Sono stati tanti i “terremoti” e le “alluvioni” nella storia dell’arte e dell’architettura. In via simbolica, certo, nel senso di “scosse” concettuali che hanno ispirato utopie della città e del territorio. Parlare di architettura in questo senso potrebbe essere un paradosso, dato che questa disciplina costruisce e cementifica.

Adolfo Natalini, Cristiano Toraldo di Francia, Roberto Magris, Gian Piero Frassinelli, Alesandro Magris e (dal 1970 al 1972) Alessandro Poli sono i componenti dello storico gruppo fondato nel 1966, l’anno della tragedia dell’alluvione a Firenze. Oggi il Superstudio arriva a Milano in una mostra monografica, in dialogo con gli autori contemporanei che proprio alla loro “super” rivoluzione si sono ispirati.

Super Superstudio. Arte e architettura radicale” è l’esposizione ospitata nel Padiglione d’Arte Contemporanea fino al 6 gennaio 2016, a cura di Andreas Angelidakis, Vittorio Pizzigoni e Valter Scelsi, in un asse che collega Firenze a Milano, gli anni Sessanta al secondo millennio. Perché l’opera d’arte deve restare “in progress”, “aperta” al confronto, pronta al rischio, al cambiamento, all’esplosione o alla costante. «Solo dall’ambiguità, dalla non-soluzione, dalla pluralità delle possibili letture, nasce la tensione necessaria a mantenere l’opera» in quanto tale (“Domus”, 1969); e, poiché è necessario rimanere al passo coi tempi, «l’aumento della velocità di lettura e l’aumento di mobilità della società richiedono un’architettura capace di fare il punto della situazione momento per momento…» (Ivi). E onda dopo onda, se no di che “panta rei” artistico potremmo mai parlare?

Superstudio, PAC MIlano, Eloisa Reverie Vezzosi

Con il Superstudio si passa a vivere una “Superesistenza” su una “Supersuperficie”.
Tutto cominciò con la “Superarchitettura”, la mostra fondativa, organizzata alla galleria Jolly di Pistoia il 4 dicembre 1966 (esattamente un mese dopo la catastrofica alluvione). Nasceva l’Architettura Radicale che metteva in discussione i confini tra le arti e dell’architettura, con le icone della “superproduzione”, del “superconsumo”, della “superinduzione al superconsumo”, del “supermarket” e di “superman”; l’architettura “sterminatrice dei dissensi”; l’architettura “sub-specie philosophiae”; l’architettura che cercava di affrontare la relazione fra vita e progetto attraverso una radicale rifondazione antropologica; l’architettura del mondo a venire. «Osservando l’opera del Superstudio nel 2015 ci si accorge che essa non è semplicemente radicale, ma anche profetica». Come non essere d’accordo con Angelidakis?

La storia del Superstudio è durata vent’anni ma ancora non è finita. Dopo aver parlato della nascita, sono numerosi gli “Atti fondamentali” che rappresentano la sua esistenza.

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1. Vita
«Ti chiamo! Non odi? Ecco la prima sala» (Superstudio, “Il viaggio” in “Atti fondamentali”).
Non è l’immagine del Gruppo ad accogliere lo spettatore una volta varcata la soglia. “Presenza/Assenza”, esposta per la prima volta nel 1977 come “un’ipotesi per l’architettura”, è subito presente. Una lunghissima parete accoglie la lista dei presenti e degli assenti. Sono coppie di “tavolette di refrattario” divise da una linea di 17 m e legate da un filo di spago. Sono lapidi fragili che rappresentano il desiderio dei protagonisti dell’avanguardia di passare a un progetto di educazione permanente. Sono il simbolo della struttura antropologica dei bisogni (“Presenza”) e della ricostruzione disciplinare (“Assenza”).

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Dopo la Galleria d’Arte Moderna di Bologna, solo il muro bianco del PAC di Milano avrebbe potuto accogliere le parole simbolo, i concetti chiave e i nomi dei “militanti”: “Archizoom Associati”-“Robert + Leo Kier”, “9999”-“OMA”, “Abraham-Venturi”, “Superstudio-Isozaki”… Ma prima di arrivare al 2015 passando per il 1977, torniamo al 1966.

2. Educazione
«Dove credete di andare percorrendo la strada dell’utopia?». Hanno tentato di fermarmi dicendo che “cercare salvezza nell’utopia è utopia sublimata”. Loro, gli “allevatori di anti-utopia”, “pastori di mostri”, si sentono spaventati dal sonno cerebrale che il “non luogo per eccellenza” può portare. Allora ho deciso di rivolgere al Superstudio un invito. Ho chiesto di insegnarmi la retta via dalla radice “super-” e di coinvolgermi nel loro environment.

