«Che avverrebbe se io dormissi ancora un poco e dimenticassi ogni pazzia?». Se il confine su cui Kafka si muove nel suo racconto più celebre delimita realtà da un lato e immaginazione dall’altro, Jan Fabre con le sue Metamorfosi si spinge alla ricerca di Utopia insieme a guide di spirito, intelletto e simbologia.

L’“artista totale” di origine fiamminga ha invaso la città di Firenze. Dal 15 aprile 2016, in Piazza della Signoria, accanto al monumento equestre di Cosimo I del Giambologna, troneggia la monumentale “Searching for Utopia”, mentre sull’Arengario di Palazzo Vecchio – tra il “David” di Michelangelo e la “Giuditta” di Donatello – si ritaglia il suo spazio vitale “The Man Who Measures the Clouds” e, dal 14 maggio fino al 2 ottobre 2016, la sua monografica “Spiritual Guards” dominerà il cielo, la terra, l’aria e il fuoco sopra la città.

Eloisa Reverie Vezzosi, Jan Fabre, Forte di Belvedere

Superata l’agorà medicea, il Forte di Belvedere diventa lo scenario perfetto di un dialogo tra elementi naturali e artistici fatti di bronzo, gusci di scarabei, cere, video con una selezione delle sue perfomences più celebri degli ultimi 40 anni. La mostra a Forte di Belvedere, curata da Melania Rossi e Joanna De Vos con la direzione artistica di Sergio Risaliti, si inserisce nel solco della “Prospettiva vegetale” di Giuseppe Penone e di “Human” di Antony Gormley, esponendo i sette scarabei di Jan Fabre insieme a un esercito di autoritratti scultorei, momenti video, proiezioni e armature d’artista.

Eloisa Reverie Vezzosi, Jan Fabre, Forte di Belvedere

Jan Fabre è artista visivo, consilience-artist, coreografo, drammaturgo, regista… Secondo una mia personale opinione, Fabre è per natura sua e della radice del suo nome “fabbro, artigiano, artefice”. Ho sempre sostenuto infatti che quel cognome derivasse da una sonorizzazione della vocale o dal particolare cambiamento di gradi apofonici tipico delle eccezioni latine di terza declinazione proprio dei maschili dal nominativo in “er/ir”: come “faber” appunto Fabre.

Non solo quindi “faber est suae quisque fortunae” (frase che ebbe ampio respiro in quel Rinascimento che l’opera di Fabre si propone di indagare in progress), ma anche e soprattutto l’artista è l’artefice, il creatore capace di, inventare, costruire, trasformare l’ambiente e la realtà secondo il suo pensiero, il suo sentire e le sue esigenze.

Jan Fabre si definisce “anima errante” che parla al cuore degli uomini, “guerriero della bellezza” che guida un esercito di paladini, “cavaliere della disperazione” che si cava fuori dall’immaginazione. «E l’immaginazione – afferma – è un giardino tra l’anima e il corpo».

Prendendo spunto dall’incipit delle “Metamorfosi” di Ovidio, anche io «Canto le forme dei corpi che presero nuova figura».

Eloisa Reverie Vezzosi, Jan Fabre, Forte di Belvedere

L’uomo che porta la croce” è il primo uomo in bronzo al silicio che incontro. Invita al dialogo ed è con lui che mi relaziono. La scultura venne esposta nel 2015 nella Cattedrale di Anversa, sede della “Deposizione” di Pieter Paul Rubens, opera che segnò profondamente Fabre. “L’uomo” che sorregge la croce «simbolo della vitalità, l’albero della vita» è un omaggio allo zio dell’artista che gli aveva fatto conoscere il capolavoro di Rubens: suoi «sono solo gli occhiali».

Alla ricerca di equilibrio, tra cielo e terra, finito e infinito, non guarda il pubblico di spettatori presenti davanti a lui, ma si rivolge alla linea dell’orizzonte: la scultura è un monito ad assumere la stessa postura del soggetto raffigurato. Fabre invita a provare la stessa sensazione, «in totale libertà, e poi decidere eventualmente di buttare via la croce. L’importante è fare esperienza dell’identità di questo spazio».

Così mi volgo orante al cielo e con i piedi ben piantati per terra, cerco poi di perdere l’equilibrio, imitando e sorreggendo idealmente con una mano il peso della Cristianità.

«L’arte è il Padre
la bellezza è il Figlio
e la libertà è lo Spirito Santo».

Fabre nelle sue affermazioni non sfida solo la fede. Con la sua visione patriarcale, sfida anche la Madre Natura che, insieme alla Madre Arte, nutre e sorregge ogni passo di vita d’artista.

