Il ferro è l’elemento chimico di simbolo Fe, numero atomico 26, peso atomico 55,85, appartenente all’ottavo gruppo del sistema periodico; è un metallo bianco-argenteo, lucente, tenace, duttile e malleabile, raramente libero in natura, abbondante nei composti minerali. È elemento biogeno necessario alla vita del mondo animale e vegetale.
Possiamo poeticamente illuderci di essere fatti “della stessa sostanza dei sogni”, ma l’uomo è anche di ferro.

«Il ferro è un materiale della terra concentrato» afferma l’artista che ha invaso il Forte di Belvedere di Firenze con un esercito di 120 uomini di ferro. “Human” è la monumentale mostra monografica dedicata all’opera di Antony Gormley, curata da Sergio Risaliti e Arabella Natalini, e fino al 27 settembre occuperà la terra toscana.
Le sale interne della palazzina, i bastioni, le scalinate, le terrazze: ogni angolo della Fortezza cinquecentesca è artisticamente coinvolto.
A testa in giù, in ginocchio, in bilico, sdraiati, con la testa bassa, con lo sguardo al cielo, seduti, in piedi, inermi, con le spalle al muro: «A differenza delle sculture di bronzo, cave, le mie sono solide, esprimono la materializzazione di uno spazio umano in uno spazio artistico».

Human, Antony Gormley a Forte di Belvedere, Eloisa Reverie Vezzosi

Antony Gormley si dimostra artista, scultore, architetto, archeologo, antropologo, psicologo.
Ha scelto di esporre la sua umanità: 120 copie di se stesso, a grandezza naturale per enfatizzare il rapporto tra l’architettura e le dimensioni umane, di peso specifico dai 630 ai 800 chili, soggetti al tempo e alle intemperie; data la materia di cui sono fatti i loro cuori, “invecchieranno” anche loro.
«Il corpo deve essere per il XXI secolo quello che l’astrazione è stata per il Novecento. Un linguaggio per comprendere il mondo».

Antony Gormley è lo scultore londinese di fama mondiale che, tra i numerosi premi ricevuti, è stato insignito dalla Tate del Turner Prize (1994) e la Regina Elisabetta lo ha nominato Ufficiale dell’Impero Britannico (1997) e suo Cavaliere [Sir] (2014). Accademico reale, membro onorario del Royal Institute of British Architects, ha esposto le sue opere in tutto il mondo in personali, collettive e installazioni permanenti dal Brasile alla Svezia, passando per l’Australia, la Germania e l’Olanda. Dopo aver preso parte a due edizioni della Biennale di Venezia, nel 2015 è tornato in Italia.

«Il Forte è un esemplare straordinario di trasformazione: una collina naturale trasformata in manufatto da Ferdinando de’ Medici. Per lungo tempo è stato associato all’arte contemporanea, spesso usato come contesto monumentale per opere monumentali. Piuttosto che inserire altre opere il cui intento è di misurarsi con la spazialità del luogo, ho scelto di esporre opere a misura d’uomo che permettano alla forma e alla sostanza di questa notevole costruzione di esprimersi».

Human, Antony Gormley a Forte di Belvedere, Eloisa Reverie Vezzosi

La scultura è sempre stata specchio della percezione umana del proprio corpo. Considerata spesso secondaria nelle arti, rappresenta “il mezzo più antico, conservatore e intrattabile”, così affermava W. J. T. Mitchell che le anteponeva l’architettura.
La scultura può essere: realistica, idealizzata o espressiva. Gli artisti che si rifanno alla tendenza realistica partono dall’osservazione della realtà tesa alla riproduzione esatta del vero per rappresentare una determinata circostanza sociale e culturale o un’imitazione critica (cfr. “La ballerina di quattordici anni” di Degas). Secondo la tendenza idealizzante, l’artista osserva la quotidianità ma non nei suoi dettagli o particolarità ma solo come ispirazione per comunicare attraverso le sue forme astratte, schematiche e geometrizzate significati simbolici. Basti pensare ai soggetti nati da studi di proporzioni armoniche nell’età classica greca, nel Rinascimento e nel Neoclassicismo fino all’equilibrio tra naturalismo e astrazione nel “naturalismo idealizzatodi Policleto, Fidia, Leonardo e Michelangelo.
Nel Novecento la tendenza espressiva si manifesta nella deformazione dei corpi, specchio di un’arte soggettiva, introspettiva, psicologica.

