«L’inizio è qualcosa di immediato. È la materia a decidere».
Joan Miró partiva dal colore nero, da un primo impulso, da un sentire viscerale che strutturava lo spazio, e successivamente aspettava… Giorni, settimane, mesi, anni: regalava tempo al suo inconscio perché intervenisse.

«Quando un quadro non mi soddisfa, sento un malessere fisico, come se fossi malato, come se il mio cuore funzionasse male, come se non potessi respirare, come se stessi affogando. […] Però, siccome sono molto ostinato in questo genere di cose, combatto. È un combattimento tra me e quello che faccio, tra me e il quadro, tra me e il mio malessere. Questa lotta mi eccita e mi appassiona. Lavoro finché il malessere non cessa».

Joan Miró, Eloisa Reverie Vezzosi, MUDEC, MilanoIl Museo delle Culture di Milano ci regala un viaggio nella materia del celebre artista catalano con una mostra curata dalla Fundació Joan Miró, sotto la direzione artistica di Rosa Maria Malet insieme a Francesco Poli, promossa dal Comune di Milano-Cultura e da 24 ORE Cultura – Gruppo 24 Ore. Con oltre 100 opere esposte, “Joan Miró. La forza della materia” si concentra sugli anni trascorsi tra il 1931 e il 1981, la gestazione e la nascita di un nuovo linguaggio, la libertà del gesto, l’anti-pittura, la scultura, l’arazzo, l’incisione…

Joan Miró, Eloisa Reverie Vezzosi, MUDEC, Milano

Duke Ellington nel 1966 dedicò al pittore catalano un pezzo blues divenuto leggendario.
Io ho voluto donargli il mio gesto.

Joan Miró, Eloisa Reverie Vezzosi, MUDEC, Milano

Senza Titolo” (1949): la prima opera del poeta del colore che incontro è verso senza titolo, rima senza vocali, figura retorica senza retorica. È certo, però, è che guardandolo ho visto la luna… senza stelle. Per la precisione, è un’inquietante luna nera che si staglia vicino al soggetto centrale dallo sguardo ipnotico. Lo spazio è universale, l’ocra tinge grafismi cancellati e puntuali grattage d’artista. In che epoca siamo? A parlare è la nostalgia di un mondo primitivo. Per la precisione, il poeta del colore sceglie di abbandonare titoli onirici poiché è l’orrore della guerra a imperare e a lasciare tutti senza parole.

Joan Miró, Eloisa Reverie Vezzosi, MUDEC, Milano

«Che la mia opera sia come una poesia musicata da un pittore». E, secondo il volere dell’artista, come è giusto parlar di poesia è bene anche dedicarsi alla musica. Così dal cielo notturno si passa a “Musica del crepuscolo I” (1965). Olio su tela che mostra le costellazioni di colore, la luminosità di pianeti, forme ideali e figure irreali di eco preistorica, di eco appunto musicale…

Joan Miró, Eloisa Reverie Vezzosi, MUDEC, Milano

Dopo aver “assassinato la pittura”, lavorando con ogni tipo di superficie e di tecnica, dipingendo solo opere di formato molto piccolo e ricorrendo al disegno come mezzo di denuncia della “pazzia bestialissima” della guerra, arriva la liberazione del gesto pittorico.

A partire dalla frattura del nichilismo e dalla distruttività del dadaismo, viene a costituirsi un linguaggio nuovo, al quale neppure Miró osa dare un nome: la sua pittura è “X”, impossibile definire la casa-madre della propria arte, una terra tra il reale e il fantastico, l’apparente e l’onirico, l’eterno e l’effimero.

Joan Miró, Eloisa Reverie Vezzosi, MUDEC, Milano

Mi sento osservata da stormi di occhi silenti: sono “Uccelli” d’artista. Osservandoli mi convinco che facciano parte della stessa famiglia e tipologia; presentano infatti tutti una spessa linea nera che li definisce e li rende esseri finiti, limitati e che contiene i colori più accesi che il loro corpo sostenga e che il mio occhio sopporti sotto la luce del sole o della luna… Mi domando dove Joan Miró potesse trovare una fauna tanto ricca: forse nel suo studio da lui stesso definito “orto”?

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Donna e uccello nella notte” (1969) è in prevalenza rosso e la carta sembra intrisa di una estesa macchia di sangue. La figura femminile si allontana e diventa “Donna nella notte” (1973) che parte e prende vita da una macchia blu e poi arrivano il nero, il rosso e il giallo. L’occhio, i tre capelli, la stella e il punto viola vengono introdotti successivamente e per ultima l’artista dipinge le gambe della figura.

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Tolto l’Uccello”, simbolo di meditazione tra cielo e terra, andata via la Donna, simbolo di vita e fertilità, alla fine resta solo un “Personaggio nella notte” (1974). E, continuando l’opera di sottrazione, non resta altro che una tela bianca: “Poesia” (1974). Poiché in Miró la poesia ha risvolto plastico e nella poesia Miró trova il substrato organico che ispira la totalità della sua creazione. Lo spazio pittorico è un foglio bianco; pennellate, chiazze, macchie, forme, linee sono lettere, parole, versi dai risultati più euritmici/antipoetici/lirici, in una parola diversi.

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Per Tzara, Joan Miró era «il più vicino allo spirito dei poemi, a causa della freschezza dei suoi sentimenti e dell’universo nel quale vive. Anche lui sente delle radici profonde che avvicinano l’uomo allo stato di nudità della coscienza».
Ma dove affondano idealmente e realmente queste radici d’artista?