Corpo spirituale e corpo materiale, cultura e viscere, teschio, corazza e cervello, pensieri ed empatia, lacrime, urina, sangue e sperma, corpo in metamorfosi, al centro del flusso continuo di nascita-vita-morte-rinascita: qual è la reale manifestazione dell’arte di Jan Fabre?

Eloisa Reverie Vezzosi, Jan Fabre, Forte di Belvedere

Arte = tempo x spazio.
Il tempo e lo spazio di Fabre si basano sul mondo animale.
Gli animali sono un uomo potenziato o, detto con le parole di Nietzsche, «l’uomo è un animale malato». E gli insetti sono fondamentale allegoria di corpo ed esistenza. Se lo scarabeo per gli Antichi Egizi è legato al Sole, ha valore propiziatorio e diventa sigillo, lo scarabeo di Jan Fabre è sacro, porta un bastone da passeggio e, fatto di bronzo, rifulge di luce.

Mi avvicino ai «più antichi computer del mondo», gusci di memorie più antiche del corpo umano. Disseminati negli angoli nevralgici del Forte, gli scarabei stercorari svolgono il loro compito di araldi di Thanatos, emblemi di rinascita. E la metamorfosi diventa rigenerazione stessa della morte. Questo è l’ecosistema di Fabre.

Eloisa Reverie Vezzosi, Jan Fabre, Forte di Belvedere

Dal guscio una croce, dal guscio un ramo, dal guscio una luce: le specie di scarabeo appartenenti alla fauna di Fabre sono tre. Dal guscio alla corazza: le specie animali non si esauriscono qui.

La tartaruga più grande realizzata dall’artista è, per definizione nel titolo, alla ricerca di Utopia. Ironie, crisi, provocazioni? L’unico animale presente sulla terra da circa 250 milioni di anni è messo a guardia di un sogno dell’avvenire. L’“abitatore di tartaro” parla a tutti i popoli del mondo insieme all’artista che, fatta scendere Afrodite dall’iconografia classica, cavalca la tartaruga.

Eloisa Reverie Vezzosi, Jan Fabre, Forte di Belvedere

Il Monte Olimpo d’altronde Fabre l’aveva raggiunto da tempo. Non solo per gli echi classici, i rimandi mitologici e allo stesso tempo visionari dei suoi pensieri, filosofie, parole, opere e omissioni ma anche e soprattutto per “Mount Olympus – To glorify the cult of tragedy”, la sua opera tragica lunga un giorno con cui ha regalato una catarsi sociale, politica e poetica a tutti gli spettatori presenti.

«E invece io ballo / ballo per quel Dio di temporali che c’ho dentro il corpo». Mossa da Dioniso, vengo invasata dall’arte di Fabre.

Eloisa Reverie Vezzosi, Jan Fabre, Forte di Belvedere

Danzo come i suoi attori sono soliti fare, perdendo se stessi, annullandosi, diventando anonima secondo volontà degli “uno, nessuno e centomila” Jan Fabre.

Mossa da emozioni primarie proprie di una natura che si rivela nella sua essenza: non psicologica, non poetica, non stoica, ma completamente anonima. Il corpo è tutto, tutto è corpo. Corpo è soggetto, corpo è oggetto, creatore di un’eternità fatta di fragilità e finitezza.

Cos’è quindi il corpo per Fabre? «Non è altro che un campo di battaglia cavalleresco pieno di gesta magnanime e di disperazione».

Eloisa Reverie Vezzosi, Jan Fabre, Forte di Belvedere

Jan Fabre non è solo regista, è attore in prima persona.
Divenne coprotagonista in “Guerriero-Vergine / Vergine-Guerriero” a fianco di Marina Abramović nel 2008 al Palais de Tokyo per difendere la vulnerabilità della bellezza e dell’arte. Era già stato coprotagonista di se stesso in “Lancelot” (2004) lottando contro di sé nella veste di eroe tipico della saga fiamminga.

E in ogni sua opera scultorea si ritrae in una veste diversa.

Eloisa Reverie Vezzosi, Jan Fabre, Forte di Belvedere

Sette sono i primi “Capitoli”. Sette volti identici ma diversi, sette tipologie di formazioni bronzee e non ossee che si diramano dalle teste e dalle bocche dell’artista. Ridono o si prendono gioco di me? Esorcizzano o perseguitano? Provocano o purificano?

