Ho sempre amato Pirandello. Un libro in particolare: “Uno, nessuno, centomila”. Anche l’arte è così, è una, nessuna e centomila. Il suo recto-verso? La stessa idea di arte. Sempre così contraddittoria e sempre così in linea con se stessa. È coerente nel suo essere incoerente. È complicata nel suo essere semplice; contemporanea nel suo essere storica; mistica nel suo essere atea; profetica nel suo essere evidente; immediata nel suo essere riflessione… Se questa è arte?

Leggere che l’arte alla Triennale di Milano per una volta si era fatta in “sette” ed era diventata “ennesima”, mi ha inizialmente spiazzato. Ma quando ho compreso che quel numero divisorio alludeva a sette mostre in una, sette percorsi autonomi, sette tentativi, sette suggerimenti, sette possibili analisi, sette probabili interpretazioni dell’arte italiana contemporanea… beh, allora non ho potuto far altro che continuare ad abbracciare curiosa la mia teoria. Perché l’arte è “Qui. Ora e Altrove” ma può anche non essere.

Ennesima, Triennale di Milano, Eloisa Reverie Vezzosi

Ennesima. Una mostra di sette mostre sull’arte italiana” non è l’ennesima mostra sull’arte contemporanea. Rappresenta il punto di partenza di un nuovo dialogo ad arte. È un’esposizione di idee, per la precisione sette, da cui si diramano vecchi fili della memoria e nuove radici della cultura. A cura di Vincenzo de Bellis, la mostra occuperà l’intero primo piano della Triennale, con le sue oltre centosettanta opere di oltre settanta artisti dedicate a indagare gli ultimi centocinquanta anni di storia dell’arte, fino al 6 marzo 2016.

Il presupposto di una discussione sta nella teoria stessa della comunicazione; ovvero nel rapporto tra mittente, messaggio, destinatarioLa terza funzione è facile da definire: siamo noi spettatori. A cambiare sono invece la prima e la seconda in base ai sette diversi input e ai loro autori/fautori/scrittori/pittori/fotografi/performer…

Ennesima, Triennale di Milano, Eloisa Reverie Vezzosi

1.
Messaggio: La scrittura di un’immagine.
Mittente: Da Fabro e Paolini a Pisani e Vezzoli.
Canale: Mostra collettiva tematica
Se fisicamente, la prima opera che incontro è quella di Luciano Fabro, il mio procedere ideale parte dall’artista che con la sua “Ennesima (appunti per la descrizione di sette tele datate 1973)” ha ispirato tutta l’esposizione: Giulio Paolini è il mio punto di partenza. Come rappresentare un’immagine? Attraverso rebus prospettici. “Intervallo” è il calco del busto di “Hermes” di Prassitele posto su un piedistallo e diviso in due parti, ciascuna rivolta ai lati opposti del mondo.

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Cosa significa “vedere”? Fabro porta “Due nudi che scendono le scale ballando il Boogie-Woogie”Vuol dire “sapere”, “distinguere”, «ricevere le immagini dagli oggetti per senso della vista». Vedo due corpi di marmo umanizzati che si sciolgono dalla loro unità e che, senza collidere con l’acciaio dei loro gradini, sono destinati a trovarsi in una singolare unità. Sento il boogie-woogie arieggiare nella sala e dare quella nota di realtà che solo la musica potrebbe dare a due silhouette di duchampiana memoria.

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È l’occhio a essere comune o è l’oggetto guardato a essere costante? Mario Airò risponde con uno sguardo inedito sulla realtà quotidiana. La sua “Calla” viene innalzata verso in cielo in un vaso di metallo dorato che serpeggia, volteggia, si piega e mai si spezza mentre un’ampolla appesa al soffitto nutre il fiore e la mia curiosità. Questi oggetti sono altro da me, e se l’artista dovesse rappresentare se stesso che “metodo di scrittura userebbe”? Alighiero Boetti fotocopia il proprio volto dodici volte con l’obiettivo di instaurare un particolare dialogo con la stessa macchina; Francesco Clemente rappresenta un sé diverso – soggetto a distorsioni e deformazioni –, alza la tesa e mostra uno specchio in un autoritratto in affresco tanto intimo quanto onirico; il cilindrico marmo rosa di Francesco Gennari è un “Autoritratto nello studio”, dove il cono di luce della lampada dell’artista si solidifica ed è pronto a illuminare nuovi cieli stellati. Se la multiforme creatura in ceramica, corda bambù e sabbia dolomitica di Roberto Cuoghi è “Senza titolo”, la tavola di Gino De Dominicis un titolo ce l’ha, la linea si fa protagonista con le tre figure sulla scena, che rappresentano della semplice complessità dell’artista: “Con titolo”.

