Esistono tante madri. Ci sono quelle biologiche, adottive, adolescenti e adulte… Ci sono le madri ideali, le madri-modello e le madrine, le matrigne, le madri-per-scelta, le madri-per-caso fino alla madre-per-volere-divino. Ci sono le madri delle madri (le care nonne), le madri degli amici, le madri degli amori, le figlie che si comportano come madri e le madri che si comportano come figlie. C’è anche la scena-madre, l’idea-madre, la madre-perla, la madre dell’aceto, il lievito madre, la madre patria e la madrelingua… C’è la Madre superiora, la seconda madre o chi lo diventa più volte. C’è chi mamma non lo vuole diventare.
C’è la Madre Natura, la Madre Cultura e la Madre Arte.

A Palazzo Reale di Milano fino al 15 novembre, esiste anche “La Grande Madre”La mostra-evento è stata ideata e prodotta dalla Fondazione Nicola Trussardi insieme a Palazzo Reale per ExpoinCittà 2015: un’esposizione monografica ed enciclopedica incentrata e dedicata a indagare il potere della donna attraverso il XX secolo. 29 sale, 2.000 metri quadrati di esposizione, 139 artiste e artisti internazionali, oltre 400 opere, documenti e testimonianze figurative provenienti da gallerie, collezioni, archivi e musei di tutto il mondo: questa è la maternità nell’arte del Novecento, dalle avanguardie sino ai nostri giorni.

Chi è oggi “La Grande Madre”? Per definizione del suo curatore Massimiliano Gioni, Direttore Artistico della Fondazione Nicola Trussardi e del New Museum di New York, si rivela «un sogno, un mito che attraversa la storia dell’umanità».

Eloisa Reverie Vezzosi, La Grande Madre, Fondazione Trussardi

Per esperienza diretta, si tratta di un racconto universale a mille voci, un museo temporaneo da attraversare con la testa e non solo con i piedi, le mani, le orecchie, la bocca, gli occhi (ben aperti).
È una mostra che parla di tutti noi oggi, delle nostre origini e del nostro futuro. Perché siamo cosmopoliti, concittadini dello stesso mondo, sorelle e fratelli figli della stessa Madre Arte.

«Uso il corpo perché è il nostro principale veicolo per esperire la vita, è la cosa che ci accomuna tutti», dice Kiki Smith. Ho seguito l’ordine delle 29 sale come se superassi ogni volta il capitolo di un intenso libro di formazione: dalla nascita alla maturità e oltre di ciascuno di noi.

Eloisa Reverie Vezzosi, La Grande Madre, Fondazione Trussardi

Fecondazione, zigote, embrione, feto: mi trovo davanti a un rosso grembo materno del diametro di quasi tre metri. “Abakan Red I” di Magdalena Abakanowicz è una presenza imponente e mi apre la strada alla vita. Nella stessa sala, Alice Guy-Blaché, la prima donna regista, produttrice e pioniera della cinematografia, ci racconta la fiaba del “campo dei cavoli”, e del luogo in cui la leggenda vuole che nascano i bambini.

Eloisa Reverie Vezzosi, La Grande Madre, Fondazione Trussardi

Il miracolo della vita è accompagnato da spiritualità, spesso preghiere e “disegni di meditazione” come la serie esoterica quanto geometrica di Olga Fröbe-Kapteyn. È la Madre Arte che chiede protezione, inneggia alla fertilità, al suo intimo legame con la natura e con la terra.

Eloisa Reverie Vezzosi, La Grande Madre, Fondazione Trussardi

Tagli di rasoio, fori praticati su tela: la magia del parto è un’esplosione di “energie disparate” e il miracolo della nascita si compie grazie ai “Concetti spaziali” di Lucio Fontana. È l’Arte che produce nuova vita e con “La fine di Dio” provocatoriamente è l’artista a suggerire un nuovo ordine cosmico in cui la teologia patriarcale è sovvertita da una creazione femminile dell’universo.

Eloisa Reverie Vezzosi, La Grande Madre, Fondazione Trussardi

Il teatro dei nostri desideri e sogni, che simboleggia l’insieme dei rapporti affettivi tra noi e i nostri familiari, si colora di nuovo a ritmo dei vagiti de “Il neonato” di Costantin Brancusi. Mi trovo davanti alla perfezione della forma: un volto perfetto di un bronzo perfetto. Solo un taglio a indicare la piccola bocca che grida una volta arrivata nel mondo, o forse un uovo, metafora della maternità, oppure un proiettile di cannone o la carenatura di un’automobile, come il “figlio fanale” di Duchamp.

