Artista dissidente”: Ai Weiwei non è libero da definizioni.
Ma oggi chi di noi lo è?
Quando ero piccola volevo elaborare un nuovo alfabeto che sostituisse a ogni lettera un numero e che diventasse una nuova lingua da insegnare e diffondere. Il risultato fu che, malgrado i miei costanti “studi”, non sono mai riuscita a superare la frase “10 0 7”, ovvero “Io ho sete”. Non detti mai un nome a questo mio nuovo codice. Morì assetato. Siamo da sempre stati abituati a muoverci seguendo codici (pre)determinati. Dal codice fiscale al codificare le nostre emozioni: niente esce dall’ordinario poiché tutto è già ordinato. Qual è allora il “codice Ai Weiwei”?
«Voglio far parte di questo flusso di persone, cercare di capire, e trarne nuove forme o un nuovo linguaggio»: Internet è il suo maggiore mezzo di espressione.

Libero” è il titolo della retrospettiva che la Fondazione Palazzo Strozzi dedica ad Ai Weiwei e che fino al 22 gennaio 2017 occuperà la sede fiorentina nella sua totalità, dal primo piano del Palazzo ai sotterranei della Strozzina.

Eloisa Reverie Vezzosi, Palazzo Strozzi, Ai Weiwei

Odore di pneumatici. Verso il Piano Nobile.
Salgo le scale e questo si fa sempre più intenso. Sono consapevole che scoprirò le radici dell’arte giovane di Ai Weiwei quando scenderò nella Strozzina. Anche per la visita in mostra ho voluto essere libera dai codici di tempo e spazio. D’altronde «il mondo è una sfera, non c’è Est o Ovest» (Ai Weiwei). Il ready-made è per sempre. “Stacked” è una versione site-specific per Palazzo Strozzi dell’opera “Forever”. Le novecentocinquanta biciclette sono impilate l’una sull’altra come a formare un labirinto ottico, una rete reale, un arco trionfale, una critica al problema dei trasporti, alla libertà di movimento, un rinvio a Duchamp.  Millenovecento ruote di bicicletta mi circondano e io sento solo un fortissimo odore di pneumatici.

Eloisa Reverie Vezzosi, Palazzo Strozzi, Ai Weiwei

Su una parete bianca, purissima, lontana da critiche e accuse, si muove immobile “Snake Bag”. Cerco la coda del serpente: memento delle migliaia di studenti morti il 12 maggio 2008 per il terremoto di magnitudo 8.0 gradi che colpì il Sichuan. Onde di terra immobili. Onde di corpi immobili: onda su onda trecentosessanta zaini scolastici sono cuciti insieme.
Bianco, nero, bianco, nero, bianco: nero. La morte la percepisco avvicinandomi ai contenitori in legno huali. “Rebar and Case”: non ho mai pensato che non potessero essere nient’altro che tombe. E il mio corpo reagisce di conseguenza. Mi accascio, colpita dalle macerie.

Eloisa Reverie Vezzosi, Palazzo Strozzi, Ai Weiwei

Lontano dalle mura asettiche, incontro le videocamere di una carta da parati in vigile attesa. “The Animal That Looks like a Llama but is Actually an Alpaca”: catene, manette e censura su Internet.

Eloisa Reverie Vezzosi, Palazzo Strozzi, Ai Weiwei

Esplode l’ordine nell’armonia di un vortice. Ai Weiwei reinterpreta la tradizione cinese e le collezioni delle dinastie Ming e Qing abbattendole e ricostruendole: dai tavoli al “Grapes” i cui trentaquattro sgabelli sembrano essere infiniti. Gamba dopo gamba si scopre la Cina. Leggo la “Map of China”: un’enorme massa di individui, un puzzle-scultura formata da differenti legni, diverse etnie e incastri invisibili.

Eloisa Reverie Vezzosi, Palazzo Strozzi, Ai Weiwei

Proseguo il viaggio senza volutamente fermarmi nel “Rinascimento” di Ai Weiwei. Alla sua interpretazione della storia fiorentina preferisco gli oggetti che rappresentano la sua storia personale che acquistano una nuova e preziosa vita: le manette e la sua prigionia in giada, le interiora di pollo e il tema del mercato di organi umani in porcellana.

Eloisa Reverie Vezzosi, Palazzo Strozzi, Ai Weiwei

È impossibile per gli “Objects” essere privi di soggettivazione: “The Wave” ricorda le opere della dinastia Yuan, le stampe giapponesi, di cui l’“Onda” del giapponese Hokusai è l’immagine-guida, la storia cinese che passa al presente.

