Se io dovessi riassumere l’arte di Emilio Isgrò in una sola parola, non ci riuscirei. Se io dovessi pensare a Emilio Isgrò attraverso una singola immagine, lo vedrei mentre «(sotto l’albero) medita sul destino del vecchio continente» e sull’immortalità dell’anima.Se io dovessi…

Ho cancellato almeno tredici volte l’inizio di questo testo, forse un omaggio inconscio all’artista con cui ho scelto questa volta di dialogare o forse, e più semplicemente, un segno di reverenza, timore, riconoscenza… Vedete? Con Emilio Isgrò non mi riesce trovare le parole giuste.

Eloisa Reverie Vezzosi, Emilio Isgrò, Milano

Fino al 25 settembre 2016 Milano ospiterà una grande antologica contemporaneamente dedicata a Emilio Isgrò, a cura di Marco Bazzini. Divisa su tre sedi: Palazzo Reale mostrerà oltre 200 opere tra libri cancellati, quadri e installazioni; Gallerie d’Italia avranno in anteprima il ritratto di Alessandro Manzoni dipinto da Hayez e cancellato in bianco; Casa del Manzoni invece sarà coinvolta con “I promessi sposi cancellati per venticinque lettori e dieci appestati”. Il progetto è promosso e prodotto dal Comune di Milano – Cultura, Palazzo Reale, Intesa Sanpaolo, Centro Nazionale Studi Manzoniani, dalla casa editrice Electa e nasce da un’idea dell’Archivio Emilio Isgrò.

Cosa c’è sotto?
Siamo sempre stati abituati a sottolineare le parole importanti, a evidenziarle per non dimenticarle, imprigionarle nelle nostre memorie labili… Ci siamo illusi così di vederle di più, di guardarle meglio. 
Poi nel XXI secolo è arrivato un uomo che ci ha insegnato a liberare le parole barrandole. Sin da “Il Cristo cancellatore”, Emilio Isgrò è “il cancellatore”: «Le cancellature […] sono un preciso, inequivocabile segno linguistico. Non tanto un vuoto da riempire, dunque; quanto una presenza, un pieno compatto, che sollecita e contemporaneamente rifiuta ogni proiezione da parte del lettore» (“Per una teoria del romanzo elementare”). La lacuna è conoscenza. La parola-annullata è parola-urlata. L’illeggibilità è curiosità leggibile. A volte basta un segno per potenziare la comunicazione… «Tutto il mio lavoro è una sorta di teatro, la messa in scena, se vogliamo, del combattimento spietato che da un secolo si combatte tra parola e immagine».

Eloisa Reverie Vezzosi, Emilio Isgrò, Milano

Dichiaro di non essere Emilio Isgrò” si accompagna a “Dichiaro di essere Emilio Isgrò”: mai inizio fu così chiaro!
E io dichiaro di non esserlo… All’ingresso della prima sezione della mostra, mi scopro infinitamente piccola davanti alla tela di quattro metri di altezza che reca la dichiarazione di identità. Cancellatura, cancellatura, cancellatura, nome: coronamento di un viaggio partito nel ’71 quando Isgrò rivoluzionò la scena artistica con la dichiarazione di non-identità. E qui di viaggio comincia anche il mio.

«AVVERTENZA L’editore avverte che queste pagine sono state cancellate da Gesù Cristo» e Isgrò non compare nel ruolo di autore de “Il Cristo Cancellatore”. Incompiuto, lacunoso, semplice, “romanzo elementare”: il lettore ha piena libertà di interpretazione. Nell’opera come nella consequenzialità di opere in mostra: nessun ordine cronologico o prestabilito, AVVERTENZA siamo liberi di vivere l’arte di Isgrò come più ci pare e piace (perdonate l’ultima cancellatura, odio questo termine sin dall’avvento dell’era digitale…).

Eloisa Reverie Vezzosi, Emilio Isgrò, Milano

Non chiamatela Poesia Visiva. «La nuova poesia vuole essere un’arte generale del segno» (“Dichiarazione I”). Emilio Isgrò va “Oltre il collage”, supera lo straniamento che aveva letto in lui Gillo Dorfles, rifugge il puro divertissement, opera come un regista cinematografico che crea i propri segni, li dirige come un maestro di orchestra: «Il poeta visivo non idolatra i contenuti, ma neanche li rifiuta; anzi è da essi stimolato continuamente». E appena mi pongo di fronte non mi resta che attivare la mia partecipazione fantastica.

Eloisa Reverie Vezzosi, Emilio Isgrò, Milano

Le parole cancellate diventano virgole musicali e le virgole non sono altro che “il sale della vita”.

