Se il “mondo” resta la costante, che significato ha la sua “fine”? L’esito del mondo? La meta? La sorte? Il limite o il confine?
Sarà la fine per tutti gli uomini o riguarderà mondi singoli e specifiche unità?
Siamo esseri simbolici”, sostiene Marc Augé. La collettività è relativa e la nostra vita scorre in un eterno presente. Il finale tanto declamato sarà quindi senza fine?

Se devo parlare del Museo Pecci, della sua riapertura e della sua prima-nuova esposizione, intitolata “La Fine del Mondo”, alla parola “morte” preferisco “rinascita”. A “esposizione” preferisco “panoramica” sul mondo di oggi. E se quell’“oggi” indicasse il nostro già essere “oltre la fine”?
«Questa vita, come tu ora la vivi e l’hai vissuta, dovrai viverla ancora una volta e ancora innumerevoli volte», diceva Nietzsche ne “La gaia scienza” rivelando la teoria dell’eterno ritorno. Una delle ultime volte in cui ho vissuto il Museo Pecci non avevo ancora raggiunto la maggiore età. Mi ricordo che era faticoso salire i suoi freddi scalini esterni ma che, una volta entrata, la curiosità di bambina veniva appagata da Nouveau Realisme e Fluxus, Poesia Visiva e parole in libertà, innovazioni concettuali e metamorfosi. La notizia della chiusura del Centro toscano mi aveva profondamente colpita: era stata una mia “tana” nell’Arte alla quale ero molto legata. Ma restavo consapevole e felice nell’attesa di poterla ritrovare una volta rimessa a nuovo. Il 25 giugno 1988 con la mostra panoramica “Europa oggi” si era aperto al pubblico l’edificio di Italo Gamberini. Dopo 6 anni di lavori e 3 anni di chiusura, il 16 ottobre 2016 è stato inaugurato “Sensing the Waves” di Maurice Nio e il Centro Pecci ha festeggiato il suo ritorno con “La Fine del Mondo”, curata da Fabio Cavallucci.

7.815 metri quadri di ampliamento, 12.125 quelli totali, 1.145 opere di 190 artisti italiani e 117 artisti stranieri: il presente. L’anello di Maurice Nio è una promessa per un futuro di arte pubblica contenente un’antenna, un sensore pronto a captare e comunicare nuove forme di creatività. Consapevole che l’Equazione del Giudizio Universale esiste ma sia “da prendere con le molle”, come afferma Piergiorgio Odifreddi, parto alla ricerca di una mia personale visione del mondo e della sua fine.

Museo Pecci, La fine del mondo, Eloisa Reverie Vezzosi
Oltre la fine.
Oltre il tempo, trovo lo spazio.
Disseminate per il territorio toscano, le opere di Anish Kapoor, Remo Salvadori, Michelangelo Pistoletto, Mario Merz, Giulio Paolini, Daniel Spoerri, Hermann Nitsch: avevano anticipato e generato una spirale, un habitat al di là di una nuova Apocalisse.

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All’ingresso della mostra, una coppia di “Australopitechi”, dei due scultori Giovanna Amoroso e Istvan Zimmermann, inverte il senso di marcia. Dal Paleolitico Inferiore delle amigdale al primo decennio degli anni 2000. “Break-Through (One)” e “(Two)” è la prima opera posta oltre la soglia. Cartone, scotch, legno, polistirolo, gommapiuma, forza di gravità: il mondo sembra cadere su se stesso, implodere verso un caos primigenio. Il tempo si rompe, Thomas Hirschhorn lo azzera. Ma anche la “Rouge de bicyclette” di Duchamp diventa fossile di ready made.

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Fragile, impotente, in pericolo: mi allontano dal “corpo critico”. Attimo acronico, momento zero: cerco la giusta direzione nelle carte universali di Qui Zhijie. Sono “’-ism’ at the End of the World”. Circumnavigo a piedi i continenti alla deriva: cuori, arterie, viscere più che strade, stati, isole. Parto in esplorazione: alla ricerca di una comune radice. Sguardo rivolto verso la linea dell’orizzonte: i “Seascapes” di Hiroshi Sugimoto sono documenti metafisici in bianco e nero.

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A indicarmi la strada verso la rinascita della natura sono i “Sunset screen prints” di Andy Warhol. Tramonta il giallo sul rosso vivace, dopo il rosa arriva il verde che lascia poi spazio al celeste che muore sul viola e che rinasce nel giallo pronto a perdersi in nuove sfumature… 10 su 632 per l’esattezza. La serializzazione è forse un indizio di eternità?