Procedo mentre il dubbio resta e un coro di voci inizia a farsi incessante…

Eloisa Reverie Vezzosi, Jan Fabre, Forte di Belvedere

L’uomo che piange e ride” è uno solo ma data la sua duplice natura crea una pluralità di suoni e reazioni. In realtà poi non è altro che uno degli “Spiritual Guards”, «un guardiano spirituale che mantiene il potere dell’immaginazione».

Seguo la metamorfosi dell’artista, la sua appropriazione dei quattro elementi.

Eloisa Reverie Vezzosi, Jan Fabre, Forte di Belvedere

Come se l’artista/faber mi avesse voluto lasciare delle tracce. Mi fermo a riflettere nei riflessi dell’acqua contenuta nella prima delle sette vasche appartenenti a “L’uomo che scrive sull’acqua”. Assorto, silenzioso, è immerso nel tentativo irrealizzabile di scrittura. Il dito teso e l’impossibilità reale di comporre parole sono metafora delle stesse metamorfosi del creato e del continuo creare.

Eloisa Reverie Vezzosi, Jan Fabre, Forte di Belvedere

Dopo aver «come un verme dato ossigeno alla terra», dopo aver dominato le piogge e versato lacrime, arriva a rivolgere nuovamente il suo sguardo al cielo.

L’uomo che dirige le stelle” tiene una bacchetta da direttore d’orchestra nella mano destra. Sembra indicare la Cupola di Santa Maria del Fiore, abbracciare il cielo e prepararsi al concerto del mondo. Jan Fabre malgrado si identifichi con “L’uomo che misura le nuvole” è “artefice” fuori misura. E dopo essere salito su un’alta scala con un lungo righello e aver teso nuovamente le mani al cielo, l’artista aspetta. Cirri, nubi, cumuli, altostrati… Attende il passaggio di una nuvola. Immobile, inerte, soggiace agli scherzi di Zefiro rivelandoci il segreto della bellezza dell’attesa.
Mentre i capricci del cielo risultano inafferrabili, Fabre si rivela padrone del fuoco.

Sarà forse questa la sua ultima metamorfosi?

Eloisa Reverie Vezzosi, Jan Fabre, Forte di Belvedere

L’uomo che dona il fuoco” è l’ultimo guardiano in bronzo al silicio che incontro sul mio cammino. Si protegge dal vento che prima l’aveva privato della nuvola da misurare e con la giacca mostra un accendino che ad alternanza si accende: è il fuoco della poesia, la fiammella dell’arte donata idealmente all’artista dal prete e poeta fiammingo Guido Gezelle. Un gesto intimo è il dono, un gesto ancor più intimo è il difendere ciò che si ama. E così anche io cerco di arrivare il più vicino possibile alla fiamma dell’artista divenuto moderno Prometeo ma a un certo punto mi fermo. Mi vince una forza invisibile.

Eloisa Reverie Vezzosi, Jan Fabre, Forte di Belvedere

E dopo aver superato una distesa di corazze in bronzo, confesso di aver perso le tracce del multiforme artista. Saranno forse state mute del cambio di pelle dell’unico faber protagonista? Oppure si trattava della ricerca di un nuovo essere che tanto ossessionò l’artista? Magari è tutto un falso anche se fatto di sangue e saldature? Se tutto quello che ho vissuto non è reale, allora “Io sono un errore”, Jan Fabre è “Il re del plagio” e per quello che Giacinto Di Pietrantonio definì come «un Leonardo contemporaneo vicino però per sensibilità e spregiudicatezza immaginativa alla fantasia surreale e brulicante di Bosch e al realismo allucinatorio di Jan Van Eyck» sarebbe giunto il momento del “Requiem per una Metamorfosi”.

Eloisa Reverie Vezzosi, Jan Fabre, Forte di Belvedere

Eloisa Reverie Vezzosi, Jan Fabre, Forte di Belvedere

Eloisa Reverie Vezzosi, Jan Fabre, Forte di Belvedere

Eloisa Reverie Vezzosi, Jan Fabre, Forte di Belvedere

Eloisa Reverie Vezzosi, Jan Fabre, Forte di Belvedere

Eloisa Reverie Vezzosi, Jan Fabre, Forte di Belvedere

Eloisa Reverie Vezzosi, Jan Fabre, Forte di Belvedere

Eloisa Reverie Vezzosi, Jan Fabre, Forte di Belvedere

Credits
Special thanks to WOK Store for the Jacquemus’ dress from the archive.
Photo: Alessio Torriti – ATworks

AMOlink:
musefirenze.it/jan-fabre
repubblica.it/speciali/arte/jan_fabre
julietartmagazine.com/it/jan-fabre-sfida-alla-fede/
youtube.com/filippotimirecitajanfabre