compiere una specifica attività: cucinare, cantare, o scassinare. L’opera d’arte si compie nel momento in cui entra in contatto col pubblico e con la città. Le tre opere infatti possono essere prese in prestito dai visitatori e dopo essere state (più o meno) utilizzate (confido nel meno), devono essere restituite. Il dialogo tra l’arte e il mondo è aperto e lo spettatore è il destinatario del messaggio. Quale sia poi il concetto di cui ci vorremo fare portatori starà a noi deciderlo; dobbiamo però ricordarci sempre che ogni azione ha un peso.

Fashion as Social Energy, Eloisa Reverie Vezzosi, Palazzo Morando

La moda è messaggio

La camicia diventa catalizzatrice di attenzione. E per l’installazione di Katerĭina Šedá, dal titolo “Every Dog a Different Master”, diventa punto di partenza della stessa opera. L’artista ceca l’ha inviata a 1.000 dei 20.000 abitanti di un quartiere residenziale di Brno insieme a una lettera che riportava il nome di un proprio vicino di casa. L’abito è stato motore di nuove relazioni e creatore di una nuova geografia urbana basata su un messaggio di solidarietà.

Fashion as Social Energy, Eloisa Reverie Vezzosi, Palazzo Morando

La moda è pensiero

«L’arte unisce la crisi. L’arte non conosce crisi», leggo scritto su un cappello di carta di giornale accompagnato da una distesa di modelli diversi realizzati con lo stesso materiale. Nel 2013, in occasione di un laboratorio organizzato col Teatro Valle Occupato di Roma, Luigi Coppola e Marzia Migliora decidono di “mettere in testa la cultura come bene comune, priorità per lo sviluppo sociale”. Nasce così “Io in testa”, una performance che ha visto indossati i cappelli riportanti frasi-manifesto del nostro “vestire quotidiano”. C’è scritto arte, si legge lavoro, informazione, carta stampata, libertà di espressione.

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La moda è etica estetica

Niente è mai “Bello e basta”, oppure sì?
La modernità di Michelangelo Pistoletto, protagonista e figura centrale del movimento dell’Arte povera, è sconcertante. La sua “Venere” del 1967 ci dà le spalle e, incurante di noi, si rivolge agli “stracci”. La dea è nuda e per questo è simbolo di purezza e verità assoluta. Ma la sincerità estrema della Bellezza è legata al consumismo, alla caducità, all’inesorabile scorrere del tempo. Forse anche l’Esteta che ha sempre mandato in estasigli uomini ha capito che non bisogna più indugiare e contempla immobile la sua consapevolezza. Chi può dire però se dall’Olimpo passerà al “Terzo Paradiso”?

Fashion as Social Energy, Eloisa Reverie Vezzosi, Palazzo Morando

La moda è popolo

Il costume è tradizione e orgoglio nazionale. Maria Papadimitriou, attraverso il “Costume di Yorgos Magas”, i “Roma Coats” e i “Φirma Gypsy Globals”, ci insegna come abito significhi abitare. Il completo sgargiante in rosso è del clarinettista-sciamano e viene solitamente usato durante i rituali liturgici. Così come il costume di Yorgos, anche le coperte istoriate che le madri d’etnia Rom passano alle figlie per tradizione derivano da una politica del riciclo, del riuso e sono simbolo di una realtà che continua a rimanere immutata nei secoli, al di là di ogni tendenza esterna e consumistica non-necessità.

Fashion as Social Energy, Eloisa Reverie Vezzosi, Palazzo Morando

La moda è autosufficienza

Andrea Zittel autoproduce tutto ciò di cui ha bisogno. Gli oggetti, gli indumenti e gli arredi sono creazioni sperimentali, sono rifugi e fanno da riparo all’ansia derivante dall’interrogativo che ogni giorno tutti noi, consapevolmente o inconsapevolmente, ci poniamo: “Cosa indossare?”; e per scappare da provocatorie domande come “I shop therefore I am” (Compro dunque sono) dell’artista Barbara Kruger. Ma necessariamente ci portano a chiederci chi siamo e chi vogliamo essere. Andrea Zitel risponde con la sua autodeterminazione e con l’entropia insita nelle cose.

«Ciò che indossi è come presenti te stesso al mondo, specialmente oggi che i contatti umani vanno così veloci. La moda è un linguaggio istantaneo» (Miuccia Prada).

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La moda è anticorpo

La moda può aiutare a sconfiggere le proprie paure. Ha un valore apotropaico dovuto alla sua forza che si manifesta attraverso molteplici forme. Il vestito è il nostro habitat naturale: ci rappresenta, ci aiuta, ci imprigiona, ci libera. Wurmukos porta a Palazzo Morando “Vestimi”, una capsul collection nata dall’incontro con Bassa Sartoria e realizzata da persone con e senza disagi psichiatrici. Gli abiti occupano con determinazione e forza lo spazio, coinvolgendo lo spettatore in una danza di sentimenti. Una volta entrata nel “bosco” mi sono sentita avvolta e circondata da un vortice di emozioni. Le stoffe non esistevano più. Ho rivissuto per un momento le mie ansie, le mie attese, le mie frustrazioni ma le ho buttate via abbracciando il metodo di resistenza che Wurmukos mi ha insegnato.

