Magico pensare che un poeta dell’arte terreste abbia le proprie radici nell’aria e la propria origine in un Adamo e un’Eva in legno realizzati all’età di dieci anni. «È dall’inesplicabile, dal divino, dal fatto che mi sveglio, mi muovo, agisco, penso e vivo che nascono la poesia, il disegno, la scultura, la scrittura, le linee, i piani, la scelta dei colori, delle forme, dei fiori, la scelta dei frammenti di pietre, di uno sguardo, di un approccio, di un profilo, di una figura umana o del bagliore di un lampo decide la forma della mia opera» (Intervista a Jean Arp in “Jours effeuillés, poèmes, essais, souvenirs, 1920-1965”, Gallimad, Paris, 1966). La nascita di un’opera d’arte sta nell’incontro. Finalmente si esce dal tunnel della parola “dialogo”, di cui io stessa mi confesso dipendente. Jean Arp incontra l’essere umano, l’animale, la pianta, la vecchia tavola… «Il mio lavoro è legato al sogno del giorno, senza per questo disprezzare la materia» (Ibid.). Sede di questo incontro di cui mi sono fatta testimone sono le Terme di Diocleziano attraverso la mediazione architettonica di Francesco Venezia e con la curatela di Alberto Fiz.

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Sotto il cielo di Roma “l’aria sarebbe stata una radice” perfetta, la terra sarebbe stato un ideale terreno da “annaffiare insieme alla luna”, “una luna bianca, bianco su bianco”, che avrebbe delineato nuovi rilievi di noi, di te e di me.
Invece no. Le uniche opere che sfiorano il suolo delle più grandi Terme della Roma antica sono due: “Berger des nuages” e “Paysage bucolique”. Ma non ci sono nuvole da governare in un paesaggio che evoca mito e storia. Sul verde degli alberi danza libero il corpo in bronzo; contro l’azzurro del cielo il marmo si illumina.

«In quelle formazioni globulari, tutto rotola a piacimento, montagne franano, valanghe rovinano e poi si bloccano, mostri si gonfiano per divorarsi in seguito l’uno con l’altro: tutto l’universo si sintonizza sulla volontà e l’immaginazione del sognatore» (Gaston Bachelard, “Les nuages” in “L’air et les songes”).

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Jean Arp, ti guardo negli occhi. Supero la Basilica di Santa Maria degli Angeli al di là della cancellata e si aprono le Grandi Aule.

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Luce artificiale/ombra, scultura/struttura, corpo umano/architettura: io non mi fermo. Torse à la tête de fleur” profuma di legno dipinto al di là del vetro. Arp desiderava disegnare ciò che si muove, sale, matura, cade. Crea e intanto il soggetto fisico insieme all’opera-sogno si trasforma. In divenire ammiro “Trois femmes” ritratte non in posa, forse messesi a nudo come le superficie scultorea dei monumenti eleganti dell’artista.

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«La legge del caso, che racchiude in sé tutte le leggi e resta a noi incomprensibile come la causa prima da cui si origina la vita, può essere conosciuta soltanto in un completo abbandono all’inconscio. Io affermo che chi segue questa legge creerà la vita vera e propria». Arp è creatore, dà vita a sculture alle quali sento battere il cuore e pulsare il sangue nelle vene vive. Ad Arp infatti non interessa l’oggetto in sé ma la sua trasformazione: un costante panta rei in cui la sua visione è un fermo-immagine.

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In divenire Jean Arp. Seppe cogliere gli elementi più innovativi del Dada, del Costruttivismo russo e perfino del Surrealismo restando autonomo, garantendosi un costante stato di libertà da etichette, movimenti e correnti. Libero di bistrattare la “Venere di Milo”, di amputare la “Dafne” di Ovidio e del Bernini, di scolpire usando il vuoto, di lasciarsi ammaliare dai dettagli di crateri e vasi e non dai virtuosismi dell’Antico: Jean Arp segue il ritmo di geometrie in movimento.

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Guardo un cerchio rosso su un prato metà nero e metà bianco e con un solo albero presente che tende a toccare il cielo; o forse scorgo al posto dell’albero una freccia allungarsi malgrado il poco spazio a disposizione: momento di necessaria pareidolia. È un movimento di indagine da rivolgere solitamente alle nuvole, che a Jean Arp obbediscono. È l’arazzo “Cercle rouge” che chiede nuove visioni e vorrei tanto chiedere agli occhi che mi seguono: E tu cosa vedi?”Sono tutte concrezioni artistiche.

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Annaffiami la luna” (Jean Arp).

Superficie lunare è la “Concrètion humaine” in gesso purissimo quasi stellare da quanto la luce artificiale riesce a renderla lucente. Appare scultura levigata dall’aria, dal tempo, dalla saggezza della bellezza, dall’estasi dell’estetica. Sono forme perfette nella loro deformità, esemplari di quel divenire tanto caro a Jean Arp.

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Spazzolami i denti delle scale.
Trasportami nella tua valigia di carne sul mio letto d’ossa.
Cuocimi un tuono.
Raccogli i terremoti in una gabbia
E coglimi un mazzo di lampi” (Ibid.).

