Nell’arte si parla di “non finito”. Si racconta delleternità che i versi dei poeti donano ai propri creatori, che i ritratti regalano ai loro pittori e ai soggetti raffigurati; ci si illude che gli artisti vincano il tempo creando monumenti, moniti e monili. Rivolgendo la nostra venerazione al dio artista, lo trasformiamo in messia e mutiamo la sua parola, insieme al suo gesto, in testo sacro e liturgia. Sembra che qualità intrinseca dell’arte sia l’immortalità.
Si parla dell’eternità dell’arte, ma anche l’eternità dell’arte ha forse un fine?

Anche le sculture muoiono” è il titolo della nuova mostra che, a Firenze fino al 26 luglio, occuperà il Centro di Cultura Contemporanea Strozzina di Palazzo Strozzi. Tema centrale è la riflessione sul significato della scultura contemporanea e, per indagarlo e conoscerlo in profondità, il curatore Lorenzo Benedetti ha coinvolto 13 artisti italiani e internazionali: Francesco Arena (Italia), Nina Beier (Danimarca), Katinka Bock (Germania), Giorgio Andreotta Calò (Italia), Dario D’Aronco (Italia), N. Dash (USA), Michael Dean (Regno Unito), Oliver Laric (Austria), Mark Manders (Olanda), Michael E. Smith (USA), Fernando Sánchez Castillo (Spagna), Francisco Tropa (Portogallo), Oscar Tuazon (USA).

Anche le sculture muoiono, Eloisa Reverie Vezzosi, CCC Strozzina

Fino al 21 giugno, l’esposizione si è svolta in contemporanea con “Potere e pathos. Bronzi del mondo ellenistico”, l’evento che, a Palazzo Strozzi, ha mostrato con successo lo sviluppo dell’Ellenismo tra il IV e il I secolo a.C. Il dialogo andato in scena è stato perfetto.
Già Hegel aveva introdotto il tema della morte dell’arte, risolvendola come una fine dialettica. A Firenze, il titolo rappresenta l’idea che l’opera d’arte possa essere creata solo in relazione a uno specifico periodo storico. Alla morte di una generazione muore anche la possibilità di realizzare opere in quel determinato contesto. Come secondo ma non secondario significato, questo si riferisce inoltre alla condanna del tempo e delle ignobili azioni dell’uomo.

«Quando gli uomini muoiono, entrano nella storia. Quando le statue muoiono entrano nell’arte. Questa botanica della morte è quello che chiamiamo cultura». E queste sono le parole d’apertura di “Les staues meurent aussi”, il documentario del 1953 di Alain Resnais e Chris Marker che rappresenta l’ispirazione e il punto di partenza all’esposizione. Si inizia dalla definizione storica di scultura, da un ritorno ai materiali, dal prendere le distanze dalla statua come forma ed espressione di tempo e memoria.

Viviamo in un presente effimero, in cui si tende a vivere l’attimo e a coglierlo dimentichi delle radici passate, e rivolti a un futuro che non c’è. Oggi, era del culto dell’immagine, cosa significa veramente la “scultura”? E come questa nasce, cresce, vive e muore nell’arte?

Anche le sculture muoiono, Eloisa Reverie Vezzosi, CCC Strozzina

Monumento” è in senso più ampio: «qualunque opera d’arte, specialmente d’architettura o di scultura, che per il suo pregio d’arte e di storia, o per il suo significato, abbia speciale valore culturale, artistico, morale e simili».
Un “Monumento” si vantava di averlo costruito
Orazio nelle sue “Odi” (III, 30) e di aver così protetto il suo ricordo per i tempi a venire.
«Ho innalzato un monumento più duraturo del bronzo \ e più alto della regale maestà delle piramidi \, che né la pioggia che corrode, né il vento impetuoso \ potrà abbattere né l’interminabile corso degli anni e la fuga del tempo.\ Non morirò del tutto, anzi una gran parte di me \ eviterà la morte; per sempre \ io crescerò rinnovato dalla lode dei posteri».
Monumento era la Scultura, ma oggi è ancora così?

«Da una parte il nostro momento storico viene identificato – dichiara Lorenzo Benedetti – con il termine “antropocene”, un’era geologica trasformata in modo continuo dalla presenza dell’uomo, capace di formare un “monumento geologico” permanente. Dall’altra parte la nostra epoca appare costituita da una sovrapproduzione digitale che rischia obsolescenza. Il contemporaneo è inoltre dominato da fatti di cronaca criminali che cancellano memorie millenarie attraverso la folle combinazione tra ideologia e violenza. Questi elementi sono alla base del rapporto tra il contemporaneo e la scultura, incentrato sull’idea di permanenza del tempo».

Superate le luci della CCC Strozzina, si scende nel contemporaneo.

