C’erano una volta nove artisti, che vennero invitati da Alcantara a occupare con la loro arte le dieci sale dell’Appartamento del Principe al primo piano di Palazzo Reale, a Milano… «Ah, beh; sì, beh». Questa è la favola moderna che oggi voglio raccontare.

Ho visto un re” è il titolo della mostra che rappresenta questa “committenza originale” e che animerà in “luogo e spirito” – per dirlo con le parole dei due curatori Davide Quadrio e Massimo Torrigiani – “questa abitazione raramente abitata” dal 20 settembre al 23 ottobre. Maurizio Anzeri, Arthur Arbesser, Paola Besana, Gentucca Bini, Matthew Herbert, Taisuke Koyama, Francesco Simeti, Adrian Wong & Shane Aspegren sono gli artisti-autori di questa nuova storia che, per la serata inaugurale, ha visto tre personaggi animarla e prendere vita.

Arthur Arbesser, "The Frog King" and The Emperor's New Clothes" Photo courtesy Alcantara

Arthur Arbesser, “The Emperor’s New Clothes”, Photo Courtesy: Alcantara

«Le fiabe sono vere». Italo Calvino credeva questo e io ho sempre creduto in Italo Calvino. Ho incontrato Adrian Wong e Shane Aspegren prima del “C’era una volta…”, quando l’Appartamento regale era ancora in reale fase di trasformazione ma le tre figure da loro create erano già ben delineate. Ho incontrato Gentucca Bini quando l’abito della Dama di Corte era ancora da costruire e c’erano ancora tre corpi da misurare. L’Araldo, la Guardia e la Dama di Corte: ciascuno aveva i fili tirati del proprio destino. Olivier, Giovanni e io a quel destino saremmo stati introdotti presto.
Adrian e Shane mi hanno insegnato ad attraversare l’arte degli altri senza mai fermarsi. Mi hanno educata alla lentezza estrema e alla felicità della libertà. Mi hanno scelta e di questo sono a loro grata.

Il gioco della Dama è un lavoro serio.

Eloisa Reverie Vezzosi, Gentucca Bini, Ho Visto un Re

Gentucca Bini, “Real/Royal Fringes”, Photo Courtesy: Alcantara

Ho portato sulle spalle un corpo di 5 chili circa. Quasi come un figlio. Quasi fosse un figlio. L’ho tenuto appeso su entrambe le spalle con una distribuzione equa di peso. L’ho tenuto qui – voi adesso non potete vedere ma ho due segni rossi all’altezza delle spalle. Li avevo dopo il secondo giorno di prove. Li ho, più intensi, oggi. Credo che resteranno anche domani e nella mia memoria ancora per un po’.

Non sapevo molto della vita della Dama di Corte prima di questo settembre milanese. Forse aveva abitato queste dieci stanze per anni o forse era stata la Dama di altri prima di arrivare qua e farsi abitare da me. Sicuramente quel figlio non era suo. Quell’abito, intendo.

Aveva sempre vissuto una vita ciclica, fatta di:
costrizioni, doveri, obblighi; monotonie, solitudine e attese. Soprattutto attese.
Aspettava un Principe ma non sapeva quando sarebbe tornato.
Aspettavo un Principe ma non sapevo quando sarebbe tornato.
Prima la sesta sala (quella di Gentucca Bini), poi la settima (quella di Taisuke Koyama), poi l’ottava (quella di Maurizio Anzeri), poi la nona (quella di Paola Besana): senza nessun
infine” poiché come non esisteva inizio, neanche la fine era contemplata. Ogni volta che sentivole “Notti a Palazzo” di Paola Besana tornavo indietro così come ogni volta che i miei piedi toccavano i giochi ottici di Gentucca Bini riprendevo nuovamente il mio percorso. Prima la nona stanza, poi l’ottava, poi la settima e poi la sesta.

A furia di girare avevo perso me stessa. Mi ero ripromessa di cercarmi, ma poi tutto quel girovagare mi aveva fatto dimenticare anche un po’. Chi sono? Dove sono? Da dove vengo? Io sono l’attesa, nel senso che sono colei che svolge il compito di aspettare, abito un abito di frange regali e annoiati silenzi, vivo quattro sale dell’Appartamento del Principe. Anche l’abito che indosso è fatto di frange reali e regali, composte dal materiale di Alcantara poste su una sottogonna monumentale, sostenuta da due bretelle, coperta da uno stretto corpetto a sua volta celato da un collare costituito da un sottocollare e da una sovrastruttura in frange reali e regali. «Ah, beh; sì, beh». Non devo dimenticarmi dei campanelli… Anche l’abito che indosso è opera. Le mie mani sono nelle mani di Gentucca Bini e il corpo che abito è d’artista, controllato da Adrian Wong e Shane Aspegren e specchio riflesso dei loro labirintici disegni… Anche io sono opera?

