«Non trovate anche voi che oggi, malgrado l’aria condizionata della sala, faccia caldo?», afferma boccheggiando “Il Nudo di spalle” di Boccioni.
«No e poi non mi interessa», risponde svogliatamente, ma con tanta grazia quanta pensierosa assenza, “La prostituta” di Arturo Martini.
«Sfacciata, maleducata…» ribatte sotto voce la prima.
E mentre la seconda resta impassibile, le “Forme uniche di continuità nello spazio” gridano accaldate: «Mia cara signora ma di che vi lamentate? E poi voi siete ferma e nuda. Pensate a noi altri, invece, sempre in movimento!».

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Il Museo ideale, se qualcuno me lo chiedesse, io lo immagino così.
Diceva Umberto Eco: «Il museo è per definizione vorace». Ma se oltre alla bocca per mangiare, potesse anche parlare, vedere, annusare, toccare, pensare? 

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Siamo sempre stati abituati ad associare la parola “ideale” all’universo onirico fatto di irrealtà, sogno e immaginazione. Ma se per una volta tutto questo si rivelasse tangibile?
Prima di saltare sulle sedie e urlare al miracolo, fermatevi. Non sto dicendo che il mio fantasioso dialogo iniziale sia successo davvero (o almeno non lo confermo con certezza matematica), ma desidero oggi introdurvi a una realtà museale, reale quanto ideale: il Museo del Novecento di Milano. 

Fino al 13 settembre, durante il semestre dell’Esposizione Universale, sarà possibile visitare “Un Museo Ideale. Ospiti d’eccezione nelle collezioni del Novecento. Dal Futurismo al Contemporaneo”, mostra curata dal Comitato Scientifico del Museo con l’allestimento di Paolo Giacomazzi. Oltre alle sue 350 opere, patrimonio delle collezioni milanesi del XX secolo, il Museo del Novecento si è messo in rete con le più importanti istituzioni museali italiane quali la Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma, la Galleria d’Arte Moderna di Torino, il Mart di Rovereto, la Cà Pesaro di Venezia, Museo Morandi di Bologna, il Museo Revoltella di Trieste, la Galleria d’Arte Moderna di Palermo e ACACIA, l’Associazione Amici Arte Contemporanea Italiana, con le sue donazioni. Se l’andatura del percorso espositivo, sviluppato in senso cronologico, dalle Avanguardie storiche novecentesche all’Arte Povera, resta inalterata, si amplia però numericamente e offre nuovi dialoghi, confronti, incontri tra movimenti, artisti, opere, soggetti e stili. E tutto questo avviene in virtù anche di una terza esposizione visibile fino al primo novembre, dal titolo “Nuovi Arrivi”, composta di una selezione delle oltre 600 opere della collezione di Mario Bertolini, dalla Pop Art fino ai Nuovi Selvaggi passando dal Neo-Impressionismo.
«Il nostro Museo ideale lo abbiamo inventato – rivela Marina Pugliese, direttrice del Museo del Novecento – proprio con un’azione corale. Per dimostrare che, anche in questo campo, l’unione fa la forza».

Museo Ideale, Nuovi Arrivi, Museo del Novecento, Eloisa Reverie Vezzosi

Dopo aver conosciuto il Μουσεῖον come “il luogo delle muse”, la museologia mi aveva successivamente insegnato che, per definizione, «il Museo è un’istituzione permanente senza scopo di lucro, al servizio della società e del suo sviluppo, aperta al pubblico, che effettua ricerche sulle testimonianze materiali e immateriali dell’uomo e del suo ambiente, le acquisisce, le conserva, le comunica e specificamente le espone per scopi di studio, istruzione e diletto» (ICOM). E mi aveva anche indicato che esistono molteplici tipologie di museo: archeologici, di arte applicata, di arte contemporanea, di arte sacra, case museo, ecomusei, etnografici, gipsoteche, industriali, letterari, militari, musicali, pinacoteche, scientifici, di scultura, sportivi, di storia naturale, storici, dei trasporti, universitari…

Poi ho incontrato André Malraux, e ho capito che l’elenco “canonico” non era completo.
«Se il museo è un’affermazione, il Museo immaginario è una domanda».
Ci sono modelli ideali come i gas perfetti, ci sono esseri ideali come le chimere, c’è la bellezza ideale come caratteristica della donna ideale, ci sono i supremi valori ideali, c’è la sfera dell’ideale e ci sono mondi fatti solo di idee come l’iperuranio platonico.
Ma il Museo ideale esiste davvero?