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Superato il terrore dell’autoritratto, con “TErroRe” di Luigi Ontani, diventa evidente come nel mondo dell’arte si possa essere ciò che si vuole senza possibilità di “dimandare”. L’arte di Lara Favaretto cattura il tempo indagandone la sua provvisorietà. In “Snatching”, in particolare, congela i suoi stati d’animo lavorando il cemento e il ferro di objets trouvés e la determinazione generativa diventa solo apparentemente finta casualità. L’arte di Mario Merz è tesa a dimostrare l’equilibrio cosmico e metafisico tra natura e cultura, tra tradizione e innovazione, tra olio, acrilico, carbone e neon di “I giganti boscaiuoli”, tra un’iconografia primitiva e la luce.

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L’opera di Vettor Pisani indaga il rapporto tra gli aspetti maschili e quelli femminili della psiche. “Camera dell’Eroe (Venere di Cioccolato)” si divide in tre parti, come se la struttura del trittico si sviluppasse nello spazio, come pezzi di un puzzle in cui una targa dedicata al rapporto di Duchamp con la sorella, una testa di Venere in cioccolato e un bilanciere sospeso in aria indagassero l’ambiguità del rapporto tra artista e musa. Si tratta di un teatro di volti assenti e di citazioni presenti. E infine Francesco Vezzoli ci mostra, con “Embroidery of a Book: Young at Any Age”, come nel suo libro a cielo aperto, importanti celebrità femminili – da Diana Vreeland a Paloma Picasso – vengano idealmente rappresentate nel loro privato.

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2.
Messaggio: L’immagine della scrittura.
Mittente: Gruppo 70, poesia visuale e ricerche verbo-visive.
Canale: Mostra collettiva su un movimento artistico.
Quando mi vidi non c’ero”. È l’autoritratto di Vincenzo Agnetti.
Ho sempre sostenuto la forza della parola. Le lettere che si uniscono e compongono un corpo più forte del tempo, invincibile, più resistente della stessa aria e della stessa pietra tagliata dal vento. I monumenti dei poeti e degli artisti visivi dureranno in eterno, questa è la profonda verità. Entro nella seconda mostra e osservo la musica pittorica di Giuseppe Chiari, chiave di violino del Gruppo 70. Sono note diventate immagini autonome, le ascolto prendere vita nella loro bidimensionalità. Porto sicuro in un mare di stimoli e parole: una monumentale e bianca parete accoglie le “Poesie Manifesto” di Lucia Marcucci. Sono impronte d’artista che avvertono che “Il paesaggio è compromesso”. Cercare nuovi segni sembra allora impossibile. Emilio Isgrò le parole le cancella. Niente più parametri, niente più concetti, niente più “niente”. Nel 1970, la cancellazione dell’Enciclopedia Treccani suscitò malumore nella borghesia, ma forse era presagio di un imminente futuro di analfabeti?

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In questo momento di sconforto, a salvarmi arriva una luce. “Red” e “White” sono le monocromatiche tele alle quali Maurizio Nannucci ha aggiunto una presenza luminosa, parola-architettura. Quasi ad anticipare la successiva esposizione dedicata alla performance e alla body art, Ketty La Rocca dialoga usando le mani. Nel video di “Appendice per una supplica”, l’artista mostra le sue mani da sole, di seguito unite ad altre due mani per poi arrivare a nascondere alcune dita. In un dinamico gioco della conta, rifletto sulle mani-immagine di donna. Infine torna Giulio Paolini e questa volta lo fa per dimostrare la sua arte all’ennesima potenza. “Ennesima (appunti per la descrizione di sette tele datate 1973) nasce da una riflessione sulla scrittura, sull’immagine e sul tempo usati come elementi dell’opera. «Ciascuno di essi si esaurisce nella propria enunciazione nominale e, assieme, non possono chiamarsi costitutivi». La parola non conserva altro se non se stessa, il disegno è confine della superficie, il tempo regola la misura di ogni cosa moltiplicando all’infinito le prime due variabili e dando loro veridicità. Ecco che le sette tele tendono a una rappresentazione incessante.