Eloisa Reverie Vezzosi, Ho Visto un Re

The Court Lady, Photo: Elena Elli

Nessun contatto visivo, nessun suono: se arriva qualcuno lo accolo con discrezione, presento me stessa timidamente, educatamente, rispettosamente. Per essere più precisi, non “mi presento” ma presenzio. Mi inchino. Mi alzo. Metto le mani sui fianchi. Abbasso le mani. Ruoto le mani. Ruoto il corpo. Faccio una giravolta senza produrre rumore, senza cadere, senza pensare. Resto però sempre consapevole dei limiti fisici e spaziali che mi sono stati imposti.

Ho Visto un Re, Palazzo Reale

Adrian Wong & Shane Aspegren, “A King Saw Us”, Photo Courtesy: Alcantara

Non ho mai visto il labirinto di Adrian Wang e Shane Aspegren collocato nella decima sala del Principe sotto il nome di “Ci ha visto un re”, forse perché non avrei potuto rischiare di perdermi ancora una volta e di più. Non ho potuto scorgere la baionetta della Guardia che, danzando a passi di tip-tap, usciva dall’alto del complesso e colorato percorso. Non ho potuto sedermi sulla rossa sedia di Matthew Herbert, “Unconcealed”, posta nella quarta stanza e prendermi il mio tempo ad ascoltare le voci dei lavoratori di Alcantara. Forse perché a me del tempo non è stata data mai possibilità di possederlo. Non ho potuto essere una spettatrice meravigliata del teatro della quarta sala di Francesco Simeti. E dopo il suo “Xanadu”, non ho potuto riflettere sul gioco di specchi e illusioni ottiche della sua “Cistula”, collocata nella terza stanza. Sì, ma “io” chi? «Ah, beh; sì, beh». 

Ho Visto un Re, Palazzo Reale

Francesco Simeti, “Xanadu”, Photo Courtesy: Alcantara

Non ho sentito le favole ri-raccontate da Arthur Arbesser nella seconda sala. Peccato. Avrei tanto voluto ascoltare la fine del “Re nudo”, forse perché nuda e trasparente mi sentivo anche io. Non mi sono fatta nemmeno ingannare dal fittizio muro di cemento armato dal titolo “Skinned” creato da Gentucca Bini. E così ho perso la successiva sensazione di sorpresa. Non mi sarebbe mai stato permesso di giocare ai “Giochi per un principe” di Maurizio Anzeri: l’accesso mi era da sempre stato negato.

Per me il limen temporale non esiste.
Alle 19 del 19 settembre 2016, le porte prima di allora celate si sono aperte al pubblico.
I loro passi incalzano curiosi. Era come se l’aria sapesse di respiri e sorpresa. Ridono.
“Amor pedestre”: procedono insieme ai loro odori, ai passi, alle parole.
Io, invece, nemmeno una volta ho pensato di alzare la testa. Io aspetto lui, il Principe. Degli altri, lo confesso, poco mi importa.
Lo spazio è diventato nella mia mente monotono: quattro pavimenti diversi si sono uniti in una geometrica scacchiera, perfettamente amalgamata. Un teatro: vuoto o pieno che fosse, sicuramente dotato di quarta parete.

Ho Visto un Re, Palazzo Reale

The Herald, Photo Courtesy: Shane Aspegren

Anche della presenza dell’Araldo, poco mi importa. Ognuno ha il suo ruolo in quella dimora. Confesso di essere stata un po’ gelosa della sua maggiore libertà… Ma ho capito che anche lui non si sentiva affatto libero. L’attesa continua ad aumentare, il tempo a crescere e qualcosa in me si rompe: non sopporto più la compagnia dell’amica Noia…
Potevo cambiare la posizione delle mani: ruotarle, girarle, mantenerle immobili ma dovevano sempre essere riverenti. Potevo mutare l’angolatura del collo ma non potevo mai guardare il soffitto.
Forse il Palazzo non aveva soffitto?
Voglio essere anche io libera. Libera di guardare il cielo oltre il soffitto.