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Porgendo l’orecchio alle “Voci del silenzio”, Malraux definì il “museo dei musei” come il «luogo in cui l’immaginario trova la sua massima manifestazione». Questa tipologia ideale e idealistica nasce dalla relazione che artista e fruitore intersecano tra loro incontrandosi «in un campo equivoco, il campo emotivo».
La massima manifestazione del Museo immaginario si raggiunge, paradossalmente, nell’assenza dell’opera d’arte, perché svincolata da ogni rapporto fisico e concreto con l’opera d’arte stessa. È il museo che ognuno “porta dietro le palpebre”, il luogo mentale, personale ma che allo stesso tempo diventa collettivo attraverso il mezzo fotografico. A differenza del museo fisico, infatti, quello ideale «non è un mito, ma una necessità» e mette l’opera d’arte in rapporto con un insieme di capolavori dal respiro più ampio costruendone una storia. Riesce così ad aprire una nuova sensibilità verso l’arte contemporanea del mondo. In tutto questo, Malraux riconosceva già alla fotografia un ruolo fondamentale, come veicolo dell’intera arte mondiale e rivoluzionatrice delle categorie spazio-temporali, che trasforma il contatto diretto con l’opera originale in un momento non indispensabile: una liberazione degli stili come enigmatica liberazione del tempo”.

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Accanto al Museo ideale, nasce il Museo virtuale.
Note sono le innovazioni espositive e tecnologiche che musei d’avanguardia, come il Museo Ideale Leonardo Da Vinci (il primo museo concreto e vivente, nato come evoluzione delle teorie dei Musei immaginari), hanno intrapreso a partire dagli anni Novanta e in questo solco è giusto porre la call del Museo del NovecentoFino al 4 settembre, è data la possibilità a tutti gli Instagrammer italiani e stranieri di aderire alla challenge, commentando le proprie immagini sul social network con l’hashtag #MuseoIdeale insieme alla parola chiave della settimana. #Movimento, #Colore, #Parole, #Orizzonti, #Gioco, #Natura, #Incontri, #NatureMorte, #Estate, #Letture, #Geometrie, #Interni, #Volti, #Città, #TempoLibero: i 15 tag raggruppano e scandiscono opere come fossero didascalie.
Così è nata una galleria virtuale formata da opere scelte direttamente dal pubblico di spettatori-neo-galleristi-digitali. Di tutte le immagini condivise, diventate parte integrante del web-wall #MuseoIdeale, le 1000 più votate saranno raccolte in un e-book gratuito, pubblicato a conclusione della mostra.

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#Movimento
Seguo i passi decisi e consapevoli del “Quarto Stato” di Pellizza da Volpedo. La strada è ancora lunga e io sono solo all’inizio del percorso.
Sotto lo sguardo attento della “Femme nue” di Picasso, raggiungo la prima opera della prima sala del temporaneo Museo Ideale: “La prostituta” di Arturo Martini (1913, Ca’ Pesaro di Venezia). È pensierosa, sembra, dalla mente annebbiata e per un attimo perdo di vista la policromia della sua terracotta. #Colore

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Si gira appena a guardarci incuriosita la donna in controluce del “Nudo di spalle (Controluce)” di Umberto Boccioni (1909, Mart di Trento e Rovereto). Mi trovo davanti alla schiena della madre dall’artista calabrese, immersa in una luce frammentata in mille bagliori che sulle pelle della donna diventano infiniti filamenti di colore puro.

«Oh! Ideale tu tu solo esisti! Non ricordo di chi sia questo grido ma ora è il mio» (Taccuini, Umberto Boccioni, 1907/08).

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In una saletta appartata sento il richiamo dell’opera sonora di Mario Airò del 2013 dalla Collezione ACACIA.
«Là ci darem la mano,
là mi dirai di sì.
Vedi, non è lontano;
partiam, ben mio, da qui…» (Mozart, Don Giovanni, I atto, scena 9).
Il canto dell’installazione è ammaliante tanto quanto l’intrigante voce del Don Giovanni come rievocazione di quella delle sirene di Ulisse. Mentre il giovane cavaliere riesce a sedurre Zerlina, Mario Airò mi conquista senza però rivolgermi false promesse.

