Difficile definire quale sia veramente il tempo di Sandro Botticelli. Data infatti l’acronicità dell’arte, come potrei porre dei limiti e imporre dei confini alla Bellezza che per regola è senza tempo?
La pittura di Sandro Botticelli è riconosciuta come un apice assoluto dell’arte di tutti i tempi. E, secondo Cristina Acidini, i motivi di questo consenso planetario sono molteplici. Sia per i soggetti rari del sacro e del profano, le composizioni complesse, le forme armoniose costruite secondo canoni di bellezza tuttora percepiti come attuali, il tutto unito a una sapienza suprema… Ma non solo questo.

In occasione dell’anniversario dei 150 anni del Trattato di amicizia e commercio tra Italia e Giappone, l’indagine dei codici emblematici e allo stesso tempo universali dell’arte di uno dei Maestri del Rinascimento italiano viene indagata attraverso l’esposizione del Tokyo Metropolitan Museum, “Botticelli e il suo tempo”, curata da Alessandro Cecchi, già direttore della Galleria Palatina, insieme al professor Shigetoshi Osano.

«Definiremo la bellezza, come l’armonia fra tutte le membra di un complesso di cui fanno parte, fondata su di una legge precisa, in modo che non si possa aggiungere o togliere, o cambiare nulla se non in peggio» (Leon Battista Alberti). Botticelli è, secondo Argan, il primo «che tende al bello come fine supremo». È stato fra i più autentici interpreti della cultura della sua epoca e ha saputo rispecchiare nella sua arte i profondi cambiamenti della società in cui ha vissuto. Paradossalmente questo è il segreto che si cela dietro alla sua bellezza senza tempo.

Botticelli e il suo tempo, Tokyo, Eloisa Reverie Vezzosi

Così come la fama dell’artista, anche “Botticelli e il suo tempo” si apre sotto il segno di Lorenzo il Magnifico. Gli occhi potenti del busto in terracotta policroma attribuita a Pietro Torrigiano osservano cercando altri occhi e lanciando sguardi di sfida: le sue pupille sono gli specchi della Firenze del di fine Quattrocento e guardandoli mi ci immergo. Le medaglie in bronzo di Bertoldo di Giovanni e Francesco della Robbia rimandano alla Congiura dei Pazzi e a Girolamo Savonarola. E tra “San Michele Arcangelo combatte contro il drago”, “La battaglia dei dieci nudi”, l’“Ercole e Anteo” di Antonio del Pollaiolo e la “Madonna col bambino” di Andrea del Verrocchio si possono riassumere quegli anni come carichi di lotte e di fede.

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Sandro Filipepi, ultimogenito della numerosa famiglia di un artigiano conciapelli, Mariano di Vanni Filipepi, grazie al fratello Antonio aveva toccato con mano l’arte orafa e ne aveva imparato i rudimenti. Da “battigello”, ovvero dall’attività del fratello come battiloro, deriverebbe probabilmente il suo soprannome, più che dal nomignolo usato per il maggiore Giovanni. Ma era stata poi la decisione del padre di metterlo a bottega da Filippo Lippi, celebre frate pittore carmelitano, verso il 1459-1460, la scelta che gli cambiò la vita.

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«Molti dicevano lo spirito di Masaccio essere entrato nel corpo di Filippo», scriveva Vasari nelle sue “Vite” e adesso l’animo di Filippo Lippi si manifesta in terra orientale. Le sue “Madonna in trono con angeli e santi” (circa 1430) e “Madonna col bambino, santi, angeli e il donatore” (1435-1437) della sua prima produzione rispondono di una propria e luminosissima luce. Sono scene complesse, ricche, sfarzose di cromatismi, accese e memori della lezione fiamminga. Le pose, gli sguardi, gli abbracci sono delicati, indice di un tenero plasticismo alla maniera di Donatello e, insieme alla costanza della prospettiva, tutto è intriso di un dolce naturalismo filtrato dalle interpretazioni di Luca della Robbia. Ma col tempo lo sfarzo si ridimensiona e mi trovo davanti a opere ricche più di raffinatezza e pathos. Riesco però a capire e vedere perché questo artista venga ritenuto un precursore nel ritratto.

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Immediatamente tutto si fa buio tra le rocce de “La pietà” (circa 1440). Mentre la Vergine e san Giovanni Evangelista sorreggono il corpo di Cristo seppur dolenti vibrano di forza ed energia espressiva, con drappeggi e gesti sapientemente costruiti apparentemente nei limiti del sarcofago in prospettiva. La “Madonna col Bambino” dal Museo di Arte Sacra di Montespertoli è eburnea e purissima racchiusa in una perfetta conchiglia prospettica. Lo sguardo della madre è assorto mentre quello del figlio sembra rivolgersi allo spettatore in uno slancio di vivacità e a indicare la strada verso un’evoluzione della bottega.