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La moda è realtà

Partendo dal presupposto che, come sostiene Gabi Scardi, la moda non si limita “solo” a rappresentare la realtà ma agisce all’interno di essa e la alimenta contribuendo al suo rinnovarsi, la moda è anche specchio della realtà. “Il vestito riguarda tutta la persona, tutto il corpo, tutti i rapporti dell’uomo con il suo corpo, così come i rapporti del corpo con la società” diceva Barthes. Con l’opera di Rä di Martino ci troviamo al centro di Roma tra il cheap and kitsch del MAS “Magazzino allo Statuto”. “The show MAS go on” è un lungometraggio realizzato per mantenere in vita il grande mercato nato come magazzino di lusso a inizio secolo e poi diventato simbolo della romanità popolare. Questo film, a metà tra il musical e il documentario surreale, testimonia la vita al di là della saracinesca. Così il cinema si fonde con la realtà.

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La moda è provocazione

Fashion hacktivism” è un processo politico e collettivo di resistenza a opera di Otto von Busch. L’artista trasforma la moda in attivismo, cercando di renderci più consapevoli e diventare “fashion-able” capaci e non dipendenti. Il fatto che la moda sia democratica ormai è solo una leggenda. La sua “Fashion police” è posta al centro della buia sala di Palazzo Morando: una moderna inquisizione che riconosce come suo dittatore Karl Lagerfled. L’impegno del celebre stilista-guida della maison Dior, con la sua protesta femminista portata sulla passerella della primavera/estate 2015 con slogan come “Siate le stylist di voi stesse”, “Femminismo non masochismo”, “Tweed è meglio di Tweet”, non è evidentemente bastato. Otto von Busch cerca una nuova definizione di designer e un nuovo ruolo nella società: “Il compito di noi designer è quello di gestire il consenso e la marginalizzazione sociale dei nostri concittadini”. Come? Portando la moda a essere un’esperienza collettiva di “empowerment” e non più un fenomeno autoritario e ansiogeno.

Fashion as Social Energy, Eloisa Reverie Vezzosi, Palazzo Morando

La moda è monito

Lucy Orta, fashion designer, unisce la moda all’architettura per riflettere sul ruolo dell’arte nella società. “Refuge Wear” e “Body Architecture” sono risposte utopiche alla Guerra del Golfo del 1991, alla migrazione, all’odissea dei senza tetto. Sono “armature urbane” come le ha definite Paul Virilio. Sono moniti di un imminente crollo sociale. E che siano “Fabulae Naturae” o che si tratti di tende a cupola come “Dome” o di “Habitants” non è garantita alcuna salvezza.

Fashion as Social Energy, Eloisa Reverie Vezzosi, Palazzo Morando

La moda è consumismo

Avete mai pensato alle mani che, sudate e sofferenti, lavorano la maglia che in questo momento state indossando? Kimsooja mette davanti ai nostri occhi la sconcertante quotidianità del Dhobi Ghat di Mumbai, dove un costante traffico di persone scende dai treni in cui era stipato e si mette a lavorare sotto il sole, tingendo e trattando i tessuti che gireranno il mondo. La sua è una video installazione fatta di suoni ma senza voci. Il rosso è il colore dominante, simbolo di una nostra ferita a cielo aperto per la quale realmente soffrono quelle diecimila persone a giorno. «L’ultima moda, l’ultima differenza», diceva il sociologo Pierre Bourdieu. Ma che prezzo siamo disposti a pagare per questo falso momento di unicità?
«La frase ‘in questo istante sono alla moda’ è pura contraddizione in termini in quanto nell’istante in cui la pronuncia, il soggetto che lo fa è già fuori moda».

Fashion as Social Energy, Eloisa Reverie Vezzosi, Palazzo Morando

La moda è storia

Nelle mani di Claudia Losi il tessuto si trasforma e racconta il suo viaggio fatto di cambiamenti di forma. Dopo aver realizzato una balena a grandezza naturale che ha girato il mondo, l’animale è stato smantellato e il tessuto è stato donato a determinati personaggi selezionati dall’artista, come Antonio Marras e Benedetta Barzini. Ne è nata una serie di giacche, ciascuna delle quali rappresentazione non solo della persona che le ha interpretate, ma anche degli incontri e delle esperienze di vita fatti durante il lungo viaggio dell’abito-superficie epidermica. Ciascun capo è un bagaglio di vite, basta solo saperlo ascoltare.

Fashion as Social Energy, Eloisa Reverie Vezzosi, Palazzo Morando

E dopo questo mio lungo tentativo di rendere manifesto che cosa sia la moda, sapete cosa vi dico? “Della moda […] non si può dire che ‘è’ – afferma Georg Simmel – è in continuo divenire”.

Fashion as Social Energy, Eloisa Reverie Vezzosi, Palazzo Morando

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#FaSE #followtheartgirl

Credits:
Special thanks to LABO.ART e AZA communication
Photo: Carlotta Coppo

AMOlinks:
www.fashionasocialenergy.org
www.costumemodaimmagine.mi