Eloisa Reverie Vezzosi, Palazzo Strozzi, Ai Weiwei

«Si nasconde nelle valli
si leva sulle montagne
tu non ti curi di lei
lei non si cura di te
tu la chiami, lei ti chiama
tu la insulti, lei ti insulta
e per quanto possiate litigare
è sempre lei che ha l’ultima parola»
(Ai Qing, “L’eco in “Bandito e poeta”).
Anche le poesie sono resti umani come i “Remains” in porcellana. Anche le storie dei padri sono echi nelle vite dei figli. 28 agosto 1957, Ai Weiwei nasce a Pechino da genitori entrambi poeti: Ai Qing e Giao Ying. Dati i suoi problemi con la prospettiva dimostrati dai suoi provocatori “Study of Perspective”, il rapporto tra tradizione e modernità, passato e presente perde la sua profondità ai miei occhi. La manipolazione degli oggetti vince sulla storia di cui questi si fanno portatori, supera il messaggio di cui sono metafora e resta la ribellione di un artista sperimentale che vive in un limbo tra sociale e social, reale e virtuale: nella serie “Han Dynasty Vases with Auto Paint” i vasi neolitici sono stati immersi in latte di vernice per carrozzeria per annullarne il valore storico e culturale e per trasformali in opere contemporanee: onda d’urto.

Eloisa Reverie Vezzosi, Palazzo Strozzi, Ai Weiwei

Entro nella sala e superati i “Vasi”, ne sento uno cadere: era il 1995 quando Ai Weiwei distrusse un’urna della dinastia Han. Nel ricordo della performance in LEGO, il volto dell’artista è impassibile come specchio del comportamento del governo cinese nei confronti della Rivoluzione culturale. 

Eloisa Reverie Vezzosi, Palazzo Strozzi, Ai Weiwei

Alle provocazioni io non rispondo.
Metto rose in armi d’avorio, negli oggetti preziosi di tortura. Apprezzo le estetiche e ci gioco. Appoggio il messaggio se rivolto alla collettività degli uomini.

Eloisa Reverie Vezzosi, Palazzo Strozzi, Ai Weiwei

1978: è l’anno della Primavera di Pechino, l’anno in cui si riaprono le Accademie e Ai Weiwei entra nella Film Academy, l’anno in cui Ai Qing è candidato al Nobel per la Letteratura. Nella settima sala di Palazzo Strozzi sboccia la primavera dell’arte di Ai Weiwei: “Blossom” sono i fiori in porcellana che richiamano la “Campagna dei cento fiori” avviata in Cina negli anni Cinquanta. Vedo una rosa, una peonia, un fiore sconosciuto. All’unisono si mostrano e dimostrano l’eccellenza delle tradizioni delle maestranze del passato e quanto una monocromatica e delicatissima opera possa dare un maggiore senso di libertà rispetto a un giardino di parole… E intanto cresce in ghisa e resistenza anche l’“Iron Grass”, ogni filo è perfetto ma mai quanto in natura, ogni filo è forte ma portatore di una potenza simbolo di fragilità.

Eloisa Reverie Vezzosi, Palazzo Strozzi, Ai Weiwei

Mi sento osservare da uno sguardo pietrificato: è la “Surveillance Camera and Plinth” che trasforma in marmo le azioni di tutti gli uomini. Mi sento osservare da tre figure d’artista: è la mitologia che sotto forma di seta e bambù prende vita e che nasce da “Shanhai jing”, “Il libro dei monti e dei mari”, uno dei classici proibiti della sua infanzia.

Eloisa Reverie Vezzosi, Palazzo Strozzi, Ai Weiwei

Guardo il soffitto. Adesso sono io a osservare questa geografia fantastica: “Taifeng” è il grande vento, “Feiyu” è il pesce volante e “Huantouguo” è l’uomo uccello. Volteggio in aria, fingendo l’acqua e mi inginocchio a terra: restiamo a debita distanza gli uni dagli altri e nessuno proferisce parola. Sono forse stanchi degli oltre duemila anni di tradizione che si portano sulle spalle? Io taccio in segno di riverenza.

E non dal mare ma dal fiume della terra di Shanghai nascono i granchi tra armonia e censura che inondano l’ultima sala di critica e coraggio.

Eloisa Reverie Vezzosi, Palazzo Strozzi, Ai Weiwei

Mi avvicino a loro in punta di “zampe” con le mie mani a forma di chele ben serrate. La schiena ricurva. Indietreggio e trovo il “Souvenir from Shanghai” dello studio che nel 2008 il governo di Shanghai invitò Ai Weiwei a costruire a Malu Town. Messo agli arresti domiciliari per impedire all’artista di essere presente alla festa inaugurale, durante la quale gli ottocento ospiti mangiarono granchi di fiume, l’11 gennaio 2011 lo studio venne raso al suolo. Solo alcune macerie sono sopravvissute e oggi rappresentano un pesante muro che resisterà. Un monumento forse “più duraturo del bronzo…”? Ce lo dirà la storia, memoria dell’umanità. Ce lo dirà Tempo, compagno di Arte e Poesia.