Eloisa Reverie Vezzosi, La Grande Madre, Fondazione Trussardi

«L’artista deve sapere come estrarre l’essere che si cela dentro la materia [per trasformare] la sua essenza cosmica in un’essenza reale e visibile». Per Brancusi, l’infanzia è gioco e meraviglia lontano dalle dottrine del “padre della psicoanalisi”. E se l’Arte è la madre, l’artista è l’ostetrica e l’opera è la manifestazione di lei nel mondo: ecco la nuova maieutica.
«Con l’arte, si torna sempre all’ABC – affermava Brancusi – e lo si può imparare solo ognuno per sé».

Eloisa Reverie Vezzosi, La Grande Madre, Fondazione Trussardi

La nascita però viene accompagnata da paure, ansie e sogni. “Freudian Slip” è il lapsus freudiano (o sottoveste freudiana) di David Hammons. Una presenza spettrale appesa al muro, una sottoveste trasparente che porta in grembo una maschera africana, un gioco di parole che inaspettatamente esprime un desiderio inconscio. “Votivbild” è l’immagine votiva di Meret Oppenheim, un’inchiostro e acquerello che disegna un paesaggio gelido dominato dalla scena di un’infanticidio da parte di una donna: un neonato, bianchissimo, muore dissanguato mentre tutto il suo sangue rosso acceso sembra uscirgli via dal collo. Spirito affine a personaggi come Man Ray, Max Ernst e Pablo Picasso, Oppenheim era nota per i suoi oggetti tanto amati dai surrealisti e in questa circostanza sceglie la provocazione abbracciando l’“androginia dello spirito”. Perché tutte le donne emancipate dovrebbe avere figli? Ecco che l’artista cerca di pregare il divino supplicandola di proteggerla da una gravidanza.

«La donna, in tutta la sua diversità, è un mistero per l’uomo» (Edvard Munch).Eloisa Reverie Vezzosi, La Grande Madre, Fondazione Trussardi

Adesso è venuto il momento di crescere, di muovere i nostri primi passi nel mondo moderno a fianco dell’Arte.

Mater-Materia”: il Novecento si apre con l’avanguardia futurista e il rapporto col sesso femminile diventa un’antitetica lotta tra bene e male. Se da un lato Marinetti considera la seduzione del corpo della donna come abiezione e perdita di sé, dall’altro Boccioni (e in realtà lo stesso Marinetti) ha una profonda venerazione per la madre ritratta in oltre sessanta opere; e se da una parte la donna viene percepita come priva di coscienza e di anima in un universo basato sul disprezzo della donna come principio primo, dall’altro sono molte le artiste e le scrittrici che cominciano a far sentire la propria voce usando gli strumenti del Futurismo come mezzi utili alla propria emancipazione. Benedetta Cappa Marinetti, Valentine de Saint-Point, Mina Loy, Marisa Mori, Regina, Enif Robert e Rosa Rosà: spogliano la donna della sua veste meccanica e del suo doppio impiego (di madre o di prostituta) per affermare quella di eroica guerriera e moderna Amazzone.

Eloisa Reverie Vezzosi, La Grande Madre, Fondazione Trussardi

Marinetti scrisse della moglie: «Ammiro il genio di Benedetta: mia eguale, non discepola», sicuramente il modello di riferimento della donna futurista portatrice di spiritualità e “virilità”.
Questa è “l’altra metà dell’avanguardia”.
Le tesi contenute nel “Manifesto della donna futurista” e nel successivo “Manifesto futurista della lussuria” di Valentine de Saint-Point sono una risposta alle posizioni stereotipate espresse da Marinetti. Prima fra tutte è la convinzione della mediocrità di un’umanità che si percepiva divisa in donne e uomini quando invece doveva essere considerata composta di femminilità e mascolinità, le caratteristiche che rendono completo un essere umano. Così al grido «Noi vogliamo glorificare […] le belle idee per cui si muore e il disprezzo della donna», si rispondeva con: «un individuo esclusivamente virile non è altro che un bruto; un individuo esclusivamente femminile non è altro che una femmina». Si controbatteva a suon di “aerodanza”, di pittura in stile “aerofuturista”, di “ebrezza fisica della maternità”, di sculture meccaniche quasi grafiche, di lavoro e fatica perché gli uomini erano in guerra e bisognava prendere il loro posto come “Le donne del posdomani”, e di “libera personalità”.

«Bisogna fare della lussuria ciò che un essere raffinato e intelligente fa di se stesso e della propria vita; bisogna fare della lussuria un’opera d’arte» (“Manifesto futurista della Lussuria”, 1913).