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Dal 1956 Joan Miró si era stabilito definitivamente a Maiorca, terra natale del ramo materno della sua famiglia. «È a Maiorca, alla purezza del mare che la circonda, alla sua luce soprattutto […] che bisogna collegare la poesia aerea di Miró – affermava Jacques Dupin – e il mistero imponderabile della sua linea. […] Maiorca “l’isola della calma”, è il cielo nella sua doppia apparenza, luce e notte, in contrasto con le potenze della terra di cui Mont-Roig è il luogo. “Pura poesia”, secondo le parole del pittore. […] È la grazia ingenua e perversa degli uccelli di Miró e di tutte le figure che volano, fluttuano, si girano, si aggregano e si moltiplicano sulla tela. È anche, in lui, la parte di tenerezza, la trasparenza dello sguardo, l’agilità delle mani, lo slancio lirico e della rêverie».

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In arte si pensa spesso che la parola “materia” sia intrinsecamente connessa al termine “scultura”. Se da una parte la pittura di Miró dimostra le declinazioni possibili e l’apertura di questo rapporto esclusivo ad altri mezzi espressivi, il postulato materia=scultura si conferma ancora una volta valido nell’operato dell’artista spagnolo. Lontano dalla purezza formale di Brancusi e dal nichilismo di Duchamp, dall’eroismo di Picasso e dalla scultura cinetica di Calder, Miró manipola gli oggetti di ambito quotidiano e popolare, assemblandoli e creando nuove forme in bronzo.

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Latte ossidate, chiodi piegati, ceste sfondate, zucche, ossi, uova, carapaci di tartaruga, fornelli, rubinetti, martelli, tubetti di pittura usati, sassi, un tricorno già appartenente alla Guardia Civile, pane, mandorle, pomodori, gallette, flaconi di profumo, palloni di plastica rotti, radici d’albero, coperchi metallici, portarotoli di carta igienica: prendeva il suo tempo per ordinare, aspettare, maturare nuove forme.

Joan Miró, Eloisa Reverie Vezzosi, MUDEC, Milano

Alla fonderia Clementi di Meudon, alla Susse di Arcueil (Parigi) o alla Parella di Barcellona, «certi oggetti, ai quali si può accedere solo attraverso i sogni» (come diceva Breton), attraverso il bronzo prendevano nuova vita.

«Le cose più semplici mi fanno venire delle idee. Il piatto in cui un contadino mangia la minestra mi interessa di più dei piatti assurdamente lussuosi dei ricchi». Davanti a me si presenta “Donna e uccello” (1967), realizzata l’anno in cui l’artista introdusse il colore nel suo procedimento scultoreo. Oltre al giallo, al blu e al rosso, ai lineamenti di donna e alla figura dell’animale, mi domando quale sia l’anima originaria celata dal bronzo. Così come una coppia di mani che si mette a giocare davanti alla luce di una lampada e costruisce con le sue ombre animali e volti che, una volta accesa la luce cesseranno di esistere, allo stesso modo scorgo una radice di un albero e un coperchio ed è come se avessi trovato l’interruttore.

Joan Miró, Eloisa Reverie Vezzosi, MUDEC, Milano

Una “Donna”, un “Guerriero”, un “Gallo”… E il gioco continua passo dopo passo, impronta dopo impronta. I piedi erano tanto fondamentali nell’opera dell’artista, da non essere mai assenti dai suoi lavori. Pure nel “Personaggio”, dove possono apparire fisicamente invisibili, si fanno impronte.

Joan Miró, Eloisa Reverie Vezzosi, MUDEC, Milano

Ribelle fino all’anti-pittura, anarchico persino nei confronti del Surrealismo, creatore di assamblage/sculture e pitture/oniriche astrazioni, egli aveva dominato la cultura accademica prima di rovesciarla e rispettava sempre un ordine estremo nel suo studio prima di arrivare a sovvertire l’iconografia, bruciare, perforare e aggredire (e non solo dipingere) la tela.

Joan Miró, Eloisa Reverie Vezzosi, MUDEC, Milano

Fogli di calendario, buste da lettera, carte da regalo, missive di amici, carta da macellaio, riviste e giornali sgualciti, carte giapponesi, fogli di carta vegetale o di seta: Joan Miró amava improvvisare sin dalla scelta del supporto. Una volta selezionato, lo alterava, come testimonia “Il soldato in licenza” (1974).

Mentre la figura in nero si muove, avanzando tra frecce, stelle e macchie, mi racconta di essere stata colpita dal suo stesso Creatore. Miró lascia l’impronta della propria mano in colore nero: un atto tanto violento quanto rischioso per la vita del soggetto dell’opera, per il successo dell’artista. Sopravvissuti entrambi, nello stesso anno Miró decise di presentare le sue cinque tele più provocatorie, frutto della sua “tendenza incendiaria”, nella grande retrospettiva tenuta al Grand Palais parigino nel 1974. Tutto il resto è storia, tutto il resto è materia.

Joan Miró, Eloisa Reverie Vezzosi, MUDEC, Milano

Tra le “Teste” dagli occhi insanguinati in pittura acrilica e oli su tela, “Galli del mattino” su tele catramate e “Anatre in volo” in stile pompier, una e una sola resta la costante dell’arte magica, materica e magnetica di Joan Miró: il disegno. Il fil rouge delle opere dell’artista catalano è un’originalissima calligrafia segnica che può espandersi, ispessirsi e raggiungere ogni aspetto del reale e farlo onirico.
Questa è la forza di Miró, il pittore dell’anti-pittura che trasformava tele in poesie, realtà in sogno e che aveva acceso (anche letteralmente) il sacro fuoco dell’arte.

Joan Miró, Eloisa Reverie Vezzosi, MUDEC, Milano

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Credits:
Special thanks to Rossella Jardini
Photo: Carlotta Coppo

AMOlinks:
www.mudec.it/miro
www.fmirobcn.org