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Ai Medici si legò indissolubilmente l’esordio pubblico di Botticelli. Non senza sollevare polemiche, Sandro infatti come prima commissione importante riuscì a farsi assegnare la pittura della “Fortezza” nella serie delle sette Virtù per il Tribunale della Mercanzia, affidate invece l’anno precedente al Pollaiolo.

Le donne di Botticelli sono molteplici.
Sacre, profane, diverse nei gesti, nelle vesti e anche nei tratti. Sono «fiori di velluto dai lineamenti arcuati, dai lunghi occhi pallidi, le teste languenti sotto il peso di masse d’oro», afferma Adolfo Venturi nel suo “Botticelli”.

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Le opere della prima indipendenza appaiono tutt’altro che lineari. Prima di arrivare alla Venere guardo la Madre. Tra le foglie, non ancora verde pompeiano, la “Madonna del roseto” tiene in braccio suo figlio. È la natura a dominare la composizione con la rosa che dona alla vergine l’attributo di “rosa mystica”; e la melagrana tenuta in mano da Gesù è simbolo di Resurrezione. In un stanza accogliente e familiare, è ambientata la “Madonna del libro”, culmine della produzione di eccellenza degli anni Ottanta. Osservo curiosa il gioco di sguardi privati e amorevoli, le bionde ciocche che sfuggono dal celeste velo, i dettagli dorati della veste, il cielo terso e leggono qualche parole del Libro d’Ore che la Madonna sembra sfogliare. Tra le linee prospettiche, scorgo linee di forza formare un ideale triangolo che protegge e ancor più isola la bellezza di questa nuda verità. La preferenza che Botticelli aveva dato alla linea sul chiaroscuro e al colore appare allo stesso tempo un limite e un segno di forza e conferma l’artista come «uno dei più grandi poeti della linea» (Lionello Venturi).

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Fino a quando, con la bottega, non arriva a far sbocciare il più possibile le rose, a mettere a nudo anche il Cristo che si slancia verso la madre mentre lei resta distante e orante tra gli sguardi di intesa degli angeli. L’abbraccio però non tarda ad arrivare nel “Tondo con la Madonna col Bambino, san Giovannino e gli arcangeli Michele e Gabriele” (realizzato pure con la bottega), che lascia non solo l’arcangelo a bocca aperta.

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In parallelo a un gioco di sguardi tra Santi che benedicono, arcangeli che proteggono, cieli perfetti e nature benigne, compaiono le belle donne senza santità. Simonetta Vespucci sembra sdoppiarsi: due tempere su tavola conservate l’una alla Collezione Marubeni di Tokyo, l’altra alla Galleria Palatina di Palazzo Pitti (circa 1485). Tradizionalmente, quest’ultimo è descritto per la prima volta nella guida di Palazzo Pitti dell’Inghirami del 1834, in cui si parla di questo volto femminile come del “Ritratto della bella Simonetta” facendo riferimento alla donna amata da Giuliano de’ Medici. Allontano dalla mia testa il ronzio critico e di attribuzioni e la guardo nella sua eleganza priva di qualsiasi eccesso di sfarzo a differenza della sua bionda “gemella” ma non per questo di minor fascino. Nella sua pelle d’avorio, nella sua eleganza austera, nella sua veste quasi pudica, nella sua gamurra, nella sua cuffia bianca, nei suoi capelli raccolti, la donna di profilo rappresenta l’aristocrazia fiorentina. I dettagli bianchi si accendono non dalle pietre preziose di cui non veste, ma dal contrasto contro l’architrave bruna, lasciando la finestra aperta dietro alle sue spalle.

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Ma se coll’avanzare in mostra è la verità dell’arte a scoprirsi sempre di più, si percepisce nell’aria il soffio di Zefiro che tutto muove insieme ai lunghi capelli dell’assenteVenere”.
E con le donne reali della storia arrivano le donne ideali della mitologia, dell’allegoria. Entro in un’ampia sala ricca di rilievi e statue dove sul trono trovo re Mida che, affiancato da Ignoranza e Sospetto, si protende verso il Livore che porta per mano la Calunnia. Quest’ultima viene agghindata dall’Insidia e dalla Frode e trascina per i capelli il calunniato, mentre la nera Penitenza si rivolge verso la nuda Verità. È “La Calunnia di Apelle” (1497) in cui Botticelli, quasi a voler codificare il senso della bellezza, impone un senso di lettura alla scena: da destra verso sinistra. Per poi tendere al cielo con mano destra sincera. Forse così l’autore voleva dichiarare la sua innocenza contro accuse di sodomia, forse l’intero lavoro si riferisce alla storia dell’amico Antonio Segni o forse desiderava paragonarsi idealmente ad Apelle stesso? Sicuramente è testimonianza ultima della cultura laurenziana a cui Botticelli era fortemente legato e al mondo che con la morte del Magnifico era andato distrutto.