Eloisa Reverie Vezzosi, La Grande Madre, Fondazione Trussardi

Emmy Hennings, Mina Loy, Sophie Taeuber Arp ed Elsa von Freytag-Loringhoven, “madre del Dadaismo”, sono le “figlie” di Dada, donne che cercarono la propria emancipazione nell’arte che si possono considerar rappresentate nel ritratto della baronessa vestita da uomo realizzato da Man Ray nel 1920.
«DIMENTICA di vivere in una casa, che tu possa vivere in te stessa» (“Aphorisms on Futurism”, Mina Loy).
Unica donna attiva nel movimento di Parigi era invece Suzanne Duchamp, oscurata dal successo del fratello. «Purtroppo non appena si inizia a lavorare sulla storia delle avanguardie al femminile – afferma Massimiliano Gioni – ci si accorge, ad esempio, che moltissime opere sono andate perdute o non sono state conservate…».

Eloisa Reverie Vezzosi, La Grande Madre, Fondazione Trussardi

La presenza femminile nell’arte non solo zurighese si ritrovava nelle performance al Cabaret Voltaire, nei burattini di Sophie Taeuber Arp (come “Guardia” e “Il re cervo”), nell’“Oggetto trovato, metallo” della Baronessa, nel Dadaismo taglia e incolla di Berlino (di cui “Fatta per una festa”, collage su carta, di Hanna Höch è un esempio), nel rapporto con le macchine (“figlie nate senza madri”), poiché “donne” generate dall’uomo in esplicita assenza della madre e in una totale aura laica.

Eloisa Reverie Vezzosi, La Grande Madre, Fondazione Trussardi

Entro nell’ottava sala: al centro, l’“Erpice”, una monumentale macchina di tortura.
Mi manca l’aria, e anche se consapevole che il marchingegno non è altro che una ricostruzione letteraria (basata sull’opera di Franz Kafka “La colonia penale” e realizzata per la mostra “Le macchine celibi” di Harald Szeemann, a cui Massimiliano Gioni ha dedicato l’intera sala), non mi sento affatto sicura. Si racconta che la morte dei condannati avvenisse lungo 12 ore di agonia e che la pena prevedesse che gli aghi imprimessero sul corpo del condannato il crimine commesso.

Eloisa Reverie Vezzosi, La Grande Madre, Fondazione Trussardi

Negli stessi anni del movimento delle suffragette, la potenza dell’industrializzazione portava l’immagine della donna a un annullamento della sua femminilità, un congegno impazzito in cui tecnologia ed eros si mescolano. Le macchine erano “figlie senza madri”, le donne i figli dovevano imparare a non farli. Ecco che si impose un’attenzione totale al controllo delle nascite, all’educazione sessuale e alla contraccezione, fino alla definizione dell’“Arte di non fare figli”.

Francis Picabia abbinava esseri umani a macchine. Freni, eliche di turbine, candele erotizzate: studiava queste donne meccanizzate attraverso le sue tavole, come “Intervento di una donna per mezzo di una macchina” o la sua “Vergine Maria” ad esempio. Era rimasto anche lui catturato da questo nuovo ritratto di donna, “New Women” conosciute in America.

Eloisa Reverie Vezzosi, La Grande Madre, Fondazione Trussardi

Come esiste il “Dio” della Baronessa Elsa, nelle fattezze di un tubo idraulico, esiste anche la “Madonna al bagno” di Duchamp, ovvero il suo orinatoio.
Ma simbolo-icona del rapporto uomo-natura-macchina resta e resterà sempre l’“immagine divertente” de “Il Grande Vetro”. La celebre “finestra” duchampiana rappresenta varie relazioni sessuali andate in frantumi: la sposa “messa a nudo dai suoi celebi” è rappresentata in alto, dove esala una nuvola vaporosa, mentre in basso sono collocate le nove figure maschili rappresentate attraverso manichini e immagini di professioni ordinarie. Sono “macchine desideranti”, destinate all’insoddisfazione e a vivere in un perenne balletto meccanico senza possibilità di realizzare le proprie volontà.

«Nella parte inferiore de “Il Grande Vetro”, quella con i celibi, tutto è invece più asettico. La macinatrice di cioccolato, la slitta che va avanti e indietro, una serie di imbuti che sembrano un’attrezzatura chimica e la tavola optometrica: tutto ha un’aria molto più fredda. Duchamp – afferma Calvin Tomkins – imparò da autodidatta il disegno tecnico per sfuggire dalla prigione della tradizione».