Ho Visto un Re, Palazzo Reale

Maurizio Anzeri, “Games for a Prince”, Photo Courtesy: Alcantara

Dopo il più profondo inchino, mi volto e scorgo un ripiano di marmo. «Senti il marmo». E poi vedo un riflesso: il mio. Non mi riconosco, ma non sono caduta dentro a nessuno specchio d’acqua.
Il collare ha cominciato già da tempo a stringermi di più. Suona. Mi muovo come un cane agitato col suo collare. Onda su onda di mani: con le mani lo tolgo. Mi riconosco libera. Comincio a ruotare su me stessa e mi sorprendo ogni volta che ritrovo il mio volto nello specchio. Le campanelle sul mio abito si muovono al ritmo del mio corpo seguendo il mio sentire. Cerco gli angoli della parete a Z su cui è esposta l’opera “○
△□”.

Uso il tatto. Le mie mani non si cercano più a vicenda inventandosi nuove posizioni sull’abito di cui conoscono ogni piega. Tocco la carta Hahnemü hle. Tocco le fotografie di Taisuke Koyama. Perché dovrei limitarmi a usare la vista?
Tocco il pavimento. Tocco il muro, le due porte della sala. Provo a bussare. Mi nascondo dietro una colonna e poi, sempre volteggiando, scappo. Entro nelle
“Frange reali” di Gentucca Bini e inizio a giocare, a mimetizzarmi, a uniformarmi alle iperrealistiche pareti di Alcantara. Me le arrotolo intorno alle mani così da portarle con me, suoni e respiro ansimante, nel mezzo della sala…

Eloisa Reverie Vezzosi, Ho Visto un Re

The Court Lady, Photo: Elena Elli

Alzo lo sguardo, vedo il soffitto. Abbasso lo sguardo, saluto il mio riflesso. Mi giro, trovo una porta e mi inginocchio. Mi piego. Mi abbasso sul pavimento. Striscio. Muovo ancora il collo con l’intensità del precedente sforzo. Muovo le braccia. Agito tutto. Sono agitata. Agisco: non parlo, non penso. Seguo la gabbia dei miei nuovi pensieri liberi. Mi lascio condurre a tentoni verso l’ottava stanza. Non avevo mai potuto toccare i giochi del Principe prima di allora.

Maurizio Anzeri, Ho Visto un Re

Maurizio Anzeri, “Games for a Prince”, Photo Courtesy: Alcantara

Un concerto di volti muti; ne disegno i lineamenti e così scopro i miei. Un blu che mi inquieta, un blu che mi seduce: così sono le favole. Ruoto in punta di piedi. Le facce mi proteggono, le facce mi riflettono. Metto le mani nei loro occhi e inizio a farle danzare. Faccia scopre faccia: sorrido. Mi alzo di scatto alla ricerca della mia intimità. Non vedo nessun piede esterno, non sento nessuna voce, non percepisco altre presenze. A parte il mio udito che scorge la mia. «Ah, beh; sì, beh».

Eloisa Reverie Vezzosi, Ho Visto un Re

Paola Besana, “Nights at the Palace”, Photo: Elena Elli

Entro tra le quattro mura di Paola Besana. Circondata dai suoi arazzi, dai suoi intrecci, dai suoi rami: mi celo dietro ai letti della sua famiglia in stile Restaurazione e provo a passare il tempo di una notte a Palazzo diversa dalla mia.

Eloisa Reverie Vezzosi, Ho Visto un Re

The Herald and the Court Lady, Photo: Gianni Ettore Andrea Marussi

Nel tornare indietro, seguendo la strada che i miei piedi conoscono bene, sento avvicinarsi una presenza: è l’Araldo che incalza gentile. Io, che fino a quel momento ero andata in caccia di me stessa, mi trovo a mia volta preda. Resto immobile nell’angolo sinistro dell’ottava sala. L’Araldo si avvicina. Io busso alla porta. Ho paura e sento il cuore pulsare nel collo: unico rumore. Io busso alla porta. Anche il mio abito tace. Alla fine decido di alzarmi, avvicinarmi. Ha in mano il mio collare. Ha in mano il mio dovere. Lascio cadere dalle mie mani la libertà ritrovata. Tendo le mani al collare e lo rifuggo. Mi fermo. Piango.

