La cecità è la percezione ottico visiva nulla. Cieco è colui che non vede o che riesce a vedere solo parzialmente. È uno stato congenito oppure indotto. È uno stato mentale. È paradossalmente uno stato di grazia.

Mi è capitato spesso di dover tenere gli occhi chiusi durante un momento performativo. Sempre, quando ho lavorato con Thomas De Falco è stato necessario non aprirli. Malgrado per un determinato lasso di tempo venissi privata della vista, non mi sono mai realmente soffermata ad analizzare il tema della cecità. Almeno fino a sabato 28 maggio quando, presso il Museo dell’Ara Pacis di Roma, è andata in scena “ALBA”, l’ultima performance di Thomas De Falco curata da Laura Cherubini, alla quale ho preso parte insieme ad altri dodici performer, tre musicisti e una mezzosoprano.

Eloisa Reverie Vezzosi, Thomas De Falco, Ara Pacis

Photo credit Tassili Calatroni

Cecità non è il contrario di luminosità.
Non vedo, quindi vedo. Vedo di più, vedo dentro di me, guardo oltre, al di là del sensibile.«Essere un fantasma dev’essere questo, avere la certezza che la vita esiste, perché ce lo dicono quattro sensi, e non poterla vedere», (José Saramago, “Cecità”).

Per volere dell’artista, alle prove siamo arrivati tutti vestiti di bianco e tutte con addosso un abito da sposa. Ereditato, comprato, prestato, mai prima di allora indossato: tutte ce ne saremmo dovute privare per lasciar cingere i nostri corpi da tessiture di cotone, seta, wrapping, fili, sangue e pelle nuova. Mi ero separata dal virginale vestito bianco con una punta di rosso (indossato per la precedente performance, “PRIVATE TDF”) vestendone uno nuovo, color panna, che ben si distingueva dal bianco marmoreo dell’Ara. Portavo al polso una delle mie rose, una di quelle che indosso ogni giorno come mio simbolo di devozione all’Arte. Appena notato, Thomas me lo ha fatto togliere. Ci tenevo a scriverlo, affinché l’Arte sapesse che non era dipeso da me.

Vivere il museo per una notte non è cosa semplice.
La notte l’artista la deve costruire, plasmare, creare. Solo dopo Barbara, Clara, Charlie, Diamara, Francesco, Naomi, Mercedes, Oliver, Jem, Sofia, Vittoria, Vincenzo e io avremmo potuto abitarla. Prima del tramonto del sole e della nascita di un’alba simbolica, sarebbe trascorso del tempo perché l’Ara Pacis diventasse la nostra dimora, teatro della nostra genesi.
D’altronde, Thomas De Falco di “Rinascita” è esperto.
Ho avuto spesso modo di affermare come, in occasione di uno specifico momento performativo, il tempo sia solito fermarsi. L’attimo diventa acronico e raggiunge come un’ombra l’atemporalità.

Scesi nell’auditorium, a piedi nudi sul pavimento ligneo ci siamo guardati uno a uno cadere. Siamo regrediti in uno stato larvale di cui, credo, ciascuno di noi faccia fatica ad avere memoria certa: embrioni nelle mani di De Falco, pronti a una crescita lenta verso la vertigine.

Thomas De Falco, Ara Pacis

Photo credit Tassili Calatroni

Ad accogliere gli spettatori, Vittoria: seduta su una sedia da arbitro dominava la scena, con i wrapping che prendevano forma dalle sue ginocchia; monumentale nel suo abito di venti metri di cotone bianco trasparente, sotto il quale erano imprigionati Alessandro e Andrea, i due musicisti di fiati (un clarinetto e un flauto traverso).

Eloisa Reverie Vezzosi, Thomas De Falco, Ara Pacis

Photo credit Tassili Calatroni

Sul versante opposto dell’Ara, sotto il rilievo di sinistra, la “Saturnia Tellus” che rappresenta l’età dell’oro e la pax romana io sono riuscita a trovare la mia pace. Distesa insieme a Olivier, tanto vicini quanto lontani, eravamo in azione come entità distinte, accompagnate da una scultura a bozzolo, a noi somigliante ma non umana. Per abito indossavamo il nostro stato larvale, tendevamo le braccia al marmo del divino Augusto, cantavamo il silenzio, guardavamo dentro di noi. Plinio scriveva «Così una profonda meditazione rende ciechi, poiché la capacità visiva si ritira all’interno» (“Naturalis Historia”, XI, 54). Stavo stretta e immobile nel purissimo bozzolo nato dalla mia eburnea pelle, da cui uscivano liberi wrapping, radici che cercavano linfa nel freddo marmo e la luce del sole nella promessa dell’“ALBA”. Per un momento ho temuto che sarebbero morti con me. Cosa garantisce al bruco di rinascere farfalla una volta terminato il suo stato pupale? Niente. Non esiste certezza nelle esistenze effimere di ciascun essere vivente.