Eloisa Reverie Vezzosi, La Grande Madre, Fondazione Trussardi

Dopo la donna macchina, la donna soldato, la donna al voto, arriva la donna musa, sacerdotessa, strega e spirito guida. Arriva il Surrealismo insieme al suo culto della figura femminile.
A seguito del Manifesto, André Breton pubblicò il primo numero della rivista “La Révolution Surréaliste” in cui figurava un particolare fotomontaggio: i ritratti degli esponenti del movimento (molti dei quali fatti da Man Ray) erano ordinati intorno all’immagine segnaletica centrale di Germaine Berton, anarchica, assassina di un estremista di destra e suicida. Quella che dovrebbe apparire come una celebrazione, nasconde nell’esaltazione di questo “auto-sterminio” una profonda misoginia interna al movimento e poco cambia la citazione dall’incipit de “I paradisi artificiali” di Baudelaire.

Eloisa Reverie Vezzosi, La Grande Madre, Fondazione Trussardi

«La donna è l’essere che proietta l’ombra più grande o la luce più grande nei nostri sogni. La donna è fatalmente suggestiva; lei vive di un’altra vita, oltre alla propria; vive spiritualmente nelle fantasie che lei stessa ossessiona e feconda» (“I paradisi artificiali”).

Eloisa Reverie Vezzosi, La Grande Madre, Fondazione Trussardi

La donna dipinta dal Surrealismo è creativa, forte e indipendente; è la strega di Michelet, la protagonista della danza ossessiva di Mary Wigman; è l’antieroina Violette Nozières, la “donna nuova”; è vacua, masochista ma allo stesso tempo mistica, dai mille volti e dalle “100 teste” come la protagonista del romanzo di Ernst; è femme fatale, musa, “natura animata da eros”.

Eloisa Reverie Vezzosi, La Grande Madre, Fondazione Trussardi

La donna che nacque dal Surrealismo e volle affermare la sua libertà lontano dalla misoginia del movimento è rappresentata dalle poesie anagrammatiche di Unica Zürn, dai dipinti di sapore mitologico di Remedios Varo, dall’ermafroditismo delle illustrazioni di Toyen, dall’alchimia di Valentine Penrose, dall’emblema fotografico riconosciuto dai Surrealisti di Dora Maar, dalle interpretazioni visive di poesie e liriche di Valentine Hugo, dalle maschere e dagli infiniti pseudonimi di Claude Cahun, dagli animali fantastici dei quadri di Leonora Carrigton.

Eloisa Reverie Vezzosi, La Grande Madre, Fondazione Trussardi

Ascolto attenta il coro di voci di donne fatto di rimandi e richiami tra le stesse opere. Si guardano e si studiano a vicenda: la stampa fotografica di Lee Miller (raffigurante Max Ernst che tiene per i capelli una Dorothea Tanning di minuscole dimensioni) cerca di attirare l’attenzione di “Rapture”, il girasole simbolo d’estasi che la Tanning realizzò durante il suo periodo in Arizona insieme al celebre artista.

Eloisa Reverie Vezzosi, La Grande Madre, Fondazione Trussardi

Fino a che non mi trovo davanti a una foresta rigogliosa con al centro una cerva ferita al cuore e sul dorso: porta il volto della donna-orgoglio della nostra Madre Arte. Se penso a Frida Kahlo, penso alla forza, alla determinazione, a ferite profonde quanto profondi pensieri. Non riesco però a collegarla all’idea di libertà. Forse perché consapevole della sua storia di sofferenze, di incidenti e malattia, di angoscia e di amori ossessivi e possessivi. Insieme alle lacrime di sangue, Frida Kahlo non si liberò mai dalla pittura, unica fedele compagna di vita.

Eloisa Reverie Vezzosi, La Grande Madre, Fondazione Trussardi

Ritengo che il silenzio sia la melodia perfetta per guardare attenti la storia della nostra amata madre. È bastato però un attimo per cambiare tutto. Come se fossi stata catapultata nel film senza dialoghi di Celia Rowlson-Hall, “Ma”, mi trovo circondata da coinvolgenti echi di “Amazing Grace” cantata dall’attivista Mahalia Jackson. E nel buio dell’immensa sala, una volta superate le colonne, capisco di vivere sogni di altri. Un esercito di 280 passeggini usati mi circonda, lasciandomi però la strada segnata da corde intrecciate e sporche di passi. L’artista di origini giamaicane trasferitosi a New York, Nari Ward, è solito servirsi di rifiuti e materiali di riciclo per le sue opere. La Grazia meravigliosa da inno si trasforma in violenza etica ed estetica: per quale motivo quei passeggini sono stati abbandonati? Per quanti senza tetto questi sono diventate case? Quante altre guerre e morti questo canto dovrà ancora rappresentare?

Resto smarrita nel simbolo di una città che sembra volermi divorare e che con crudeltà crea e distrugge a suo piacimento.