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#Parole
C’è chi ne fa un diario.
L’“Assurdo diario berlinese” di Emilio Vedova (1964, Ca’ Pesaro) nasce per essere circumnavigato è così faccio anche io, volgendomi all’avventura verso nuove mete… #Orizzonti

Lascio il Futurismo, entro nella Metafisca.
Carlo Carrà nel 1917 incontra De Chirico alla Villa del Seminario. Ne “L’Ovale delle Apparizioni” compaiono una casa, un pavimento, un pesce e alcuni personaggi metà uomini metà manichini. Tutto è inscritto dentro un ovale. Ciascun soggetto ha una sua prospettiva personale e l’uno non ha niente a che fare con l’altro. È uno di quei dipinti che lasciano aperti interrogativi ai quali non c’è modo di dare risposta. Sembra possibile, ma non lo è. Sembra reale, ma non lo è. L’unica certezza la rivela la direttrice del Museo del Novecento affermando che fra le opere di Boccioni, dei Martini, di De Chirico e Morandi, questa è sicuramente l’emblema della mostra “Museo ideale”.

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Saluto l’assolato orizzonte bolognese affacciandomi sul “Cortile di via Fondazza” di Giorgio Morandi (1958, Museo Morandi), strada in cui l’artista e la sua famiglia traslocarono a seguito della morte del padre e dove l’artista rimase per tutta la vita. Oltre ai tetti, le luci-e-ombre, il caldo e la calma, non ci sono #NatureMorte.
E per un momento stanca di caldi paesaggi lontani, decido di fermarmi, riposarmi un po’. Sotto il “Meriggio” di Felice Casorati (1920, Museo Revoltella – Galleria d’arte moderna, Trieste) mi assopisco come le donne e i loro corpi nudi protagonisti dell’opera, e mi immergo in ricordi cullata dall’eco del maestro Montale.

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«Meriggiare pallido e assorto
presso un rovente muro d’orto,
ascoltare tra i pruni e gli sterpi
schiocchi di merli, frusci di serpi.

Nelle crepe dei suolo o su la veccia
spiar le file di rosse formiche
ch’ora si rompono ed ora s’intrecciano
a sommo di minuscole biche.

Osservare tra frondi il palpitare
lontano di scaglie di mare
mentre si levano tremuli scricchi
di cicale dai calvi picchi.

E andando nel sole che abbaglia
sentire con triste meraviglia
com’è tutta la vita e il suo travaglio
in questo seguitare una muraglia
che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia». 

#Letture
Il Museo ideale è fatto di opere: quadri che ricordano versi, statue che riflettono danze, fotografie che rivelano leggende… Perché, se chiudi gli occhi, quale forma d’arte vedi pensando alla parola “capolavoro”?

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Giorgio De Chirico come letture sceglie i miti con le sue “Due figure mitologiche (Nus antiques, Composizione mitologica)” dal Mart di Trento e Rovereto. “All’inizio c’era solo…”, “O nuova stirpe…”, «Dentro una dimora sotterranea a forma di caverna…»: nessuno di tutti questi incipit. I due soggetti appaiono muti e assorti, mitologici in quanto portatori di mito e non cantori. De Chirico ha sempre criticato i sogni per la loro imprecisione riuscendo a dare metafisico ordine al caos. L’ispirazione è classica, la realizzazione è onirica, e per quanto irreali, le due donne hanno una loro ieratica realtà.

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Catturata da una parete nera invasa da forbici argentate, mi volgo a leggere la femminilità nell’opera di Marzia Migliora “...sono sgusciato dalla tua pienezza senza lasciarti vuota perchè il vuoto l’ho portato con me…”(2007, ACACIA).
Vedo 48 forbici, un vaso, una mensola in ceramica.
Ri-vedo i progetti di Giò Ponti.
Ri-ri-vedo un grembo che accoglie e contiene, e la forma rotonda del vaso come immagine archetipica di fertilità.