Anche le sculture muoiono, Eloisa Reverie Vezzosi, CCC Strozzina

Seguo frammenti come fossero impronte e mi ritrovo tra le opere di Katinka Bock, tra il suo “Some” e il suo “Any” in ceramica e cinghia sintetica, tra il suo “Face contro terre” in rame e il suo “Febbraio” in tessuto, fino al suo “A and I” anche in quercia e acciaio.
Questi I materiali citati si uniscono al bronzo, al vetro e al tempo, creando un dialogo con lo spazio.
Le 40 tessere in rame del suo lavoro di apertura diventano opera solo in relazione all’ambiente e alla loro specifica posizione nello spazio. In un gioco di contrasti tra le crepe, tensioni e cedimenti visibili nella materia e gli equilibri e le tensioni e pressioni nella sala, ogni oggetto richiama persone o cose. Sono echi nella mente e nella memoria dello spettatore, ed è come immergersi in un esercizio di pareidolia.

Anche le sculture muoiono, Eloisa Reverie Vezzosi, CCC Strozzina

Proseguo e mi trovo in un ambiente in cui scopro più opere comporne una sola.
Si tratta di un’artistica tautologia di
Dario D’Aronco che ha tradotto, attraverso vari media, la sua “Composizione-S”. È passato dal digitale alla stampa 3D, dall’animazione al PVC, dall’acrilico al cemento, con l’obiettivo di trovare una via di mezzo tra pittura, scultura e video. L’oggetto declinato in molteplici forme, dipinto, scansionato, stampato, proiettato: cos’era? Un invito di una mostra dell’artista diventa scultura e, acquistando una nuova solidità, cancella i limiti del tempo.

Anche le sculture muoiono, Eloisa Reverie Vezzosi, CCC Strozzina

Mark Manders sconvolge il tempo all’interno della sua stessa opera. In verità, ha sconvolto anche me. Le sue opere si trovano in cantieri in-visibili protette allo sguardo e al tempo, lasciate solo apparentemente indifese. Il suo lavoro consiste in cantieri invisibili e il senso di chirurgica sterilità è dato dalle loro pareti in teli di plastica. Risulta asettico ma non sterile di emozioni. Quello di “Self-portrait as Building” è un luogo sospeso in cui il non-tempo è scandito dalle opere stesse. I modelli a cui l’artista si ispira variano dalle forme ellenistiche a quelle precolombiane. I materiali che Mark Manders usa sono diversi: bronzo, ceramica, legno. Mi trovo davanti a una scultura in bronzo dipinta con il colore dell’argilla, la percepisco fragile come se la forza del materiale d’origine non esistesse. Ogni traccia dell’artista, i suoi segnali, forme di scarpe e mani mi indicano la non-strada in questo piccolo non-labirinto. È tutto così cristallino ma sembra essere tutto così vago. Così vago anche io. Il tempo è diventato materia, il passato è entrato in collisione col presente, le impronte si sono trasformate in simboli di erosione e in processo creativo.

Anche le sculture muoiono, Eloisa Reverie Vezzosi, CCC Strozzina

Dalle ceneri, dalla disgregazione erosione e dalla sedimentazione prendono vita le opere di Giorgio Andreotti Calò: il tempo altera forme già esistenti.
L’artista gioca sul rapporto orizzontale e verticale, combina insieme le coordinate e nasce ad esempio
“Clessidra (U)”. Il corpo centrale del lavoro appare evidentemente consumato, è indice di una tensione tra le due linee e nei suoi materiali, il bronzo deriva dalla fusione di un legno usato per ormeggiare le barche, “incarna” il rapporto Uomo-Natura.

Anche le sculture muoiono, Eloisa Reverie Vezzosi, CCC Strozzina

Su un tavolo sono ordinatamente disposte le ossa fuse in bronzo di uno scheletro umano come archeologia d’artista. Francisco Tropa riflette sul concetto di storia, portando alla nostra attenzione un immaginario preistorico. “Gigante” e “Terra Platonica” sono opere o reperti? O forse sono moniti, “memento mori” contemporanei?
Il giudizio è sospeso, ma non lo è il tempo.

Anche le sculture muoiono, Eloisa Reverie Vezzosi, CCC Strozzina

Si chiamano “Herakles” le teste colorate e in poliuretano di copie greche. Giacciono senza respiro su uno sfondo di apparente marmo nero. Risaltano nella loro immobilità. La copia non era anticamente un concetto negativo, anzi. L’emulazione rappresentava anche una versione creativa e personale del prendere ispirazione da modelli significativi. Oliver Laric ha realizzato i calchi delle sculture esposte a Palazzo Strozzi nella mostra “Potere e Pathos” per condurre le nostri menti verso una riflessione sull’importanza della copia come forma di potere. Ri-calcare materiali, tecniche, iconografie, stili è una potenzialità o un limite? Oggi la risposta potrebbe comprendere entrambe le cose. Dall’appropriazione alla rielaborazione: Oliver Laric unisce alla statuaria antica colori da cartoni animati. Quanta forza vi trasmette questa trasformazione?
Si dice “Herakles”, si pensa critica.