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Entro nel cemento armato, nei mattoni che si infittiscono e che lascianospazio solo a lunghe luci al neon; arrivo nella pietra, nel grigio di una grotta poi liscia, illuminata da ombre più che da luci e da assenze più che presenze; passo al legno, al tronco cavo abitato da idee, respiri, “claustrofobie”…

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Esco da “Trascorredor”, l’opera di Henrique Oliveira, torno a riscoprire la luce che non avevo mai perso.

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Rami. Rami. Rami: sono radici che dal tronco nascono per morire nella loro impossibilità di sviluppo; sono braccia verso il cielo del Pecci tese alla ricerca di nuova linfa.

Abbraccio il mio nuovo cammino.

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«Affondo in questo oceano»: la voce di Björk mi attira a sé come il canto delle Sirene di Ulisse. M’incanta. Di caverna in caverna: la sua acqua, terra, cielo, gradazioni di luce, abbandono e voce, il suo “Black Lake” abbracciano il mio animo. «Sono una pietra scintillante che brilla / ritorno a casa / mentre entro nell’atmosfera / brucio strato per strato». M’incatena.

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Insieme e in serie a un lungo percorso di minerali e pietre semi-preziose dell’“Atlas Series” di Fayçal Baghriche, scopro quelle che al mio occhio appaiono come archeologie di moderne energie/mitocondri in espansione tra marmorizzazioni, resine, carta, agata e plastica: “Unstable talismanic rendering [Poli’ahu’s Cure] with gratitude to master marbler Dirk Lange” di Kerstin Brätsch. Ma anche il “Concetto spaziale. Attesa” di Lucio Fontana diventa fossile del Movimento Spaziale.

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A ritmo di metronomo, seguo i nove danzatori anonimi di Analivia Cordeiro, compresa la stessa artista, e mi immergo nel bianco e nero del suo “M 3×3”. Immagazzinate tutte le possibilità di movimento, la coreografia venne codificata secondo determinati codici binari. Braccia, gambe, ombre, numeri: niente parole. Ecco il primo esempio di video arte brasiliana, ecco il primo esempio di cyber-armonia.

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Come se ogni passo avesse lasciato una traccia luminosa, seguo le tracce di una terra che gioca a fare il cielo. “De cómo la tierra se quiere parecer al cielo II”: Carlos Garaicoa ci invita a salire una scala nera come il suo finto cielo e la sua vera terra, a perderci tra galassie e stelle lontane e a interrogarci sul nostro “hic et nunc”. Qui, ora e non altrove, ma potrebbe così anche non essere. Forse è tutto una visione onirica? Mi chiedo se il caos che mi circonda, l’assenza di ordine e di rispetto di un fil rouge comune non sia altro che una causa-effetto di un mio sogno a occhi aperti.

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L’unica poesia visiva è la “Geopolitical poetry” di Babi Badalov che insegna che l’arte è, appunto, un sogno ma l’unico “sueño” concesso in mostra è firmato da Picasso ed è “mentira de Franco”: “Grida di bambini grida di donne grida di uccelli grida di fiori…”. Mentre un’intera classe morta tace. Tadeusz Kantor blocca in una scultura il tempo di una messa in scena teatrale, mostrata al pubblico per la prima volta il 15 settembre 1975 a Cracovia nella Galleria Krzysztofory. Adesso non ci sono più gli attori, sosia dei bambini morti. Possiamo però noi spettatori rifletterci negli occhi di questi “bio-oggetti” e salutare la memoria della nostra infanzia trascorsa, passata e inalterabile. Tredici alunni, ventisei mani, quattro file di banchi: eloquente il loro tacere, viva la loro assenza. Li osservo dialogare con i volti delle donne di Marlene Dumas.

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Female” sono donne senza passato, senza presente, senza futuro, sono infiniti volti ciascuno con un proprio passato, un proprio presente, un proprio futuro: hanno segni di etnie, di storie, di vite vissute o negate. Occhio x occhio x occhio x occhio: mi sento osservata, mi sento nascosta. Mi mimetizzo. Sono fittizie, sono vere, sono umane. Bocca x bocca x bocca. Appartengono a un limbo in cui a mio avviso tutto è concesso.

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In una stanza abitata da una coralità di ritratti è giusto chiedersi se tra tutti ci sia uno e un solo modo, migliore degli altri, di rappresentare la figura umana. Francis Bacon il ritratto lo studia, la figura umana la disgrega, la staticità la contorce. La centralità del gesto si fa convulsa. “Studio per ritratto” sembra attrarmi a sé come un buco nero: resto avvolta, attorcigliata, avvinghiata al soggetto della tela pur apparentemente rimanendo fuori da essa.