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Fino a che la maternità non esplode nell’opera di Fausto PirandelloMaternità. Mosè salvato” (1934, Galleria d’Arte Moderna “Empedocle Restivo”, Palermo), per poi tornare alla sacralità della nascita con “La degenerazione di Parsifal (Natività)”, (2005-2006, ACACIA) di Francesco Gennari.
«Ho semplicemente osservato il mondo e fatto una sintesi».
#Incontri
Vetro, legno, farina, morsetti in acciaio inox si sono trovati nell’esplosione dell’opera wagneriana, che Marinetti riconobbe come simbolo della decadenza della cultura occidentale, ma per quanto riguarda l’opera artistica e non letteraria: «i materiali – Gennari ha detto a Giorgio Verzotti per “Flash Art online” – sono materiali e basta: forse la farina della “Degenerazione di Parsifal (Natività)”, che determina un’estetica sorprendente, è meno preziosa dell’argento? Tutto ciò che compone l’universo è materiale a mia disposizione senza gerarchie. […] Nella “Degenerazione di Parsifal (Natività)” le misure tendono non teoricamente ma realmente all’infinito».

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Dopo che un atto di forza mi ha permesso di ritrovare il mio stato di infantile meraviglia, sono pronta a lasciarmi stupire da “Mettere a dimora” di Sabrina Mezzaqui (2008, ACACIA). In un’aria di fiori calligrafici, fatti di carta e confini neri ben marcati, è messo sotto teca il dizionario della lingua italiana. «La carta, in effetti, è un sovrapporsi di significati. Le parole parlano e c’erano già prima di noi». Esistono fogli che contengono l’Universo.

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«Per questo lavoro sono partita proprio dal titolo. Ho aperto il vocabolario, il mio libro preferito e che leggo di più, e ho letto la definizione “pianta/piantare”. In essa ricorre spesso l’espressione “mettere a dimora”, azione/verbo che per molti versi potrebbe essere un sinonimo di installare: mettere a dimora in uno spazio. E le piante sulle pareti sono quelle copiate dalle tavole botaniche che accompagnano le voci “pianta/piantare”».
A volte la parola si trasforma in #Gioco .

Procedo seguendo i piani dell’esposizione che io stessa liberamente mi sto costruendo.
Non ho vincoli, se non quello di appagare la mia curiosità, e mi abbevero assetata alla stessa fonte de “La sete” di Arturo Martini.

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#Interni
Immagino di entrare nella toppa non rattoppata di una seta su iuta di Alberto Burri su una superficie che Argan aveva definito “imponderabile piano di passaggio” in cui «la presenza della materia contraddice e distrugge lo spazio, così come la presenza della geometria contraddice e distrugge il tempo».

Dopo “Neri” e “Gobbi”, il primo dei “Sacchi” ritenuti “scandalosi” è del 1949, seguito da “Combustioni”, “Ferri”, “Legni” e “Plastiche”. In “Abstraction with Brown Burlap (Sacco)” (1953, GAM di Torino), smagliature, inserti, buchi e strappi ricuciti sono lacune che aprono la tela apparentemente cupa ma da cui filtra luce, «come quando si spara e si centra il bersaglio» (Burri, “La misura e il fenomeno”).

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Dopo i colpi di Burri e gli shock luminosi dell’“Ambiente” di Giovanni Anceschi, scopro nuove #Geometrie metalliche nella “Natura Modulare” di Gino Marotta. I 6 elementi dell’opera sono stabilmente presenti nel Museo del Novecento ma in questa ottica “ideale” acquistano nuovo valore. Ed è come ritrovarsi dentro le “Geometrie dell’Abisso”

«[…] La vita spazia in un oceano senza sponde
sulla cui superficie immagini indefinite si riflettono,
mentre dal fondo ricordi inesplicabili si dileguano.
Ed io?
Il centro di un tutto intorno al nulla:
un cerchio che esiste per far quadrare il cerchio,
per una pura geometria dell’abisso…» (Gaspare Serra).

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Dal cerchio al centro fino alle geometrie “umane”: si presenta davanti a me la Crocifissione” di Renato Guttuso (1941, Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea, Roma). Il dipinto è «il simbolo di tutti coloro che subiscono oltraggio, carcere, supplizio per le loro idee». È l’opera che gli diede la fama fra mille polemiche dovute alla scelta di un soggetto tanto sacro per denunciare gli orrori della guerra. È il capolavoro che gli valse l’appellativo di di “pictor diabolicus”. Spigoloso come la “Deposizione dalla croce” del Rosso Fiorentino, violento come il “Guernica” di Picasso, il corpo di Cristo rappresenta il mondo: «una Crocifissione che sembri una natura morta e una natura morta che sembri una Crocifissione».