Eloisa Reverie Vezzosi, La Grande Madre, Fondazione Trussardi

Prima di raggiungere la rinascita di Venere, un reliquiario mi accoglie. La piccola sala protegge i simboli della maternità che ha dovuto affrontare la guerra e le tragedie della storia. E in successione i miei occhi scorgono l’autoritratto di Diane Arbus incinta, fotografa celebre per i suoi scatti che immortalano persone ai margini della società; il simbolo dell’Associazione della Madri di Plaza de Mayo con tanto di grida silenti “Vogliamo i nostri figli”; un fermo immagine da “La ciociara”/ “Lo stupro”/ “Lo stupro d’Italia” di De Sica e uno da “Mamma Roma” di Pasolini; il lutto di una madre che abbraccia il figlio morto nell’incisione di Käthe Kollwitz; lo sguardo ansioso della “Madre migrante” immortalato da Dorothea Lange.

Eloisa Reverie Vezzosi, La Grande Madre, Fondazione Trussardi

Il ciclo della vita è naturalmente meraviglioso quanto inarrestabilmente crudele. Da qualsiasi punto di vista lo si voglia vedere, alla morte segue necessariamente la nascita e viceversa. Possiamo solo sperare, imparare a vivere e, se vogliamo, credere. Jeff Koons si fa portatore di una nuova rivelazione: ecco Eva Futura, la nuova divinità del mondo post-umano.

La “Ballon Venus (Red)” posa immobile nella sua monumentalità accanto all’acqua che sgorga limpida dentro le pieghe di un foglio di piombo e che fa trasformare una rosa del deserto in ninfea, simbolo di fertilità e opera di Marisa Merz, e ai primi passi di un bambino di un anno di vita nella performance “Teaching to walk”, messa in scena da Roman Ondak insieme a tutte le mamme che scelgono di insegnare ai propri figli a camminare nell’arte. 259,1 x 121,9 x 127 cm di puro acciaio lucido inossidabile nascono dal modello della statuetta paleolitica del 24.000-22.000 a.C. conosciuta col nome di Venere di Willendorf. Jeff Koons però dà alla nuova Eva il dono della vita, rappresentandola incinta e con “un accentuato senso di sessualità”.

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E per il mondo del futuro da dove si comincia?
«In principio l’universo era un uovo nero in cui cielo e terra erano mescolati insieme». Camille Henrot si interroga sull’origine dell’universo rivelandoci che il “big bang” e le numerose teorie a questo legate non sono altre che una “Grande fatica”. “Grosse Fatigue” è infatti il titolo della video-opera che ha valso alla giovane artista parigina il Leone d’argento alla Biennale di Venezia del 2013. Un’esplosione di immagini, un carosello vertiginoso di browser che si susseguono seguendo una presenza femminile che sfoglia le pagine a suono di click col mouse e una presenza maschile che rappresenta l’onnipotente voce narrante: questo si rivela essere l’archivio del Smithsonian Institute di Washington.

Eloisa Reverie Vezzosi, La Grande Madre, Fondazione Trussardi

«L’idea che un dio maschio abbia creato l’uomo è un assoluto ribaltamento della realtà dell’origine della vita», aveva commentato Judy Chicago. Nel suo “In the Beginning”, l’artista dà infatti la sua personale interpretazione della Genesi in chiave femminista in un “mito di ri-creazione” lungo dieci metri.

La famiglia è sempre stata un’entità fondamentale. Oggi nel XXI secolo si lotta per l’affermazione del libero diritto ad amare e a costruirsi un proprio nucleo di affetti indipendentemente dal sesso di appartenenza. Lasciando momentaneamente da parte questo discorso che avrebbe bisogno di più ampio respiro e che forse non dovrebbe nemmeno essere “lotta” ma “certezza”, torno al XX secolo. Per il fascismo la madre andava protetta e l’unica battaglia a cui le era concesso partecipare era quella demografica. Sarah Lucas rende omaggio alla nostra mamma Arte con la sua “Mumum” creando un nido composto da materiali intimi e profondamente femminili: calze e collant color carne che così composte richiamano la forma di tanti seni materni. Thomas Schütte rende omaggio al padre con la sua “Vater Staat” [Padre patria]. Mi sento quasi schiacciare da questa autorità statale sotto forma di un austero fantoccio apparentemente inarrestabile e invincibile ma celatamente fragile. È lo Stato che protegge i cittadini e che a volte cade, cede ed esita, si contrappone alla “Motherland” [Madre patria] di Kara Walker che tratta il popolo come carne da macello cibandosene come il “Saturno divora i suoi figli” di Goya.