«Il bozzolo stringe – i Colori irritano –
Sto percependo l’Aria –
Un’incerta capacità d’Ali
Svilisce l’Abito che indosso –
Una facoltà della Farfalla dev’essere –
L’Attitudine al volo
Praterie di Maestà concede
E facili Distese di Cielo –

Così devo ingannarmi al Cenno
E decifrare il Segno
E fare molti errori, se alla fine
Afferro il bandolo divino» (Emily Dickinson).

Il Poeta per eccellenza è cieco. La leggenda vuole questo per Omero. E così nell’impossibilità della vista, ho trovato la mia dimensione.

Eloisa Reverie Vezzosi, Thomas De Falco, Ara Pacis

Photo credit Tassili Calatroni

Porcellana non marmo. Riflettevo, a occhi immobili mentre spingevo il mio collo verso l’alto e tentavo di alzarmi. Invano. E percepivo che Oliver stava cercando di fare lo stesso. Pensavo a come materiali di colori simili possano avere le resistenze più diverse. Io mi sentivo fragile come la porcellana mentre ero bianca come il marmo e fredda come il ghiaccio, mentre la mia pelle tremava come se fosse coperta di carta sottilissima in un paesaggio innevato. Muovevo l’unico braccio libero per indagare lo spazio coi polpastrelli delle dita. Io sforzavo il destro, lui il sinistro: entità distinte ma complementari. Amavo muovermi nei vuoti di musica.

Eloisa Reverie Vezzosi, Thomas De Falco, Ara Pacis

Photo credit Tassili Calatroni

Un bel canto accompagnava la nostra catarsi e univa tutti i feti presenti a uno stesso cordone. Virgilia, la mezzosoprano, si muoveva ininterrottamente fra le tre scene ripetendo i suoi silenzi, le sue risate improvvise e i suoi la, la, la. Non sono certa di quante volte abbia lasciato l’auditorium rendendo orfani i corpi rimasti in compagnia del violino di Francesco nella sala al piano inferiore, la prima che insieme avevamo abitato per le prove, l’ultima che il pubblico era invitato a scoprire.

Come un cripta, una culla, uno stomaco vorace di uomini o un ventre gravido di donna: i dieci corpi presenti respiravano a battiti di musica.

Thomas De Falco, Ara Pacis

Photo credit Giovanni De Angelis

Il racconto che segue è frutto di ricordi visivi precedenti o di sogni a occhi aperti… Mercedes era in piedi, da sola mentre tutti gli altri formavano i nuclei della nuova nascita. Jem insieme a Naomi, con a fianco il piccolo Charlie seduto, mentre gli adulti giacevano sdraiati accanto a lui. Centrali erano Clara e Diamara, indissolubilmente unite, non solo dai due abiti da sposa che facevano parte dei loro bozzoli, non solo dall’intreccio dei wrapping di De Falco, ma anche dalle sinergie di tempo, spazio e movimenti. Barbara e Sofia dormienti condividevano le piante dei piedi e idealmente formavano una parentesi che abbracciava e proteggeva lo statuario Francesco e il delicatissimo Vincenzo che, seduto e a occhi chiusi, sembrava osservare la scena.

Quadro su quadro, corpo dopo corpo, coppia dopo coppia, solitudine dopo solitudine: è la magia del meta-teatro nel meta-teatro nel meta-teatro. Ma la barriera della quarta parete è rimasta sempre presente.

Che colore vedono i ciechi rivolgendo il volto all’alba? Il non-esistenziale.
Alba è “alba lux”. Una volta chiusi gli occhi, ho dimenticato i colori. Ho trascorso quello spazio di tempo che precede l’aurora in trepidante attesa di scoprire l’ultima metamorfosi e di incontrare la “luce bianca” che insieme ai nostri corpi stava sorgendo.

Eloisa Reverie Vezzosi, Thomas De Falco, Ara Pacis

Photo credit Tassili Calatroni

Thomas De Falco, Ara Pacis

Photo credit Giovanni De Angelis

Eloisa Reverie Vezzosi, Thomas De Falco, Ara Pacis

Photo credit Giovanni De Angelis

Thomas De Falco, Ara Pacis

Photo credit Tassili Calatroni

Eloisa Reverie Vezzosi, Thomas De Falco, Ara Pacis

Photo credit Tassili Calatroni

Credits:
Special thanks: Laura Cherubini, Ilaria Chionna, Elisabetta Genoni, Cecilia Signaroldi

Photo (cover): Tassili Calatrone

Performers:
Mercedes Alves
Charlie Costa
Vittoria Discacciati
Vincenzo Gioiello
Olivier Langhendries
Sofia Odescalchi
Diamara Parodi Delfino
Jem Perucchini
Francesco Soleti
Clara Tosi Pamphili
Eloisa Reverie Vezzosi
Naomi Williams

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exibart.com/thomasdefalcoalba
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