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#Volti
Il doppio è sempre stato un tema affascinante. “Francesco by Francesco: Happily More tha Ever” e “Francesco by Francesco: Before and After” (2002, ACACIA) sono due opere di Francesco Vezzoli nate dalla collaborazione con Francesco Scavullo. L’artista e il fotografo si sono ritrovati nel medesimo ritratto: gli scatti di Scavullo sono stati stampati a laser su tela e lavorati con ricamo metallico da Vezzoli stesso. Quanti soggetti/oggetti vedi? Percepisco un ironico storyboard sull’ossessione dell’artista per la bellezza, il narcisismo e l’auto-rappresentazione.

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Il lavoro di Roberto Cuoghi ha sempre avuto a che fare con l’identità. Proprio per questo è giusto che nel mio, tuo, suo, nostro, vostro, loro Museo ideale ci sia il suo “Senza Titolo” (2009, ACACIA). Ogni volto di ogni sua opera rappresenta un “io”, e davanti a me si manifesta un volto effigiato, colpito e a cui sta per essere inflitto un inaspettato nuovo agguato. È una stampa su carta, cotone e cera, ma mi sembra così fisicamente reale. Capitemi, sono solita sognare a occhi aperti…

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E in assenza di facce, accettiamo anche mani. O forse in questo caso dovrei dire gesti provocatori?
In una teca che solitamente era occupata da opere di Manzoni, noto una novità: Maurizio Cattelan “Untitled” (2009, ACACIA). Andando in ordine, è possibile così osservare: un “Fiato d’artista”, una “Merda d’artista” e un gestaccio d’artista in gomma di silicone.

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Sento un irrefrenabile desiderio di rifugiarmi altrove. Trovo il mio habitat naturale nell’“Habitat per letture parallele IV” di Luciano Fabro, scovo il mio nido nel “Nido” di Nico Vascellari (2009, ACACIA). Resto al sicuro in una #Natura artificiale del Museo Ideale fino a che un nuovo animale artistico non cattura la mia attenzione. Esco e mi muovo guardinga come se stessi andando a caccia.
Mi avvicino a quelli che si rivelano essere “Bachi da setola” (1969, Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea, Roma) con i loro lunghi corpi colorati a strisce blu-rosa-verde a ripetizione. L’opera fa parte della serie “Ricostruzione della natura” di Pino Pascali e rappresenta la riflessione dell’artista sul rapporto tra realtà industriale e natura: lo scovolo si produce il serie, il baco non è da seta ma da setola.
Assicuro il pubblico di lettori, non mordono.

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Rifletto mentre danzo guardando la #Città sotto la luce della “Struttura al neon” per la IX Triennale di Milano di Fontana, faccio giravolte accanto ai suoi bianchi universi in espansione e movimento, e mi alzo protetta dell’enigmatica-matematica “Zebra (Fibonacci)” di Merz.

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Mi sembrava perfetto concludere la mia visita al Museo Ideale con l’artista che per la sua prima personale italiana ha esposto al “Museion” di Bolzano, le cui opere sono note perché indissolubilmente legate al mondo del reale, dell’immaginario e dell’illusorio e la cui opera presente a Milano sintitola “I Tempi doppi” (2013, ACACIA).
Non siete d’accordo che il rame, la vernice, il bronzo patinato, la lampadina e le idee di Tatiana Trouvè rappresentino la sintesi delle tematiche trattate fino a qui?
Se così non fosse, liberissimi di pensarla diversamente da me. D’altronde, ciascuno di noi è protagonista del suo personale Museo.

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Come in tutti i sogni meravigliosi che non dovrebbero mai avere fine, al Museo del Novecento c’è una seconda novità espositiva chiamata “Nuovi Arrivi”. Si tratta di una mostra omaggio dei protagonisti dell’arte mondiale tra anni Sessanta e Ottanta facenti parte della collezione di Bianca e Mario Bertolini donata al Museo del Novecento.

È il dulcis in fundo ideale poiché è collocata in parte all’ultimo piano, nella Sala Archivi, e, in parte, a fine percorso museale nello Spazio Mostre che accompagna lo spettatore all’uscita.