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Spaesamento”, “trasposizione in scala”, “assemblaggio”, “montaggio”, “scomposizione”, “ripetizione e iterazione”, “contaminazione”: questi sono i termini del vocabolario del Superstudio. Partendo dal principio che un oggetto tolto dal proprio contesto e riproposto in un altro assuma nuove relazioni, si entra in una nuova ottica e in una nuova visione del mondo mediato dalla macchina dell’architettura.

L’Architettura di rigore convive col Design d’evasione? Il Design d’evasione è Design d’invenzione? Basta con le domande! All’inizio ci fu l’architettura dei monumenti. Poi arrivò l’architettura delle immagini, che attraverso “figure” induceva comportamenti; infine l’architettura della ragione, testimonianza della creatività, a cui l’architettura riflessa e quella interplanetaria fecero seguito…
Mi dimentico di trovarmi in un edificio solido fatto di fondamenta, di scheletri che sorreggono pareti, di soffitti fatti di cemento ed eco. Dopo le “Tre architetture nascoste”, ma non invisibili, fatte di manipolazioni concettuali, specchi e riflessi di “fiorentinità”, appare la prima delle “Dodici città ideali”, punto fermo da cui è indispensabile partire.

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Vedo intorno a me, su prati verdeggianti, colline assolate, montagne selvose, la prima città, composta da un unico ininterrotto edificio, dove non esiste la morte ed essa stessa è produttrice di vita e di nuovi figli della città. Scorgo da una finestra un individuo: vive in una delle infinite celle. Mi dicono che i suoi impulsi cerebrali sono continuamente captati dal pannello e ritrasmessi all’analizzatore elettronico che seleziona, compara e media i desideri dei singoli, programmando attimo per attimo la vita di tutta la città così che tutti i cittadini siano sempre nelle stesse condizioni di eguaglianza.
Dalla “Città 2000 t.” viaggio per altre 11 diverse realtà. La “Città coclea temporale” è un’enorme vite senza fine che ruota ininterrottamente e lentamente compiendo su se stessa un giro all’anno. “La New York of Brains” è un cubo lungo, largo, alto 55 metri rivestito di formelle di quarzo di 25 x 25 cm, collocato nel cuore di New York, Central Park. Mi affaccio dalla cavità centrale e scorgo i suoi cittadini: 10.000.456 cervelli, destinati a sopravvivere all’Umanità e a restare soli quando questa sarà distrutta.

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Alzo gli occhi al cielo e passa sopra la mia testa una “Città astronave”; data la definizione di centro urbano anche un gruppo di astronauti può dirsi abitante e, in questo caso, della quarta città. Mi hanno rivelato poi che nella “Città delle semisfere”, queste hanno un sarcofago come loro padrone; che per entrare in “The magnificent and fabulous Barnum jr.’s city”, con il suo tendone da circo rosso e blu, è necessario versare una cauzione; che la “Città a nastro di produzione continua” cammina ed è paragonabile a un immenso serpente la cui testa è la Grande Fabbrica; che la “Città cono a gradoni” è strutturata da 1.628.250 porte che connettono al mondo esterno e ciascun abitante riceve ordini da un “controllore”, una piccola placca metallica a cui teoricamente sarebbe possibile disobbedire (anche se il senso di colpa sarebbe talmente forte da provocare enormi sofferenze). La nona città è la “Città macchina abitata”, così grande che neanche chi ci vive ha idea delle sue dimensioni; sa solo che sarà trascinato senza sosta da nastri trasportatori, scivoli e condotti pneumatici dal punto della nascita a quello della morte. La “Città dell’ordine” poi non ha niente di sano, a partire da un sindaco che governa indisturbato da 45 anni e dai cittadini modello e che hanno nella testa un complesso meccanismo miniaturizzato e nel torace e nell’addome tante palline di polistirolo espanso al posto delle interiora. Nessuno sa perché. Mi rivelano poi che nella “Città delle case splendide” gli abitanti hanno come unico obbiettivo quello di costruire la casa più bella; lo spazio interno è piccolo, quindi è l’esterno che deve diventare il più grandioso possibile, ed espongono le loro ricchezze attraverso abiti sfarzosi mentre nelle loro abitazioni vivono nudi. Infine sogno la “Città del libro”, in cui, il libro che tutti i cittadini portano appeso al collo mediante una catena è lo spirito della città.
«Libro pag. 29. Uccidi per legittimo attacco e getta il cadavere nelle apposite aperture» (Superstudio, “Premonizioni della parosia urbanistica”, “Casabella”, 1972).