Eloisa Reverie Vezzosi, Emilio Isgrò, Milano

Cosa vedi?”, mi domando. Sfondo bianco, in blocco e al centro una serie di finissime linee nere orizzontali: sono 1.000.000.000.000.000… di cinesi, sono “Poesia Visiva”Sfondo bianco, una parete di 280×896 cm contenente centosedici cerchi uguali variamente distribuiti: sono “Giap”, sono l’interrogativo «Da quale dei centosedici cerchi muoverà il generale Giap per l’offensiva finale?», sono una dedicata a una delle figure di spicco della guerra del VietnamSfondo bianco, dentro rettangolo grigio spostato sulla destra, freccia nera con scritta in basso nera su bianca: sono “Jacqueline” dove «Jacqueline (indicata dalla freccia) si china sul marito morente». L’immagine di uno degli avvenimenti più cupi della storia americana è di fronte ai miei occhi, non semplicemente evocata ma realmente presente. A dimostrazione di quanto sottrarre alla vista sia un’operazione di forza, intensità, potenza.

Eloisa Reverie Vezzosi, Emilio Isgrò, Milano

Del testo della “Sacra Bibbia” leggo soltanto “Ezechiele” in alto, al centro, accanto ai numeri di verso e pagina; dell’atlante geografico di “Mosca” vedo solamente la sua geopolitica insieme a “nonostante l’infuriare superando”; di “Liebe Erna” scopro le parole auto-cancellate dell’autore che rivela “così difficile spendere la vita in un fiore; no, sì”; fino a che mi perdo per “quel filo perduto e…” di “Quel filo” del 1973. Ma arrivata all’“Enciclopedia Treccani” trovo la “miniera”.

Nel “Modello Italia” si annida il nostro futuro.

Eloisa Reverie Vezzosi, Emilio Isgrò, Milano

Seguo le formiche attraversare la nostra Costituzione. Il colore di Isgrò non è mai nocivo, tossico, pericoloso o opprimente. Conserva, protegge, alimenta. E così leggendo i nostri articoli cancellati, scopro “Il bambino presidente” e che “È vietata la Fiat”. Incontro la nuova Italia contemporanea con le sue “Rendite e profitti” e la sua “Cancellazione del debito pubblico”. E nel fermami in questa patriottica immersione, non so più se sono rimasta con le spalle al muro, circondata o abbracciata.

Eloisa Reverie Vezzosi, Emilio Isgrò, Milano

«Karl Marx (a sinistra) mangia nel rosso vestito di rosso» mentre «Friedrich Engels (a destra) beve nel rosso vestito di rosso», «Antonio Gramsci (a destra) scrive nel rosso vestito di rosso» e «Rosa Luxemburg (left) walk in the red dressed in red».

Eloisa Reverie Vezzosi, Emilio Isgrò, Milano

In queste storie rosse i personaggi mitologici della politica appaiono monocromaticamente mimetizzati, assorti e assorbiti, sarcasticamente ridotti alla loro familiarità. Nessun segno: parete bianca, sfondo nero della tela con scritta bianca e rettangolo rosso posizionato in base allo “svolgersi” dell’azione descritta e immortalata dalle immagini ufficiali dei vecchi quotidiani. E mi pare di vedere che «Chou En-lai (a destra) sorride nel giallo vestito di giallo» (dal “Trittico della Rivoluzione culturale”).

Eloisa Reverie Vezzosi, Emilio Isgrò, Milano

Ma il rosso ritorna sempre. «Dio Nostro Signore crea questo rosso e lo chiama Gesù». Rossa è la macchia de “Il rosso e la macchia”: giace viva in basso, sulla sinistra di una tela montata su legno.

Eloisa Reverie Vezzosi, Emilio Isgrò, Milano

«Il miraggio nasce sempre dall’assenza, dal desiderio incentivato dall’impossibilità dell’oggetto, dalla proiezione che sbarra il presente e riveste la pulsione nei panni epifanici e fantasmatici della visione – afferma Achille Bonito Oliva nel testo “L’immagine presa in parola” –. È dal luogo-logos dell’opera come assenza che nasce il bisogno della riparazione e della proiezione: la scrittura diventa il letterale proiettore del miraggio». Arte-totale, arte vivente, arte reale, arte “ferita” e “feritoia”, l’arte di Isgrò «è il tiro mancino che scocca la freccia oltre il bersaglio» (Achille Bonito Oliva, Ibidem).

Eloisa Reverie Vezzosi, Emilio Isgrò, Milano

Resto colpita, e lo sarei anche «se questo rosso non fosse il medesimo da me sognato l’altra notte». Sanguino sincera, procedo assorta, sono colpita, l’ho già detto, sono ferita e porto i segni del movimento eccellente dell’arte di Isgrò.