Anche le sculture muoiono, Eloisa Reverie Vezzosi, CCC Strozzina

Entro in una sala laterale, sulla sinistra, e mi rivolgo a tre statue coricate su piccole pile di tappeti e accompagnate ciascuna da una banconota in euro e di diverso valore. È il ready made di Nina Beier. Al calar del sole naturale e sotto la luce al neon, anche le sculture dormono. Analizzando la composizione nei suoi elementi, tutto questo significa che il rispetto che l’arte contemporanea ha del passato permette alla cultura di rimanere in vita e che proprio questa tanto declamata idea di cultura è basata su una rete di scambi commerciali.
Se mi avvicino, ved
o la base dell’opera ne percepisco il baratto.

Anche le sculture muoiono, Eloisa Reverie Vezzosi, CCC Strozzina

Parliamo di linguaggi.
Oscar Tuazon costruisce precari equilibri per rappresentare il rapporto tra passato e futuro e la sua idea di inattualità del contemporaneo. Unendo il minimalismo americano, l’estetica del bricolage e l’architettura vernacolare in “Badiou” e “Agamben”, l’artista mette insieme oggetti di consumo quotidiano per dimostrarne i limiti e per criticarli. Un forno descrive l’oggi, è in bilico e trova la sua collocazione tra scultura e installazione. Nei lavori di Michael Dean, infine, forma e linguaggio acquistano un insolito alfabeto , poi per quanto si riveli essere criptico poco importa, ciascuno ha il proprio modo di comunicare. Insieme alla parola scritta, al testo e alle lettere, gli origami e le geometrie su carta sono spesso accompagnate da sculture fatte di morfologie umane, come la lingua. L’artista crea opere mai statiche e costanti forme di performance: la lingua sarà anche privata e segreta ma si rivolge al pubblico invitandolo a strappare le pagine della storia di artista e portarle via con sé.

Anche le sculture muoiono, Eloisa Reverie Vezzosi, CCC Strozzina

Dopo la scrittura e prima della video arte, si incontra il disegno di Dash. Piccoli elementi di stoffa vengono strofinati fino a perdere la propria struttura. La fragilità della sua opera viene in un secondo momento fotografata dalla stessa artista a testimoniarne la precarietà e l’usura, e a rappresentare la transitorietà insita nella scultura stessa. Su stampe alla gelatina di argento appaiono costruite piccole morfologie e dinamici esseri senza chiara forma, genere, né struttura. Non ci deve essere una chiave di lettura predefinita, l’interpretazione è libera come è stata la creazione.
Senza il mezzo digitale, i suoi lavori morirebbero presto. Il presente è salvaguardato nello scatto.

Anche le sculture muoiono, Eloisa Reverie Vezzosi, CCC Strozzina

Anche le sculture recitano.
Fernando Sánchez Castillo porta a Firenze il suo “Rich Cat Dies of Heart Attack”, video in cui vengono testimoniati i tentativi di distruggere una scultura in bronzo, simbolo di potere. Attraverso l’arma tagliente dell’ironia, l’artista insegna che anche le statue ridono ed esorcizzano il potere. Appare evidente il messaggio di critica al cambiamento di valore del monumento nel mondo contemporaneo anche e soprattutto a causa dei mass media.
Alla fine la scultura avrà resistito?
Nell’ultima sala, una lunga barra bronzea sta in equilibrio e lungo tutto lo spazio. Se non ti avvicini, non lo capirai mai: sulla sua superficie sigari e bustine di zucchero. Anche le sculture raccontano la microstoria quotidiana.

Anche le sculture muoiono, Eloisa Reverie Vezzosi, CCC Strozzina

Francesco Arena, attraverso la sua arte, si fa portavoce del suo passato personale insieme a quello collettivo. Geometria e solidità sono i cardini dell’espressione metaforica storico-personale. È proprio attraverso la comprensione di sé che si può riuscire a costruire un pensiero futuro. Bronzo, pietra, acciaio, marmo rappresentano il passato e vengono inseriti nel lavoro dell’artista per essere rivisitati attraverso nuove prospettive ispirate alle seconde avanguardie.
L’opera è monumento fatto di storia e di memoria, tra il sociale e la dimensione privata.

Anche le sculture muoiono?
«Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma» (Lavoisier).

Anche le sculture muoiono, Eloisa Reverie Vezzosi, CCC Strozzina

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Credits:
Special Thanks: Es’givien
Photo: Alessandro Busi

AMOlink:
palazzotrozzi.it
cccstrozzina.org