3. Cerimonia
Dopo un piccolo viaggio tra lo spazio, il tempo e le Superarchitetture, mi fermo davanti al ritratto dei miei nuovi maestri.
«Sul fatto che il mondo sia tondo e che rotoli pare che non ci sia più da discutere. Da discutere c’è ancora sul come viverci sopra». (Superstudio, “Design d’invenzione e Design d’evasione”, “Domus”, 1969). Il Superstudio si è dedicato alla “strategia dell’abitare” cercando di salvaguardare le nostre vite, suggerendoci modi alternativi per stare nelle nostre case, nelle nostre città e per salvare i centri della storia italiana: per abitare con libertà.

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La cerimonialità sta nelle idee, nei progetti e nelle opere, negli oggetti e nelle luci. Anche se il Superstudio, invitato alla grande mostra del design italiano al MoMA di New York nel 1972 (“Italy the new domestic landscape”), presentò un progetto per una vita senza oggetti. Il “Teatrino degli specchi” è un ambiente in miniatura, un modello alternativo di design in scala ridotta, dominato da specchi ed eventi atmosferici riflessi. Forse la tredicesima città? Sicuramente facile da cingere e difendere…

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Mi abbraccia “Bazaar”, il divano che a prima vista ricorda una conchiglia di Venere, ma che rimanda alla magica zucca di Cenerentola. È un sedile componibile in resina e poliestere rinforzata con fibre di vetro; l’imbottitura è in poliuretano espanso, rivestito in tessuto acrilico. A piacimento si schiude, a piacimento rivela e cela.
La luce che la “Passiflora” e la “Gherpe” a intermittenza liberano, risplende di pura energia nella riproduzione della “Supersuperficie”. Nel buio di una sala seguo i passaggio di luminosi di questo “modello di un’attitudine mentale”. Gli elementi che la compongono sono minimali, e rappresentano una metafora visivo-verbale di distribuzione ordinata e razionale delle risorse, libera dalla schiavitù degli oggetti che sono un invito al consumo e dimostrazioni di lotta di classe.

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Il Superstudio ci rivela che continuare a disegnare mobili e oggetti e casalinghe decorazioninon gli avrebbe consentito di risolvere i problemi dell’abitare e tanto meno sarebbe stato utile a salvarsi l’anima. Il Gruppo abbracciò così una purezza di decorazione e ambientazione attraverso gli “Istogrammi”, bianche strutture omogenee e isotope con cui costruire qualsiasi cosa senza sforzo. Così mi omologo a queste, mi insinuo tra le loro geometrie, sono del loro stesso colore, posso acquistare la loro identica forma…

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Non voglio però diventare una “statua di sale”, come successe alla moglie di Lot secondo le Sacre Scritture, e come “La Moglie di Lot”, opera che il Superstudio espose alla Biennale di Venezia del 1978. Le gocce d’acqua scendono inesorabilmente: ora dopo ora, giorno dopo giorno, anno dopo anno il corpo muta, cambia forma, mostra l’essenza; mentre l’attesa inerte ne fossilizzerebbe la sostanza. Simbolo e realtà così si sposano: “La moglie di Lot”, con le sue cinque architetture di sale che sciogliendosi svelano qualcosa che può essere solo interpretato e non definito, data la sua intrinseca precarietà, può forse rappresentare l’anti-monumento?

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4. Amore
È un sentimento
“continuo”?
Atto fondamentale” della storia del Superstudio è il “Monumento Continuo”, monstrum tra le mostre. «Per chi come noi sia convinto che l’architettura è uno dei pochi mezzi per rendere visibile in terra l’ordine cosmico, per porre ordine tra le cose e soprattutto per affermare la capacità umana di agire secondo ragione, è “moderata utopia” ipotizzare un futuro prossimo in cui tutta l’architettura sia prodotta da un unico atto, da un solo “disegno” capace di chiarire, una volta per tutte, i motivi che hanno spinto l’uomo a innalzare dolmen, menhir, piramidi, e a tracciare città quadrate, circolari, stellari e infine a segnare (ultima ratio) una linea bianca nel deserto. […] Eliminando miraggi e fate morgane di architetture spontanee, architetture della sensibilità, architetture senza architetti, architetture biologiche e fantastiche, ci dirigiamo verso il “monumento continuo”: un’architettura tutta egualmente emergente in un unico ambiente continuo: la terra resa omogenea dalla tecnica, dalla cultura e da tutti gli altri imperialismi» (“Superstudio: discorsi per immagini”, “Domus”, 1969).

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Nel 1970 a Milano vennero esposti i primi fotomontaggi del “Monumento Continuo”, una superficie infinita come una tavola da scacchi senza pedine, “come un nastro inesorabile lungo il globo terrestre”. Non era un elemento isolato, ma “continuo”: una “cosa” aliena nella sua perfezione geometrica. E così anche io, creature infinitesimale, mi persi.
Alla fine, per Superstudio, monumento e anti-monumento, retorica e anti-retorica, “Monumento Continuo” e “La moglie di Lot” non coincidono?