Eloisa Reverie Vezzosi, Emilio Isgrò, Milano

Una musica in aria, per terra pentagrammi senza linee orizzontali ma composti solamente da pagine bianche, parole e non pause, note in libertà: Isgrò incontra Chopin. Io ascolto “Chopin” letto da Isgrò. Mi muovo nella penombra, immersa in un concerto/installazione di quindici pianoforti. Vedo una rosa rossa sui bianchi tasti dello strumento centrale. Non ci sono dediche, né omaggi, né rivisitazioni. È il teatro di Isgrò dove regna l’«arte della drammatizzazione come della sproporzione fra attese e risultati. Perché il rapporto di sproporzione spesso si traduce in un colpo di scena». Decido di agire sulla scena. Saluto la rosa di Isgrò con la mia rosa e danzo. Non avevo mai indossato le scarpe da ballerina prima d’ora. Cominciano i “Preludi”, ai quali segue un “Notturno” per poi procedere verso un “Lento con Grande Espressione”.

Eloisa Reverie Vezzosi, Emilio Isgrò, Milano

«Fryderyk Chopin scoprì queste minime a sei anni, nella biblioteca di Adalbert Zywny, suo primo maestro.
Credeva che fossero fragole. Varsavia 1816».

Eloisa Reverie Vezzosi, Emilio Isgrò, Milano

Non so per quanto tempo precisamente io abbia ballato. Mi sono mossa in libertà tra lo spazio e il tempo. Le mie, a differenza di quelle di Isgrò, sono state dediche, omaggi, rivisitazioni.

Eloisa Reverie Vezzosi, Emilio Isgrò, Milano

Fino al momento in cui il tempo è ripartito per poi scoppiare e fermare lo spazio ancora una volta. «Perché quello spazio che un tempo era occupato dalla parola oggi penso possa essere occupato anche da un semplice orologio; che nella sua qualità di oggetto della cultura è anch’esso un fatto linguistico».
Entro in una stanza buia. Mi convinco di aver lasciato la penombra per l’oscurità invece scopro “L’Ora italiana”Presentata per la prima volta nel 1986 al Museo Civico Archeologico di Bologna, racconta la strage che segnò la città pochi anni prima.

Eloisa Reverie Vezzosi, Emilio Isgrò, Milano

Venti tondi appesi alla medesima altezza, portano il peso del dolore: immagini di Bologna, dei suoi abitanti, dei suoi scorci, cancellate in parte dalla calce ma impresse nella memoria; e recano, come se lo portassero in grembo, un orologio ciascuno. L’orario mostrato è venti volte diverso, la luce della sala è in costante cambiamento, il suono in sottofondo è in continua crescita. Attendo l’esplosione. Il rumore si fa protagonista.

«È come se l’orologio parlasse e dicesse: “Io sono ciò che accade dentro quest’immagine e fuori da essa”». Mi avvicino alle 9:15, la luminosità è massima. Passo alle 7:15, resto accecata. Tic, toc, tic, toc, tic, toc… Non c’è nessuna onomatopea che regga: nessuna parola scritta può rappresentare la parola urlata da queste 20 distinte voci. 2:05, 10:30… Arrivo alle 2:25: tutto esplode. E mi ritrovo al buio, ancora una volta. Distesa a terra passo dalla goccia di sangue alla lacrima…

Rotto il tempo. Rotto lo spazio. L’arte di Isgrò insegna che niente di ciò che è cancellato in realtà scompare, anzi vive di linfa nuova: “Il seme della Relatività”.

Eloisa Reverie Vezzosi, Emilio Isgrò, Milano

Appassionatamente”, “necessariamente”, “gioiosamente”, “magnificamente”: getto semi del “Semiseme” su suolo museale. E il microscopico cresce a tal punto che si fa monumento: l’ingrandimento è variazione della cancellatura. Il “Seme d’arancia” in bronzo e marmo è gigantesco e lo ammiro nella sua bellezza, nei suoi dettagli visibili e nella sua essenza portata all’ennesima potenza.

In particolare il “Particolare” di Isgrò: «Particolare di un particolare tratto da un particolare di un particolare», recita la scritta bianca su sfondo nero accompagnata dall’immagine di un infinitesimale oggetto indefinito diventato protagonista della tela. Che sia Leonid Brežnev o la “Nascita di Venere” di Anassimene di Samotracia: mi viene indicato cosa vedere e io faccio un atto di fede. Mi fido di Isgrò.