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Questa è la natura, questi sono gli uomini, le donne, i bambini. Questi sono i figli di quel mondo la cui fine tutti coinvolge. Questi sono i pezzi di un mondo fatto di specchi, di fili di ferro cuciti, incrociati, di elementi dell’equazione di Kader Attia: “Chaos+Repair=Universe”. Rifletto. Infinite sono le possibilità, le riparazioni, i mutamenti, le tracce del dolore accompagnate forse da qualche possibilità di speranza. Il popolo che abita questo universo è molteplice nei suoi riflessi, si direbbe ovviamente multietnico, accomunato da un bisogno di comunità.

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Volodymyr Kuznetson nel suo “Cultivation” sfida l’Europa e la sua instabile coesione: un muro bianco dai tratti rossi e neri che disegnano animali e, volutamente, non volti umani; porta su di sé una scritta che esorta a dare potere alle comuni o, meglio, secondo l’intenzione dell’artista, a condividere ogni aspetto di questa società.

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Provare a riprendere la storia del mondo porterebbe a un film senza fine, a metà tra l’opera felliniana e la monumentale ricerca tipica dei lavori di Camille Henrot che della creazione ha già fatto una (soggettiva) sintesi. Il video che celebra al meglio il mondo di oggi è “Celebration” di Polina Kanis, ispiratasi a “Feast in the Time if Plague” di Aleksandr Pushkin e a “The City of Plague” di John Wilson. Nell’opera, alcuni uomini in uniforme ballano insieme. Da lontano la danza è unione. All’occhio attento però la danza appare specchio della nostra società, della nostra alienazione e della nostra solitudine: nessun contatto visivo, nessun contatto fisico sincero per i soggetti che potrebbero essere idealmente immobili.

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Ma immobile non è nemmeno il muro di Gianni Pettena. “Complementi di architettura” parte dal ciottolo fino a che la pietra non diventa specchio. Una superficie liscia e specchiante. Rifletto. E varcata quella soglia, ecco che noi uomini diventiamo animali feroci. “Homo homini lupus”: ecco il nostro stato di natura secondo Hobbes. Supero il limen. Inarco la schiena, le braccia si mutano in zampe e provo a seguire la direzione degli altri novantanove simili. Corrono, volano sulla mia testa diretti verso un muro di vetro che non potrà mai accoglierli ma annientarli e provocare rovesciamenti, capriole e dolore. Per Cai Guo-Qiang, “Head On” è simbolo di coraggio e ferocia. Dall’agnello al lupo, dal branco al gregge: il gruppo – se mal indirizzato – non potrà far altro che autodistruggersi. Dalle barriere fisiche ai pregiudizi, esecrazioni e paure: quanto tempo ci vorrà ancora per abbattere questi muri invisibili?

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Cado in un lampo. Il bianco assoluto mi assale, mi circonda e poi nuovamente mi assale. Specchi, scaffali, appendiabiti, abiti, scarpe, giacche, specchio, un altro specchio e un pianoforte… Niente volteggia. Tutto resta fermo. Forse anche il tempo. Forse anche quel lampo di tempo bianco. Robert Kuśmiroski s’immagina così l’ultimo istante delle nostre vite. In “Quarantine”, le sedie diventano tombe e gli oggetti rappresentano momenti universali e personali delle nostre vite.

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Così mentre mi tolgo le scarpe, suono al pianoforte un leggero motivetto e lascio uno degli specchi appoggiando la rossa rosa sulla tastiera; la riprendo, mi affaccio e la mostra ricomincia.

«L’eterna clessidra dell’esistenza viene sempre di nuovo capovolta e tu con essa, granello della polvere!» diceva Nietzsche ne “La gaia scienza” rivelando la teoria dell’eterno ritorno.

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Nel terreno del Centro Pecci ho piantato una rosa rossa dal gambo lunghissimo. Avrei voluto iniziare così, con un gesto eterno per piantare un’infinità di rose assieme alla speranza di una nuova rinascita.

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Credits:
Special thanks to Gentucca Bini
CCT-SeeCity | The Guidezine for Curious People
Photo: Simone Ridi simoneridi.com

AMOlinks:
centropecci.it/it/centro/storia
centropecci.it/it/la-fine-del-mondo
ilsole24ore.comfinimondo-museo-pecci

INFO:
“The End of the World”
October 16, 2016—March 19, 2017
at Centro per l’Arte Contemporanea Luigi Pecci
curated by director Fabio Cavallucci with the cooperation of a large group of international advisors including: Elena Agudio, Antonia Alampi, Luca Barni, Myriam Ben Salah, Marco Brizzi, Lorenzo Bruni, Jota Castro, Wlodek Goldkorn, Katia Krupennikova, Morad Montazami, Bonaventure Soh Bejeng Ndikung, Giulia Poli, Luisa Santacesaria, Monika Szewczyk and Pier Luigi Tazzi.