Ma la scultura, oggi, a cosa serve?
Antony Gormley torna a porre l’uomo al centro dell’universo, anche se ormai l’artista si dice disilluso dall’Umanesimo e consapevole del suo fallimento.
«Noi viviamo in questo tempo, il ritorno alla soggettività è il nostro male, ma anche la nostra libertà».
Non tutte le oltre 100 figure sono riproduzioni identiche di sé. La sua scultura realistica diventa idealizzata nelle opere composte totalmente di solidi geometrici, i “Blockworks”, che di umano hanno solo l’espressione del ricordo, il simbolo e l’interpretazione della sua anatomia.
«In questo momento storico in cui le immagini, immediate e onnipresenti, sono certamente in grado di gratificare il proprio senso di esistenza ma divengono altrettanto immediatamente obsolete, la scultura riafferma il valore dell’esperienza concreta. La scultura serve a ricordarci il nostro essere dipendenti, la nostra provvisorietà e il nostro essere insufficienti».

E così mi addentro nell’human-ità.

Human, Antony Gormley a Forte di Belvedere, Eloisa Reverie Vezzosi

Il primo individuo che incontro ha la testa contro il muro, le spalle al cielo e il corpo perfettamente piegato. Gormley ne parla come esempio di sua “scultura scherzosa” per il suo voler “battere la testa sull’angolo della Palazzina”. Decido di guardarlo negli occhi prima di dirigermi oltre, verso tre “Blockworks” che dominano il colle. La Fortezza non è mai stata teatro di battaglia ma, collegata a Boboli, Palazzo Vecchio e Pitti, è simbolo di controllo e di difesa. Domina la città ma in un certo senso la teme.
«Il contesto rappresenta metà dell’opera e, in questo caso, anche più di metà. L’opera concentra in sé la psicologia insita nelle diverse strutture dell’habitat umano e ciò è evidente all’interno della struttura difensiva del Forte, più che in ogni altro posto».

Human, Antony Gormley a Forte di Belvedere, Eloisa Reverie Vezzosi

Continuo la mia esplorazione. Spoglio l’arte della guerra dalla guerra e ascolto il dialogo tra architettura e scultura.
Scese le scale, superata la cinta di mura, raggiungo sulla prima terrazza un groviglio di uomini in lotta. Sono le 43 figure di “Critical Mass”: l’«anti-monumentoche evoca tutte le vittime del XX secolo».

Human, Antony Gormley a Forte di Belvedere, Eloisa Reverie Vezzosi

L’opera era nata nel 1995 per un vecchio deposito di tram di Vienna con l’obiettivo di «farne un punto di riflessione su un momento buio della storia della Germania». Sdraiati, piegati, inginocchiati, piangenti: si tuffano a capofitto nella massa critica oppure disperatamente cercano di uscirne e acquistano a Firenze nuova vita «nel confronto con la città rinascimentale, la storia dell’umanesimo e la continua e onnipresente relazione tra denaro e potere politico e militare».
Scorgo una presenza: la figura seduta sul muro all’entrata assiste alla scena con sguardo giocoso come se si trovasse in realtà su una scogliera, davanti al mare e nel respirare libertà cominciasse a dondolare le gambe.

Human, Antony Gormley a Forte di Belvedere, Eloisa Reverie Vezzosi

Supero uomini rannicchiati o momentaneamente persi e disorientati.
Mi dirigo sul terrazzo più basso verso una fila finita di 12 uomini. Collocati in un crescendo progressivo di movimenti: dalla posizione fetale alla schiena diritta, le gambe lunghe e lo sguardo al cielo. Rappresentano l’“ascesa dell’uomo”, in contrasto con le figure che ormai mi sono lasciata alle spalle.

Human, Antony Gormley a Forte di Belvedere, Eloisa Reverie Vezzosi

Testa contro testa, mi siedo.
Labbra contro labbra, mi alzo.
Braccio contro dita, mi piego.
E danzo sotto lo sguardo di 240 occhi di ferro.

Human, Antony Gormley a Forte di Belvedere, Eloisa Reverie Vezzosi

Non mi volto indietro ma è come se un’ombra mi seguisse.
Dalla scala il corpo non scende, si sdraia come se aspettasse la fine. Lo imito, per un attimo fermo il mio respiro anch’io.

Human, Antony Gormley a Forte di Belvedere, Eloisa Reverie Vezzosi

Mi addentro nella parte bassa del Forte. Rivolgo al muro lo sguardo e scorgo un ferro piangente. Mi volge le spalle. Lo abbraccio, lo tranquillizzo, siamo entrambi soli.
È caldo, i raggi battono sul suo corpo ma le nostre figure non hanno proiezioni; ed ecco che, in lui, ho trovato la mia.
«L’ombra: Giacché è tanto tempo che non ti sento parlare, vorrei dartene un’occasione.
Il viandante: Parla – dove? e chi? è quasi come se sentissi parlare me stesso, solo con voce più debole della mia» (Nietzsche, “Umano, troppo umano”).