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Il suffragio universale porta le donne italiane al voto il primo ottobre 1946. Nel dopoguerra parte una rivendicazione femminile senza sosta. Le donne cercano di affermare il proprio spazio nel mondo e lo vogliono subito. Nascono così i femminismi, e il tutto mondo si anima di donne guerriere. Passeggio attenta tra teche di vetro, locandine, parole e immagini che hanno fatto la storia della mia attuale libertà di essere donna, e tra i nomi di artiste, attiviste e opere compare quella della pillola anticoncezionale.

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Ascolto il grido di Barbara Kruger diventato manifesto (“Il tuo corpo è un campo di battaglia”), guardo la poesia visiva di Ketty La Rocca, e mi unisco alla comune lotta contro gli stereotipi femminili che non sembrano mai essersene andati: “Vogliamo anche le rose”, diceva Alina Marazzi Hoepli.
D’altronde, come Yoko Ono insegna, siamo tutte sorelle.
Nel suo video “Freedom”, l’artista lotta contro il simbolo di controllo degli uomini sul corpo femminile: il reggiseno, a volte bruciato nelle rivolte, qui soltanto strappato. Il gesto di Yoko Ono rappresenta il tentativo di tornare padrone di sé (tanto caro anche a Suzanne Santoro) e della propria individualità lontano dai gioghi sociali ben identificati nel “Semiotics of the Kitchen” di Martha Rosler.

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Le femministe moderne sembrano aver bisogno di affermare nuovi credo e nuove divinità. Se i grandi maestri come Caravaggio, Fouquet e Raffaello hanno realizzato grandi ritratti di corpi femminili raffigurando però in modo distorto le parti del corpo delle donne rappresentate, Cindy Sherman nella sua serie di “History Portraits” fa apertamente la loro parodia mostrando grandi bambole, seni posticci, trucchi esagerati. È il nuovo culto dell’eccesso, del kitsch, in cui storia e attualità si sovrappongono. Alla sua nuova divinità che ispirò il Movimento della Grande Dea, Andra Ursuta dona una collana di monete americane con l’idea di «esaltare il valore delle donne come se di per sé non valessero molto». Allora è giusto tornare all’origine del mondo: “Interior Scroll” è l’opera di Body Art più emblematica di Carolee Schneemann dove la donna col corpo coperto di fango estrae dalla sua vagina i tre metri del suo testo poetico, mentre “HON” di Niki de Saint Phalle è la «grande e gioiosa creatura che rappresentava […] il sogno del ritorno alla Grande Madre»: 25 metri dell’originale donna di cartapesta dentro cui è possibile entrare dalla vagina, il suo spazio interno arricchito di curiosità e installazioni. Ed è come riappropriarsi del proprio stato embrionale e tornare minuscoli esseri indifesi ma protetti dalle assurdità del mondo da una barriera d’affetto indistruttibile. Rineke Dijkstra ha immortalato la “Nuova madre”, tre donne che hanno da poco partorito. Nella serie del 1994, queste vengono rappresentate quasi nude con in braccio il piccolo di pochi giorni, di poche settimane, di pochi mesi. Se è evidente il peso che paga il corpo tanto difeso dalle femministe, dall’altra è innegabile la felicità sui volti di queste giovani.

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Dopo la felicità, si respira aria di vulnerabilità e di potere. Appare davanti ai miei occhi una stanza quasi totalmente tendente al rosa: è il colore dell’arte unica di Louise Bourgeois. Seguo il ritmo di “Fillette (Sweet Version)”, una delicata “bambina” di gesso e lattex che sospesa pende dal soffitto. A metà tra un fallo maschile e un busto femminile, non è completamente né uomo né donna, come la “Princess X” di Brancusi. A questa risponde la gravida “Femme”, e soffro nel vederla sospesa su per la sua pancia. Arrivo a un tavolo, gioco di specchi e riflessioni su cui l’artista ha rappresentato la vita del figlio a partire dal parto fino alla sua indipendenza. “Do not abandon me”, il suo alter ego di tessuto rosa e filo non vuole assolutamente tagliare il fisico cordone ombelicale.

Eloisa Reverie Vezzosi, La Grande Madre, Fondazione Trussardi

E mi muovo nel suo labirinto di forme umane e animali sotto lo sguardo della “Medea” di Pasolini e l’“Appassionata” di Carol Rama. Una donna quasi angelica sofferente per le torture ma santificata nella sua sedia a rotelle, incontrata dall’artista nella clinica psichiatrica dove solitamente fa visita alla madre, per un momento mi distoglie dal mondo di brutalità, inquietudini e angosce, e mi indica la strada. Vorrei portarla con me, ma lei resta nel suo acquerello su carta.