Eloisa Reverie Vezzosi, Palazzo Strozzi, Ai Weiwei

Scendo a scoprire le radici di Ai Weiwei che attualmente poggiano su suolo italiano. Non mi fermo a riflettere nelle “Refraction” delle cucine solari e del sole fiorentino del Cortile.
Arrivo in una grotta di sue citazioni e ricordi.
Alzo la mano sinistra. Mi tocco il mento. Imito Ai Weiwei che in bianco e nero imita Andy Warhol: gioco di specchi.

Eloisa Reverie Vezzosi, Palazzo Strozzi, Ai Weiwei

La leggenda narra che Ai Weiwei si trasferisce negli Stati Uniti nel 1981 all’età di ventiquattro anni e con trenta dollari in tasca. Abbandona presto la Pasons New School for Design per passare agli insegnamenti di Duchamp e a ubriacarsi di “Coca Cola” e Pop Art.
3, 2, 1, sparo! Come il braccio che tiene la caviglia della gamba piegata a forma di pistola, gesto di Ai Weiwei diventato virale e oggi ordinatamente raccolto sotto il titolo di “Leg Gun”. Una pistola, quindi una falsa gamba? Una falsa gamba, quindi una pistola?

Eloisa Reverie Vezzosi, Palazzo Strozzi, Ai Weiwei

La parola chiave è “Fake” come il nome dello studio dell’artista, come “258 Fake”, che riunisce la sua quotidiana documentazione di sé, e come “The Fake Case”, il film del regista Andreas Johnsen che documenta il rapporto tra Ai Weiwei e il governo cinese che lo ha segregato per ottantuno giorni per poi rilasciarlo nel giugno 2011. Il falso è tema caro alla Storia dell’arte.
3, 2, 1, condividi! Sul blog, aperto nel 2005 e oscurato nel 2009 che raggiungeva centomila visite al giorno, Ai Weiwei pubblicò non solo foto ma anche l’elenco dei nomi dei bambini morti per il sisma del 2008; tramite Twitter condivide i suoi pensieri, tramite Instagram le sue immagini.

Eloisa Reverie Vezzosi, Palazzo Strozzi, Ai Weiwei

Due pecore contro un muro, passo oltre. Ai Weiwei con decine di sigarette poste in orecchie, occhi e bocca, passo oltre. Una stella in “Three Clothes Hanger as a Star”, mi muovo prima di procedere. Una gruccia col profilo umano che racchiude il suo “Sunflower seeds”, i semi di girasole che rappresentano le vittime delle carestie causate da Mao Zedong, che evocano il comunismo. E se chiudo gli occhi sento quegli stessi semi scorrere via come la sabbia di una clessidra…

Eloisa Reverie Vezzosi, Palazzo Strozzi, Ai Weiwei

3, 2, 1, scatto! Ho un potente accumulo di immagini nella mia mente Hanno preso forma autonoma unendosi in un pesante cubo di cristallo: due tonnellate di “Crystal Cube” 100x100x100. 

Eloisa Reverie Vezzosi, Palazzo Strozzi, Ai Weiwei

È giusto che l’arte si adatti alle nuove tecnologie. Questo sostiene l’artista. Io ritengo che è giusto che le nuove tecnologie e piattaforme trovino il loro posto nel corso dell’evoluzione dell’arte. Più che di “adattamento” alla Darwin parlerei di “simbiosi”. Arte è figlia del suo tempo. Sicuramente Ai Weiwei sta seguendo un nuovo corso ed è per questo preciso istante storico un’importante figura da seguire per vedere il naturale passaggio dal tatto al tasto, dalla società al social... E del sociale? «Mi è sembrato il momento migliore per promuovere il coinvolgimento individuale, con le informazioni disponibili e Internet e la vastità delle comunicazioni. Non siamo mai stati così liberi ma al contempo questa condizione ci incatena; perché più siamo liberi più ci rendiamo conto di essere in catene».

Ma libertà è fragile come la porcellana ed è difficile da trattare come il marmo. Facile è con questa bruciarsi, come con il fuoco, e se si mente vola via come un soffio d’aria gelida che ti picchia sui denti e non ti fa respirare. La libertà.

Eloisa Reverie Vezzosi, Palazzo Strozzi, Ai Weiwei

Credits
Special thanks to A-Lab Milano
Photo: Andrea Baccetti

AMOlink:
palazzostrozzi.org
corriere.it/ai-weiwei-le-opinioni-di-critici-e-artisti/

INFO
“Ai Weiwei. Libero”
From 23 September to 22 January 2017
at Palazzo Strozzi
Organized by Fondazione Palazzo Strozzi
With the collaboration of Galleria Continua, San Gimignano/Beijing/Les Moulins/Habana
Curated by Arturo Galansino