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3.
Messaggio: Sandrinus, il tutto prima delle parti.
Mittente: Alessandro Pessoli.
Canale: Mostra personale.
Come tramite tra la parola e l’azione, Alessandro Pessoli porta sulla scena una personale composta da cinque opere. Si tratta di cinque alter-ego fedeli anch’essi alla pittura, alle rappresentazioni cinetiche del futurismo, e alle sperimentazioni dalla fantascienza al teatro. “Autoritratto Petrolini” e “Figure che aspettano” nascono su ispirazione dell’attore e drammaturgo, Ettore Petrolini, e del personaggio dadaista da lui inventato, Fortunello. La scrittura si fa pittura e la pittura si muta in ceramica in un gioco di sguardi.

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Questa esposizione in divenire mi indica la strada verso una prima assoluta. Un ciclo apparentemente infinito di disegni su carta è per la prima volta esposto nella sua interezza. Le “Note della Spesa” di Alessandro Pessoli, realizzate durante il servizio militare dell’artista, mi circondano unite per la prima volta e tanti sono i dettagli che quasi bombardano e vincono la vista. Visioni grottesche, apparizioni, ambientazioni surreali, personaggi immaginifici… l’elenco è lungo così come la sperimentazione e la scoperta.

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4.
Messaggio: La performance dal tempo sospeso.
Mittente: Il tableau vivant tra realtà e rappresentazione.
Canale: Mostra collettiva su una tecnica.
Performare” è il dare forma. “Performer” è colui che esegue.
A metà tra scultura e fotografia, tra teatro e pittura, l’opera d’arte prende vita e i figuranti si trovano attori principali e marionette libere che incarnano l’idea dell’artista. Tutto quello che accade nella quarta mostra di “Ennesima” è reale, tangibile e non soltanto visibile tramite lo schermo di un televisore.

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Seguo sulla lunga parete al mio fianco gli “Stravizi capitalistici” di Luigi Ontani. Sono sette fotografie che ritraggono il padre del tableau vivant come lo statuario protagonista di un film muto. Su sfondo nero, il corpo di Luigi Ontani, vestito solo di un panno giallo a coprire l’inguine, assume sette diverse pose. Si riflette in uno specchio, dandomi le spalle, si mette in bocca un serpente rivolgendo lo sguardo altrove. E il “viaggio esistenziale estetico” comincia così. A guardare Ontani c’è anche Kounellis e il suo “Senza titolo”, o viceversa. «Persona vivente, coperta di lana, bombola a gas, tubo di gomma, base di ferro» è l’opera in sintesi. “Le cose nascono dal buio”, e la forma prende vita dal piede destro della persona che, avvolta sotto un enorme telo, mostra solo una delle sue ultime estremità a cui è legata un’accesa fiamma ossidrica. Il suo teatro è tetro ma solo una luce blu risplende, è il fuoco del mito.

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Il “Crocifisso” di Maurizio Cattelan che, in “A Perfect Day” ha immobilizzato il gallerista Massimo De Carlo, fissato al muro per mezzo di un nastro adesivo argentato, si trova di fronte allo “smarrimento nella lussuria” di Patrizio Di Massimo. Una pila di cuscini di materiali e colori diversi, dal cotone alla pelle, dal rosa cipria al giallo fluorescente, coprono e comprimono il corpo di un elemento vivente: una persona? Due persone? Tre persone? Non riesco bene a comprendere se le mani e i piedi che scorgo sono dello stesso componente dell’opera “Lost in Lust”. E anche io mi sento persa, senza più orientamento. Allora per un attimo mi siedo in un quadro di Michelangelo Pistoletto. Mi trovo all’intero di una cornice di legno, seduta a un tavolo da pranzo e inizio a dialogare con me stessa. Essenziale, fatto di “oggetti in meno” e un’implicita performatività è “Quadro da pranzo” che si riflette spazialmente nel “Senza titolo (I Gemelli)” di Gino De Dominicis. Creando uno specchio attraverso un’asta in bilico, l’artista imprime riflessi e riflessioni. I protagonisti dell’opera sono due gemelli posti uno di fronte all’altro, seduti e separati dal simbolo verticale. Capelli e barba nera, golf giallo che fa intravedere una camicia bianca, pantaloni neri e tanti dettagli che si perdono nella penombra; sono, presumo, omozigoti.