Mi richiamano i versi delle sue poesie, quasi fossero canti di sirene. L’incontro con una “Sirène” infatti c’è stato: metà pesce, metà donna, tutta bronzo. La coda è un’ancora tanto pesante da tenerla ben salda al terreno.

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Tagliati in due e mangia una di queste metà.
Eiaculati nell’aria orgogliosa dei getti d’acqua di Versailles.
Bruciati arrotolati a palla.
Sii una palla dal riso arcaico
Che rotola intorno a una pillola”(Ibid.).

Se “S’accroupissant” si rannicchia, “Torse des Pyénées” danza come Sophie Taeuber-Arp danzava. Con lei, che “sognò innumerevoli favole di cerchi”, aveva immaginato “di trasformare il mondo, di semplificarlo, di abbellirlo”.

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Getta tutte le tue lingue alle rose”(Ibid.).

Stupore infantile davanti alle sue strutture viventi: Arp è fanciullino e provoca rêverie. Le sue dita modellano la creta del cielo e alle sue forme elementari infonde un movimento danzante. Sculture fatte di bronzo e caso, linfa arcana della natura, strumento di esplorazione, conduttore di nuove realtà: incontro l’Archetipo di Arp che incarna classicità, modernità e futuro insieme e allo stesso tempo le supera. Tra Dada e Surrealismo, Arp mantiene salda la sua oscillazione e i suoi stimoli grazie proprio alla rêverie.
Del Dadaismo Arp rifiuta la pars destruens; Marcel Duchamp riconosce la diversità di Arp e la necessità di un “ordine nuovo”: “For Arp, art is Arp”, quasi una tautologia. Non c’è mai stata una vera e propria rottura con il Surrealismo ma Arp preferisce ora divenire creatore di forme originarie. L’artista impone la sua rivoluzione silenziosa.

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Un’onda bianca mi avvolge,Pèpin Géant”, e mi rigetta, “Concrétion humaine”: un movimento lento ma costante. Le due sculture occupano la stessa metà della sala, sono tra loro opposte ma frontali e direttamente unite. I rami/braccia della prima sono aperti al mondo, quelli della seconda invece sono richiusi in sé. L’universo a cui si rivolge Arp è il microcosmo, specchio del macrocosmo, idea presocratica. Ed è così che incontro “Thalès de Milet”. Ed è così che Arp segue la luna di Anassimandro “simile a una ruota di carro”.

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Sussurro parole umane a l’“Evocator d’une forme humaine”. “Téte” contro testa, tendo l’orecchio alla “Sculpture mythique”. Arp emula l’antico tra filosofia e mitologia e la Natura verso una nuova Apocalisse di forme mentre il mio corpo imita i suoi figli, i suoi gesti e le sue eternità. Bourgeon d’èclair” diventa forse per me la sua poesia più riuscita.

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Arriva la donna. Arriva “Femme paysage” di una potenza erotica sconvolgente, tendo a lei per carpirne la purezza. Arriva Sophie Taeuber. Arriva l’artista. Arriva la moglie. Nel 1917 Sophie danza in occasione dell’inaugurazione della galleria dada con un costume disegnato da Jean. Questo è il loro primo incontro. È una delle “donne trasparenti” della storia dell’arte, ombra del marito che oggi viene riportata sotto la giusta luce dei fari in mostra e dell’occhio del visitatore curioso.  C’è chi si dimentica di citarla, c’è chi si dimentica che oltre a essere stata compagna di un grande artista, autrice di tessuti con motivi geometrici, pittrice e creatrice di deliziose marionette, fu anche coreografa, ballerina e architetto.

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Come una marionetta mi muovo facendole dono di gesti, attenzioni e parziali danze. Sono “Composizioni” rettangolari, circolari e irregolari i suoi segni come i miei movimenti che procedono costanti. Geometrie cromatiche in armonia con la Natura primordiale indagata dal marito e classicamente celebrata.

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Avrei dovuto citare più Dada e più Surrealismo; raccontare di quando Hans Richter incontrò Arp a Zurigo nel 1917 o di quando Bruno Zevi mancò di nominare Taeuber nel suo saggio sull’architettura neoplastica.
Avrei certamente potuto ribadire con forza e insistenza che per Arp non esiste la contrapposizione arte-natura; e gridare il suo profondo credo: La vita è lo scopo dell’arte”.
Forse sarebbe stato interessante approfondire miti, mitologie e pensiero di filosofi greci che tanto influenzarono quelle forme arcaiche; condividere le sue “non condivisioni” e commentare le sue opere che creano meraviglia.
Ma come dar voce alle corde vocali che hanno subito afasia?
Avrei infine potuto citare più poesie… Sotto il cielo di Roma ho scoperto le radici dei versi di Jean Arp e sento che questi non mi abbandoneranno mai.

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Special thanks: Marta Martino, Fulvia Mendini, Umberto Montini
Photo: Irina Mattioli 

INFO
Jean Arp”
Museo Nazionale Romano alle Terme di Diocleziano, Grandi Aule
Until January 15, 2017
Promoted by the Special Authorities for the Coliseum and central archeological area of Rome and the Museo Nazionale Romano with Electa
Curated by Alberto Fiz in collaboration with Clamart, Francia.
The set-up of the exhibition is carried out by architect Francesco Venezia.