Eloisa Reverie Vezzosi, Emilio Isgrò, Milano

«Dichiaro di non essere Galileo Galilei».
«Dichiaro di non essere Girolamo Savonarola».
«Dichiaro di non essere Curzio Malaparte».
Perché Alessandro Manzoni?

Eloisa Reverie Vezzosi, Emilio Isgrò, Milano

Esco da Palazzo Reale attraversando “La cabala di Orfeo”, “Il sonno di Zoroastro”, “L’arco dei Caldei”, “Unum”, “Finis” e “L’Apollo delle tenebre”, superando il Duomo di Milano e raggiungendo le Gallerie d’Italia, dimora tra gli altri di Canova, Boccioni e Hayez. Scendo nel caveau. Non ero mai entrata in un caveau prima d’ora. Non ero mai entrata in un caveau con le scarpe da danza e per vedere parte di un’esposizione. Il tesoro che mi si presenta davanti è “L’occhio di Alessandro Manzoni”. Mi inchino. Percepisco lo sguardo del soggetto del ritratto di Hayez oltrepassare sicuro le bianche cancellature di Isgrò. È monumentale ma non è un particolare, è cancellato nel solco della tradizione letteraria da lui stesso inaugurata, «già lo scrittore aveva cancellato tutto per conto suo: a cominciare dall’italiano colto e inefficace appreso in gioventù nei salotti milanesi. E niente è più gratificante, per un siciliano battezzato ma laico, che stringere un’alleanza con un lombardo battezzato ma cattolico e liberale».

Eloisa Reverie Vezzosi, Emilio Isgrò, Milano

Isgrò confessa che la cancellazione dei “Promessi Sposi” si è rivelata «una delle imprese più difficili e faticose mai affrontate». E, ovviamente, solo la Casa del Manzoni poteva ospitarla. Esco furtivamente dal caveau e, dopo aver nuovamente respirato l’afosa aria di smog milanese, entro in punta di piedi nella dimora del maestro della letteratura italiana. Busso, mi affaccio e mi accolgono “I promessi sposi cancellati per venticinque lettori e dieci appestati”: sono venticinque volumi (più dieci), lo stesso numero di lettori che l’ironico figlio di Giulia Beccaria prevedeva per sé. “La monaca di Monza” accanto a “La sventurata rispose”, “Io l’Innominato” vicino a “La madre di Cecilia”: ed è come se il tempo ancora una volta si fosse fermato non so se all’attuale data dell’opera di Isgrò o se all’inizio della stesura della “Quarantana” da parte di Manzoni o se addirittura al tempo in cui Renzo e Lucia vissero (finalmente) insieme dopo tante difficoltà… «Ecco il grande privilegio dell’uomo: non essendo adatto, né al nuoto né al volo, finisce» così riporta il “Titolo cancellato” ed è questa infatti la lezione che insegna ogni storia, opera e racconto.

Eloisa Reverie Vezzosi, Emilio Isgrò, Milano

Marco Bazzini spiega come l’arte di Isgrò sia un dono, «quel dono che secondo l’antropologo francese Mauss è alla base delle nostre relazioni, e che se giocato con spontaneità, diviene anche la prima regola del conversare, ovvero della consapevolezza che dare parole è prendere la parola proprio nell’interesse dello stabilire un dialogo». Ho incontrato l’arte di Isgrò nella calda estate di una Milano devota e sono stata orgogliosa di aver potuto instaurare con lui questo dialogo e mi sono commossa di aver ricevuto questo dono. «Io non ho mai cancellato: ho rappresentato un mondo che cancella. Che cancella la diversità, che cancella le culture»

Ho cancellato almeno tredici volte il finale di questo testo e poi ho deciso di terminare così. Mi auguro che il maestro mi perdonerà per questo gesto… Ma sono certa che capirà.

Eloisa Reverie Vezzosi, Emilio Isgrò, Milano

Eloisa Reverie Vezzosi, Emilio Isgrò, Milano

Eloisa Reverie Vezzosi, Emilio Isgrò, Milano

Eloisa Reverie Vezzosi, Emilio Isgrò, Milano

Eloisa Reverie Vezzosi, Emilio Isgrò, Milano

Eloisa Reverie Vezzosi, Emilio Isgrò, Milano

Eloisa Reverie Vezzosi, Emilio Isgrò, Milano

Credits
Special thanks to WOK Store for the Comme Des Garçons’ dress.
Hair: Roberto Sacco – Grazia Basso Milano
Photo: Marcella Carlotta Magalotti

AMOlinks:
arte.it/mostra-emilio-isgrò
gallerieditalia.com/isgro-milano/
electaweb.it/catalogo/scheda