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Ma si può parlare di identicità? Esiste la doppiezza nel reale? Procedo, interrogandomi sull’ubiquità. L’effimero momento performativo diventa eterno in uno scatto. Dopo aver vissuto la “VB74” sulla mia pelle, vedo la “VB26” sulla pelle delle altre. Le donne di Vanessa Beecroft in questo caso sono eburnee, con intimo bianco, calze bianche, scarpe bianche o rosse e una parrucca monocroma della tonalità del latte. Anche il pavimento è in sintonia con la stessa estetica clinica, con la stessa ossessiva idea di bellezza. E mi sembra di rievocare echi delle istruzioni che erano state impartite a noi trenta donne a Roma ormai un anno fa e al suo tableau vivant “Bellissima”.
E se il corpo fosse una tela infinita, il motore della macchina fosse il cuore e la buia sala fosse l’anima? Fabio Mauri proietta sul torso nudo di un performer il film “Viva Zapata!” di Elia Kazan per dimostrare la contraddizione del titolo dell’opera in mostra, “Senza Ideologia”. Il contenuto dell’azione smentisce il titolo, dimostrandone la valenza per antitesi, e il significato profondo del “senza” diventa “con”, perché non c’è niente che sia estraneo all’arte.

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5.
Messaggio: L’archivio corale.
Mittente: Lo Spazio di via Lazzaro Palazzi, l’esperienza dell’autogestione e AVANBLOB.
Canale: Mostra di un archivio.
Approdo così da un insieme di azioni nate e sviluppatesi da idee di singoli artisti a una nuova esposizione che raccoglie e unifica il progetto nato da una volontà corale. A 25 anni di distanza dalla prima mostra dello Spazio di Via Lazzaro Palazzi presso la Galleria Massimo De Carlo, “Ennesima” raccoglie in ordine ogni fondamentale attimo e momento di storica memoria. “AVANBLOB” nasce per definizione come “una grande macchina scenica” e sulle pareti bianche scorrono immagini e date lungo una grande macchina del tempo.

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Supero la piccola porta rossa di Chiyoko Miura, lascio così il display e comincio a vivere una perfetta fotografia. La prima mostra è infatti ricostruita in maniera filologicamente esatta, e non sono io a dirlo, poiché essendo nata troppo tardi per averla vista non sarei credibile.

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Ridimensionate le mie percezioni alla minima dimensione dell’ingresso, ammiro la “Liberté, Egalité, Fraternité” di Adriano Trovato e fuggo tramite la “Fuga” di Antonello Ruggieri e il “Tunnel” di Bernard Rüdiger. Amaca, zanzariera, libro, paralume sono i “Tristi Tropici” di Mario Airò prima della scrivania piena zeppa di termometri di “Svegliatevi!” di Liliana Moro e della “Giostra” di Giuseppina Mele. Mi lascia in lontananza l’“Incubo tirolese” di Mario Rabbiosi e l’illusione che “Tiracorrendo” non finirà mai.

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6.
Messaggio: Tempo presente, modo indefinito.
Mittente: Artisti nati tra la metà degli anni ’70 e ’80 e opere nate 2015.
Canale: Mostra collettiva generazionale.
La sesta mostra è composta da opere inedite. È essa stessa inedita, canale senza precedente codificazione.
Se visitata in senso orario, l’esposizione comincia con un’opera video che raccoglie la bellezza invisibile che Yuri Ancarani dimostra ogni volta di saper portare alla luce. A metà tra il documentario e il film d’artista, “Baron Samedi” ha come luogo protagonista un cimitero della capitale haitiana di Port au-Price. Le geometrie perfette delle tombe ricordano i bianchi marmi de “Il Capo”, il buio della notte ricordano il blu profondo del corpo umano di “Da Vinci”. Riprese diurne e notturne si inseguono mostrando la flora e la fauna di capre selvatiche e di tombe con lucchetti per non far uscire gli spiriti. Superati i riti vudù, domina lo spaesamento insieme a un inarrestabile senso di precarietà. Si pone davanti a me una scultura in bronzo che sembra misurare lo spazio intorno a sé…