5. Morte/Rinascita
Gli istogrammi si chiamavano anche “Le Tombe degli Architetti”. Ma il Superstudio non è mai morto. Ha predetto il futuro e insieme è “risorto” attraverso le opere di 21 artisti contemporanei.

Se per il Superstudio avevo cominciato dal vocabolario, è giusto qui ripartire dall’alfabeto.

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Ricomincio a muovermi nelle sale e il mio sguardo rimane incantato a guardare il corpo degli altri muoversi indossando la propria pelle. Si tratta di “Da A a B via C (versione per museo)” di Alexandra Bachzetsis. Involontariamente entro così a far parte di un unico organismo umano composto esclusivamente da corpi, privo di oggetti, spoglio di tutto, anche della propria identità. E mentre Louise Lemoine e Ila Béka si domandano se i nuovi edifici abbiano davvero una qualche utilità o se non sarebbe meglio salvaguardare quelli già esistenti, che hanno dato forma al nostro mondo, Petrit Halilaj e Alvaro Urbano si interrogano sulla priorità dei rapporti tra le specie riproponendo ad anello la domanda atavica a cui allude il curatore: è nato prima l’uovo o la gallina?

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Non potrò dare una risposta bensì porre una nuova domanda: il “Cubewaeve” di Jim Isermann è forse parte della “Casa Invisibile”? Per Osaka”, il Superstudio si era ispirato alla sacra Kaaba, una pietra così come il Taj Mahal. Un blocco squadrato di pietra appoggiato sul terreno è un atto primario, sacrale tra l’uomo-la macchina-la vita-la storia. Il blocco è il punto di inizio e quello di fine dell’architettura.

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Seguendo i segnali stradali di Ptrick Tuttofuoco, in “Jaipur”, ho creduto di ritrovarmi su una “supersuperficie” deserta fatta di figure umane a forma di griglie, come quelle di RO/LU, fino a quando ho incontrato le ragazze dai capelli blu e gli uomini dalle chiome bianche di Daniel Keller ed Ella Plevin. In “Pure-Disclosure” gli abitanti del nuovo mondo accumulano tanto libri quanto alghe dentro acquari e vivono su una piattaforma in mezzo all’acqua, culla delle loro notti. È la “superesistenza”.

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Tra tutte le architetture digitali create da Internet e dalla rete, è forse possibile fuggire da questa “superconnettività”? Per Angelo Plessas assolutamente sì. Basta fissare un incontro, ritrovarsi, accamparsi col quel che si riesce a trovare e diventare così realmente amici, far circolare idee e non semplici like, parlare e non scrivere asetticamente parole su tastiere. Mi riparo un attimo sotto un antico monumento fittizio sopra il quale compare una luminosa scritta centrale: “Free Wi-Fi”. “Superantichità” o “supermodernità”? Riccardo Previadi mette in discussione le promesse di progresso fatte dal nostro tempo.

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Sarebbe meglio vivere in una tredicesima “Città ideale”?
Potrebbe essere la nuova “Casa sole”, come Pae White ha disegnato mediante grafie, incisioni, pitture rupestri, segni fatti di neon e pura luce che sostituiscono il sole e che producono la stessa intensità.

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Tendendo il mio sguardo al “Monumento Continuo”, mi imbatto nell’opera di Danai Anesiadou: buste sottovuoto dell’IKEA che raccolgono la vita, gli oggetti suoi e di altri. L’artista non riesce mai a decidere la prossima meta, perciò si muove costantemente alla ricerca di essa.

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Ha tolto l’aria ai suoi ricordi in accumulazione, continua a esplorare la felicità che ogni luogo le offre. Da esule d’arte, quale sono e quali saranno molti insieme a me, ho capito che, in questo mio viaggio “continuo” su un reticolo infinito, rivolgerò sempre lo sguardo alla luna, che il Superstudio ha definitivamente conquistato.
«Tutta la sfera varcano del fuoco,
ed indi vanno al regno de la luna» (“Orlando Furioso”, Canto XXXIV).

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#supersuperstudio #followtheartgirl

Credits:
Special thanks to Mila Schön
Hair: Grazia Basso Parrucchieri
Photo: Viviana Bonafede 

AMOinfo:
“Super Superstudio. Arte e Architettura Radicale”
A cura di Andreas Angelidakis, Vittorio Pizzigoni e Valter Scelsi
Fino al 6 gennaio 2016
PAC, Via Palestro 14, Milano

AMOlink:
pacmilano.it/super-superstudio
domus.it/archivio
atribune.com/mostra-superstudio
prismomag.com/superstudio