Eloisa Reverie Vezzosi, La Grande Madre, Fondazione Trussardi

Una stanza inesplorabile: cerco il varco di entrata per la “Monalisa” di Ida Applebroog. Nessun ingresso, nessuna porta, il ritratto in rosso della Monnalisa contenuto all’interno della stanza di carta e inchiostro. Le pareti sono composte dai “disegni della vagina”, come li ha etichettati la stessa artista. È il volto di donna, che fronteggia lo spettatore, ad accogliermi senza permettermi di entrare. Lo spazio resta privato, una stanza tutta per l’arte.

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A lato “È la madre”, l’inquietante video-installazione di Nathalie Djurberg in cui una donna distesa su un letto viene circondata dai suoi cinque figli che vogliono tornare nel suo utero, la casa dentro la madre. Ma “L’origine del mondo” può anche uccidere, come in “Replace me” di Rosemarie Trockel e nella mantide religiosa che rende inaccessibile la celebre immagine di Coubert.

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La stanza dell’arte spesso non ha più pareti. Guardo il soffitto/cielo e in un attimo vengo catapultata in un affresco barocco in movimento. Nessun cherubino, solo una madre che allatta il figlio immersi nella natura di un giardino milanese. Corpo umano e corpo terrestre si fondono in un universo panetico e panestetico: “Holy, Son, and the Milanese Garden” è l’unica opera di land art presente in mostra creata ad hoc da Piplotti Rist per l’esposizione.
Quando abbasso lo sguardo la “Sheela-Na-Gig at Home” mi accoglie. Nancy Spero appende la divinità popolare tipica delle sue opere sui fili di uno stendibiancheria tra reggiseni, mutande e canottiere per «rianimare il demiurgo femminile della casa ed estromettere le presenze maschili».

Eloisa Reverie Vezzosi, La Grande Madre, Fondazione Trussardi

Come si riproduce l’Arte?
Anche attraverso copie-non copie.
Sherrie Levine contesta la definizione di originalità, nega l’“autorità paterna” dell’opera, si appropria dei classici dei maestri dell’arte. I lavori di Man Ray, Marcel Duchamp e Costantin Brancusi diventano sculture in bronzo lucidato firmate Sherrie Levine. “Fountain (Madonna)” è icona religiosa, “Body Mask” è la maschera-corpo indossata dagli uomini durante i riti di iniziazione (nuova critica al rapporto tra arte moderna e primitiva), “Tight Coffin” è la “bara dei morti dell’arte”.

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L’“arte-vita” di Lee Lozano nasce per abolire i confini. Dal rifiuto di parlare d’arte a quello di creare oggetti a fini commerciali, il suo “Senza titolo” resta l’olio su tela più espressivo dell’intera esposizione.
Sturtevant replica invece opere esclusivamente di artisti di sesso maschile. “Duchamp Coin de chasteté”, oggetto che l’artista aveva regalato alla sua futura sposa e che la Sturtevant ha voluto donare a noi per raccontarci la sua posizione nei confronti delle aspettative che sempre erano state proiettate sulle donne.

Eloisa Reverie Vezzosi, La Grande Madre, Fondazione Trussardi

Come rappresentare la maternità dell’Arte?
«Dipingi te stessa, sempre più, e verrà solo da te» (Eva Hesse).
In Maria Lassnig una figura aliena e alienante sta partorendo o fingendo di partorire nella sua “Illusione di mancata maternità”; in Alina Szapocznikow un “Torso senza testa” viene inglobato in un magma nero di poliuretano come in un parto al contrario, come se non potesse mai liberarsi dall’orrore dell’Olocausto e della malattia.

Eloisa Reverie Vezzosi, La Grande Madre, Fondazione Trussardi

La “Madre” dell’artista italiano oggi più mediaticamente noto a livello internazionale, Maurizio Cattelan, è rappresentata da una fotografia-documento di una performance eseguita durante la Biennale di Venezia del 1999. “Mother” è legame col mondo e la natura come testimoniano le mani in segno di preghiera del fachiro che è stato quasi totalmente ricoperto di terra. La “Madre” di Katharina Fritsch è una Madonna in color giallo fluorescente che iconograficamente ricorda la versione ingrandita di un souvenir di Lourdes: 170 x 43,5 x 35 cm di poliestere e pittura servono all’artista per criticare le credenze proiettate su opere d’arte e segni di culto. E io, provocatoriamente, rispondo alla critica rivolgendo all’Arte un devoto segno della croce.

Eloisa Reverie Vezzosi, La Grande Madre, Fondazione Trussardi

E dopo aver toccato lo stesso vetro sui cui Ramona Collado vide comparire la Madonna (divenuto meta di pellegrinaggio e soggetto ricco di pathos grazie agli scatti di Rachel Harrison), dopo aver salutato l’artista Hannah Wike che si ritrae secondo l’iconografia della Vergine celando con un velo la testa calva a causa della chemioterapia, mi avvicino al mondo grottesco e mostruoso di una maternità divisa tra sacro e profano.