Museo Ideale, Nuovi Arrivi, Museo del Novecento, Eloisa Reverie Vezzosi

Come nasce la sua passione per l’arte? «Non so se vi sia un gene che la determini» (Mario Bertolini).

Mi libero dal tempo entro nel #Tempolibero
La prima sezione è come un’esplosione di pura arte che ti entra in circolo nel sangue senza possibilità di reagire.

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Mi accoglie una “Marilyn” su carta di Andy Warhol, a cui seguono tutte le altre opere. Proseguo a spasso svelto, quelli di “Gente che cammina” di Mario Schifano (1964), di cui è offerta una visione recto-verso che permette di leggere la dedica che rivela l’intimo rapporto di amicizia tra gallerista e collezionista: «Caro Mario [Schifano] ho restaurato la cornice come era 40 anni fa in fede il tuo amico Giorgio Marconi 16.6.2009». A volte è divertente provare a immaginare le storie nascoste dietro a tele, cornici, colori e volti… Supero la “Bambina x balcone” (1912) di Giacomo Balla,“La Scala Milano” (1968) di Richard Hamilton, lo “Studio per fumatrice” (1967) di Tom Wesselmann

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E a un tratto mi fermo davanti all’“Assioma” (1972) di Vincenzo Agnetti: “Spazio perduto-spazio costruito”. Seguo le linee rette delle due dimensioni e trovo la definizione assoluta di “temporalità” scritta in caratteri bianchi su infinito sfondo nero: «Il nostro limite è quello di non essere nel tempo ma solo e soli in una storia del tempo relativa al nostro limite». Sorrido educata a “Elisabetta d’Inghilterra”, opera del medesimo artista, poi mi volto a 360° e trovo un “Labirinto” di Robert Morris davanti a me: posso perdermi a riflettere circondata dalle due “Investigations” di Joseph Kosuth (“Art as Idea as Idea – The Word Qualitative”, 1968 e “Clock – One and Five”, 1965). 

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Protetta in teche è la selezione di disegni e fotografie di Ágnes Dénes, John Baldessari, Marcel Broodthaers, Mel Bochner, Hanne Darboven, Jan Dibbets, William Wegman; libere invece si mostrano le due serie fotografiche di Giulio Paolini (“La ronde”, 1971) e Claudio Parmiggiani (“Interno con pittore”, 1972).

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Resto per un momento incatenata nelle “Structures” scultoree di Sol LeWitt per poi liberarmi e raggiungere la seconda parte fatta dai nuovi espressionismi dell’avanguardia “selvaggia”: gli anni Settanta e Ottanta della Neue Wilde. Non rispondo al “Lanciatore di pietra” di Rainer Fetting (1983), “Conosco uno spirito delle acque” grazie a Siegfried Anzinger (1984), attraverso un “Ponte” di Helmut Middendorf (1982), e vago tra “Senza titolo” e nuove definizioni fino a che non raggiungo l’ultima opera dell’ultima sala dell’ultima sezione dell’ultima mostra.

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È la “Rosa bianca” di Jannis Kounellis, perfetto contraltare allaRosa nera” (1966) presente nella collezione permanente del museo. Vorrei tornare indietro per un veloce confronto tra le due opere e vorrei posizionarle più vicine nella mia immaginaria esposizione. Ma non c’è tempo, il senso del tempo l’avevo perso da un pezzo già dai miei primi passi nella primissima sala. Allora cerco di ripensare all’ “Assioma” di Agnetti, all’ “Orologio – Uno e Cinque” di Joseph Kosuth, a “I tempi doppi” della Trouvè…
E poi di soprassalto mi sveglio.

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«Si dice comunemente che la vera realtà è ciò che esiste, oppure che solo ciò che esiste è reale. Ma è tutto il contrario: la vera realtà, ciò che noi conosciamo realmente, è ciò che non è mai esistito. L’ideale è la sola cosa che noi conosciamo con esattezza. È solo grazie all’ideale, che noi conosciamo qualsiasi cosa e pertanto solo l’ideale può guidarci come individui e come umanità, nella nostra esistenza» (Lev Tolstoj, “Il non agire”, 1893).

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#Museoideale #followtheartgirl

Credits:
Special thanks to ÄNDREÄ
Photo: Carlotta Coppo

AMOlinks: 
museoideale.it/mostra
museodelnovecento.org