Botticelli e il suo tempo, Tokyo, Eloisa Reverie Vezzosi

Dopo i ritratti di donna, superati i ritratti di giovinezza “che si fugge tuttavia”, è doveroso passare ai ritratti del potere. Dinanzi alla medicea “Adorazione dei Magi” (che ritrae una serie di personaggi contemporanei: Cosimo il Vecchio, Piero il Gottoso, Giovanni di Cosimo, Lorenzo il Magnifico e Giuliano, nonché un autoritratto dello stesso artista) giusto sarebbe inginocchiarsi. Vasari descrive l’opera riconoscendo nei volti dei soggetti raffigurati quelli della famiglia fiorentina insieme, ovviamente, allo stesso committente dell’opera. Data la visione centrale della scena, l’epicentro di questa realistica sacra rappresentazione si ritrova nella Vergine col Bambino, fulcro dell’Epifania. La capanna della natività è diroccata e immersa tra resti e macerie di un’antichità perduta. Ma il pavone sulla destra resta simbolo di immortalità come la figura vestita di giallo, lo stesso Sandro Botticelli, colui che ha reso l’immagine della scena immortale. In questo gioco di enigmi, di rimandi e di riconoscimenti, alzando lo sguardo, è possibile cogliere la luce divina che scende calda e tutto illumina.

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Il tempo di Botticelli implica il suo stesso scorrere e procedere, il suo esordio e la sua fine: così come era stata descritta l’arte del maestro Filippo Lippi, si passa a Filippino Lippi, il discepolo che, si racconta, superò il maestro. Continuano le riflessioni, continuano i giochi di specchi. Dall’età dell’equilibrio e della purezza lineare l’arte fiorentina si evolse arrivando all’esasperazione espressiva e alle tensioni appassionate, che sfociarono poi nel Manierismo.

Botticelli e il suo tempo, Tokyo, Eloisa Reverie VezzosiSecondo i documenti, nel 1472 presso di lui risultava in apprendistato Filippino Lippi, (nato dall’unione scandalosa tra frate Filippo e la monaca Lucrezia Buti), che si era avvicinato alla pittura seguendo le orme paterne. Tra studi di volti femminili e animali alati si apre come un miraggio la sua visione personale e privata dell’“Adorazione del Bambino” (circa 1478). Maria veste classicamente di rosso con un manto blu steso sul prato a separare il figlio dalla natura che, come da tradizione, circonda la scena. Sento un’eco botticelliana molto forte osservando la composizione insieme a un evidente riferimento alla pittura fiamminga con tocchi e pennellate che nei dettagli si fanno più pastosi. Dal triangolo di affetti si passa allo sferico e tacito dialogo tra l’“Angelo annunciante” e la “Vergine annunciata”; l’uno rivolge inginocchiato la sua mano destra; l’altra è serenamente in attesa e in preghiera, mentre un fascio di luce dorata compare a indicare il miracolo.

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Insieme alla produzione sfarzosa per l’aristocrazia legata ai Medici, Filippino realizzò opere di austero ascetismo, legate alle predicazioni di Savonarola. Come ultimo incontro di questo mio viaggio rinascimentale a Tokyo, trovo “San Giovanni Battista” e “Santa Maria Maddalena”, lateralmente al “Trittico Valori”: l’uno di fianco all’altra lasciano un leggero spazio tra di loro per ascoltare sofferenze e preghiere; l’uno di fianco all’altra rivolgono lo sguardo verso l’alto e verso il basso. Restiamo in attesa.

Botticelli e il suo tempo, Tokyo, Eloisa Reverie Vezzosi

Tra i due artisti rivali, uno morì ricco e famoso, l’altro povero e solo: Filippino Lippi rifiutando incarichi per i troppi impegni; Sandro Botticelli senza più quella “vivacità fertile e gioiosa” di cui parla La Fenestres in “La peinture italienne”, abbandonato da tutti per le sue posizioni religiose e politiche sconvenienti.

Data l’acronicità del tempo di Botticelli, come una chiusa ad anello, torno ad affermare la sua genialità senza limiti, poiché tante e nuove saranno le illuminazioni che la sua arte donerà ai nostri e futuri giorni. «Sempre si accende l’ispirazione del Botticelli nel punto dove il moto trapassa nella posa, nel punto dove la vita diviene contemplata memoria, dove la realtà si fa immagine e simbolo e la storia si fissa nel cristallo del mito» (Roberto Salvini, “Enciclopedia universale dell’arte”).

Botticelli e il suo tempo, Tokyo, Eloisa Reverie Vezzosi

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#botticellieilsuotempo #followtheartgirl

Credits:
Special thanks: Vivetta
Photo: Androniki Christodoulou 

AMOinfo:
Botticelli e il suo tempo”
fino al 3 aprile
Tokyo Metropolitan Art Museum
Organizzata da:
Ministero dei Beni e delle Attività Culturali, Ministero degli Affari Esteri, Associazione MetaMorfosi
In collaborazione con le autorità giapponesi e con l’Ambasciata d’Italia a Tokyo

AMOlinks:
www.tobikan.jp/en/exhibition/botticelli.html
www.ilsole24ore.com/a-tokyo-botticelli