Eloisa Reverie Vezzosi, La Grande Madre, Fondazione Trussardi

L’“Unica immagine della statua inesistente” è la “Madonna che ride” di Gino De Dominicis. Ride. Ma ne siamo proprio sicuri? – mi chiedo guardandola attentamente mentre il suo ritratto in bianco e nero mi appare più beffardo che rassicurante. Questa opera resterà evanescente, la statua originale è stata distrutta e la sua espressione vitale rimarrà indelebile simbolo di libertà dalle tradizionali oppressioni sulle donne. Per la bocca passa non soltanto la rivendicazione sociale ma anche la storia familiare, non soltanto nutrimento ma anche parola. “Per un filo” è la genealogia matrilineare dell’artista Anna Maria Maiolino. È il primo alimento materno a garantirci la vita.

Eloisa Reverie Vezzosi, La Grande Madre, Fondazione Trussardi

Supero autoritratti, ricordi di femminismi e nidi.
Trovo rifugio in un angolo storto di una sala storta, o forse, in un angolo dritto di una sala dritta che contiene una culla storta. A volte è tutta questione di punti di vista. «Spingo i pezzi fino al punto in cui mi fanno ridere» afferma Robert Gober, che fa dell’umorismo il mezzo di comprensione delle sue opere apparentemente “cariche di tensione”. “Pitched Crib” è il lettino per bambini che mi soffermo a osservare da lontano: anche a distanza resta completamento del mio corpo. Anche volendo, non riuscirei a muovermi. È il box bianco a torcersi schiacciato dal peso del tempo e della nostalgia, o sono io a piegarmi?

Eloisa Reverie Vezzosi, La Grande Madre, Fondazione Trussardi

Supero foto di famiglia ripetute ogni anno agli stessi soggetti, come il muro di Nicholas Nixon dedicato alle sorelle Brown, moderne Madonne col bambino prive di affetto ma realistiche nel loro straniamento e nella paura propri della maternità; come nel dipinto di Alice Neel, mi coinvolgono fratellanza e amore di cui è intrisa l’arte di Cathy Wilkes vissuta come un “processo di abbandono”.

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Mi fermo davanti all’effetto speciale dell’opera di Keith Edmier. Una madre-robotica in resina rosa e silicone si guarda il ventre gravido nel quale compare il figlio nel suo stato embrionale: l’iconografia della Pietà in un completo color confetto firmato Chanel e in una dimensione surreale propria di una realtà tanto post-umana quanto hollywoodiana. Il 25 luglio 1978 venne data alla luce all’Oldham General Hospital di Greater Manchester l’amorevole Louise, “Superbabe” la prima bambina nata in provetta.

Eloisa Reverie Vezzosi, La Grande Madre, Fondazione Trussardi

Supero intimità, provocazioni che attirano attenzione, immagini di feti che mettono in mostra la vita e occhi d’artista che abitano il corpo della propria madre, come nel “Self Portrait as My Mother Jean Gregory” di Gillian Wearing.
In realtà però non “supero” niente, tutto resta immobile, immagine e riflesso della Madre Arte a cui tutti somigliamo.

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E mi ritrovo in una camera chiara dove anche il divo della Pop Art, Andy Warhol, diventa un fragile uomo-bambino che filma la madre, Julia Warhola, impegnata in attività quotidiane, a cucinare o dormire.
È l’ultima, ventinovesima sala, una stanza tutta per me.

«La sua nascita / La sua famiglia / La sua abitazione, la sua casa / Imparare a gattonare […] Spaventarsi / Andare spesso alle feste / Iscrivere al liceo / Sentire interferenze mentre si parla al telefono […] Farsi estrarre i denti del giudizio / Guardare la luce rifrangersi attraverso la finestra della cucina / pranzare / Una mattina sulla sua scrivania in ufficio / Sapere che avrà un bambino […] I giorni sembrano correre più veloci / Avere problemi di respirazione / I nuovi mobili del soggiorno / Il marciapiede dietro l’angolo / Toccare il muro […] Guardarsi gli occhi allo specchio / Il pavimento su cui si sta in piedi / Pensare a suo marito / Guardarsi allo specchio / Pensare alla sua morte / La sua morte» (“Senza Titolo, Lista dalla nascita alla morte”, Matt Mullican).

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#lagrandemadre #followtheartgirl

Credits:
Special thanks: Trussardi
Photo: Viviana Bonafede 

AMOlinks:
fondazione trussardi.com
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lagrandemadre.org
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i-d.vice/ilpapàdellagrandemadre
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