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Altezza x larghezza x profondità? Ma la mia idea è solo un’illusione. La ricerca artistica di Francesco Arena si muove lungo due direttrici: la retta della storia collettiva e quella della storia personale. In “Corner (Marianna, Anna, Francesco)” l’artista forma un angolo unendo l’altezza della figlia a quella della moglie e alla sua, consegnando all’eternità questo esempio del suo lessico familiare materico. 

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Se Lupo Borgonovo fa dei nostri oggetti di consumo calchi da mettere in mostra e Danilo Correale usa i dati demografici per dimostrare quanto noi uomini siamo diventati solo numeri e merce di scambio, Luca Monterastelli torna al dialogo natura-scultura. “The Amazing World of Tomorroe or Goodbye Bad Luck!” sono quattro monumentali colonne troppo primordiali per essere moderne, troppo moderne per essere primordiali. Vedo forme antropomorfe uscire alla ricerca di nuovi innesti, ma il cemento armato blocca ogni nuovo innesto. E così mi irrigidisco anche io.

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Gli occhi di “Ingrid” di Andrea Romano mi liberano dalla staticità, e scopro due sculture con fattezze geometriche e nomi umani. Dopo “Salvatore” di Santo Tolone, arriva “Tina”, il tessuto da tende su telaio di Alek O., l’artista che fa dei suoi momenti privati racconti simbolici composti da oggetti comuni. Un pomeriggio di pioggia? Una gita al mare? Non saprò mai cosa di emozionalmente caldo abbia generato questa fredda forma materica. E credo che la sensazione di mistero e irrisolto sia il sentire ideale per approcciarsi all’arte che verrà.

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7.
Messaggio: Qui, ora e altrove.
Mittente: Massimo Bartolini, Monica Bonvicini, Alberto Garutti, Luca Vitone.
Canale: Interventi Site-Specific.
Ho imparato che l’arte contiene tutto e tutto rappresenta. È femminile, maschile, respira, si muove, resta immobile e si riflette. L’arte mi ha fatto riflettere per sei volte in maniera evidente, la settima invece è stata una scoperta nascosta. All’inizio della meta-mostra, alla fine e a ogni cambio di tipologia espositiva, è stata collocata un’opera realizzata ad hoc per gli spazi della Triennale«Nello scalone d’onore della Triennale e nell’anticamera d’ingresso a “Ennesima” le luci vibreranno quando in Italia un fulmine cadrà durante i temporali», ha spiegato così Alberto Garutti, autore della prima opera che appare in mostra. E se l’interruttore elettronico fosse opera d’artista? Monica Bonvicini dice “NO” e non “ON” sul suo “The Beauty You Offer and the Electric Light”. Siamo inconsciamente consapevoli del nostro quotidiano potere di accendere o spegnere la nostra vita e le nostre realtà ma questa volta è l’interruttore a tenerci in pugno e a restare immobile nonostante la nostra volontà.

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Insieme ai miei passi che attraversavano le sale e le esposizioni, i miei piedi hanno incontrato cinque interventi in marmo di Massimo Bartolini. E ogni confine e limite si è fatto più presente. Fino a che non ho trovato l’uscita, opera di Luca Vitone. Legno, mattoni e pietre a comporre la metaforica via della meta-esposizione. Dal corridoio al vicolo, dalla sala fisica all’odore di mare, dall’itinerario allo smarrimento, arrivo al mio punto di partenza.

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#ennesima #followtheartgirl

Credits:
Special thanks to
Tom Rebl
Alessandro Grimoldieu
Photo: Viviana Bonafede 

AMOinfo:
Ennesima. Una mostra di sette mostre sull’arte italiana
A cura di Vincenzo De Bellis
Direzione artistica Edoardo Bonaspetti
Assistenza alla curatela e alla ricerca Cristina Baldacci e Nicola Ricciardi
La Triennale di Milano
Fino al 6 febbraio 2016

AMOlink:
triennale.org
i-d.vice.com/ennesima-milano