Eloisa Reverie Vezzosi, Ho Visto un Re

The Herald and the Court Lady, Photo Courtesy: Alcantara

Mi inchino. Mi volto. Aspetto. L’araldo si avvicina. Mi cinge. Porta il collare di fronte a me. Un attimo di esitazione: il collo cerca di muoversi e le mie ginocchia cedono. Mi rialzo. Abbasso lo sguardo. Aspetto. L’Araldo mi stringe il collare al collo. Mi ordina le frange sul petto. Mi abbraccia. Mi protegge. Lo so che fa tutto questo per il mio bene. Mi inchino, lo ringrazio.

Eloisa Reverie Vezzosi, Ho Visto un Re

The Herald and the Court Lady, Photo Courtesy: Shane Aspegren

E ritorno alla mia vita ciclica, consapevole che, ritrovato lo specchio, sentito il marmo” o toccato il letto e attraversate le “Notti a Palazzo”, avrei forse percepito quella stessa primaria necessità: mi sarei tolta il collare, consapevole che la fine della mia libertà si sarebbe avvicinata presto sotto le sembianze di un Araldo gentile…

Eloisa Reverie Vezzosi, Ho Visto un Re

Gentucca Bini, “Real/Royal Fringes”, Photo Courtesy: Alcantara

Quasi come un gioco di meta-teatro, Shane Aspegren si è avvicinato a me, Dama di Corte, e mi ha condotto verso una porta nascosta alla mia precedente follia. Mi ha detto di andare, non mi ha più chiesto di «sentire il marmo», non mi ha più chiesto di inchinarmi cortese, non mi ha più chiesto. Niente. Erano le 21:20 circa, mi ha toccato la spalla ed è tornata Reverie.

Non so quante volte si sia ripetuta la fuga della Dama, la caccia dell’Araldo, il tip-tap della Guardia. Ho perso il conto dietro alla porta bianca.

Come si fa a definire quale sia il limite del teatro nel teatro quando ci si trova fianco a fianco al proprio spettatore? Io, attesa, il pubblico l’ho accolto. Io, libera, il pubblico non l’ho sentito. Ero sola, immersa nella mia vita ciclica e nelle mie ricerche. Avrei piuttosto desiderato sapere dal pubblico quello che ha provato. Sono solita, per altri, performare restando immobile o a debita distanza dagli altri, seppur muovendo solo alcune parti del mio corpo. Sono solita osservare e diventare spettatrice ancor più attenta degli spettatori che davanti a me si fermano. Questa volta però, mi sono fatta largo con forza, i piedi li ho pestati e chiedo scusa , i gomiti li ho spinti e me ne dispiaccio , i bambini li ho stupiti di questo sono felice , e agli inviti di baciamano non ho risposto…
Chiusa la porta, anche Reverie ha pianto commossa. Perché in attesa di un lieto fine, alla fine una fine c’è stata.

«E sempre allegri bisogna stare,
che il nostro piangere fa male al re,
fa male al ricco e al cardinale,
diventan tristi se noi piangiam!» (Enzo Jannacci).

Eloisa Reverie Vezzosi, Ho Visto un Re

The Court Lady, Photo: Gianni Ettore Andrea Marussi

 

Credits:
Special thanks to Adrian Wang & Shane Aspegren, Selva Barni, Gentucca Bini, Daniela Marizzoni, Davide Quadrio, Ilaria Speri, Massimo Torrigiani.

Main image of this article:
courtesy of the artist Shane Aspegren

INFO
The King and I”
A collaboration Municipality of Milan – Culture, Palazzo Reale, Alcantara
Cureted by Davide Quadrio and Massimo Torrigiani
Curatorial coordination Selva Barni and Ilaria Speri
Palazzo Reale Milano, 20 September – 23 October

Artists:
Maurizio Anzeri, Arthur Arbesser, Paola Besana, Gentucca Bini, Matthew Herbert, Taisuke Koyama, Francesco Simeti, Adrian Wong & Shane Aspegren

Performers:
Giovanni Abbracciavento, Olivier Langhendries, Eloisa Reverie Vezzosi

AMOlinks:
fantomeditions.com/the-king-and-i-at-palazzo-reale/ palazzorealemilano.it/HO_VISTO_UN_RE
askanews.it/nove-artisti-e-l-alcantara
platform/visto-un-re/