Human, Antony Gormley a Forte di Belvedere, Eloisa Reverie Vezzosi

Proseguo, piacevolmente inseguita.
Vedo confronti tra corpi geometrici e figure in ginocchio. Sono nati da software in laboratorio. Non hanno pelle, e allora? Non hanno carne, non hanno ossa, non hanno sangue. Sono umani più che umani, forse anche “troppo”.
Avatar, copie, robot, cloni,… l’arte anticipa il futuro.

Human, Antony Gormley a Forte di Belvedere, Eloisa Reverie Vezzosi

La mia ombra mi chiede se voglio parlare con loro.
«Il viandante: […] Lo sai, io amo l’ombra come amo la luce. Perché esistano la bellezza del volto, la chiarezza del discorso, la bontà e fermezza del carattere, l’ombra è necessaria quanto la luce. Esse non sono avversarie: anzi si tengono amorevolmente per mano, e quando la luce scompare, l’ombra le scivola dietro.
L’ombra: E io odio quel che odi tu, la notte; amo gli uomini perché sono seguaci della luce, e mi allieta lo splendore che è nel loro occhio quando conoscono e scoprono, loro, gli infaticabili conoscitori e scopritori. Quell’ombra che tutte le cose mostrano quando su di esse cade il sole della conoscenza – io sono anche quell’ombra» (Nietzsche, “Umano, troppo umano”).

Human, Antony Gormley a Forte di Belvedere, Eloisa Reverie Vezzosi

Raggiungo l’ingresso del palazzo, consapevole che nel buio tornerò sola sui miei passi.
A un “Blockwork” tendo la mano, a un altro tocco il cuore-poliedro. Sembrano stanchi, malinconici, chiedono più vita. Seguo le «tracce di un corpo reale, plasmato o scansionato, e poi costruito». Fino a che mi ritrovo all’ingresso da dove tutto è cominciato e per un attimo mi fermo ad ascoltare.
«L’ombra: Cammina sotto quei pini e guarda i monti: il sole tramonta.
Il viandante: Dove sei? Dove sei?» (Nietzsche, “Umano, troppo umano”).

Aveva ragione Nietzsche nel suo “Libro per spiriti liberi”. Il filosofo denunciava il concetto di divina ispirazione nell’arte, sostenendo invece che essa è risultato di un costante e intenso lavoro espressivo e nient’altro.
Io ho trovato cuori pulsanti e menti pensanti “umane troppo umane” dove l’uomo è per definizione “solo” l’artista creatore.

Human, Antony Gormley a Forte di Belvedere, Eloisa Reverie Vezzosi

Nella mia visita, ho lasciato da parte la definizione di Gormley come di “fossili prodotti industrialmente” tesi a rappresentare il corpo “in termini di sopravvivenza” e non “come specchio di vita”. Per me quelle 120 figure sono stati compagni, non riflessi.
Avevano tutto, tranne la libertà. «Questi oggetti continueranno ad aspettare» afferma l’artista. Questi soggetti continueranno a vivere.

«La storia si fa nella storia. Il presente deve ancora nascere. Il presente è dove viviamo. Nel presente costruiamo il futuro a partire dal passato», Antony Gormley.

Human, Antony Gormley a Forte di Belvedere, Eloisa Reverie Vezzosi

Human, Antony Gormley a Forte di Belvedere, Eloisa Reverie Vezzosi

Human, Antony Gormley a Forte di Belvedere, Eloisa Reverie Vezzosi

Human, Antony Gormley a Forte di Belvedere, Eloisa Reverie Vezzosi

Human, Antony Gormley a Forte di Belvedere, Eloisa Reverie Vezzosi

Human, Antony Gormley a Forte di Belvedere, Eloisa Reverie Vezzosi

Human, Antony Gormley a Forte di Belvedere, Eloisa Reverie Vezzosi

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Human, Antony Gormley a Forte di Belvedere, Eloisa Reverie Vezzosi

Human, Antony Gormley a Forte di Belvedere, Eloisa Reverie Vezzosi

Human, Antony Gormley a Forte di Belvedere, Eloisa Reverie Vezzosi

#HUMAN #followtheartgirl

 

Credits:
Special thanks to: Luisa Beccaria
Photo: Alessio Torriti – Facebook – Instagram

 

AMOlinks:
firenze-gormley.eu
comune.fi/HUMAN
antonygormely.com
Giuseppe Penone al Forte di Belvedere su artmoodon.com