L’arte salverà il mondo se gli uomini impareranno a eliminare i propri miasmi, espellere i propri umori. Catarro. Sinonimo di purificazione nell’arte è catarsi. Sangue. La messa in scena di una rappresentazione tragica nella Grecia Antica coinvolgeva tutta la polis in un comune momento di purificazione. Lacrime. Attraverso i sentimenti di pietà e terrore. Sudore. L’arte fa puzzare, dà fastidio, scioglie inguini e intestini, lavora di stomaco, gola e bassi ventri. L’arte fa paura. Il Sublime e il Bello sono concetti profondamente distinti. Liberiamoci. Libertà. Voce agli istinti, diamo al subconscio credibilità. Eliminiamo il costume che non esiste. Leggiamo di più e non le etichette.

Sì. Quando ho visitato la mostra che Palazzo Reale ha dedicato a Keith Haring ho sudato. Molto. Un sudore per la precisione composto di acqua, ioni (Na+, K+, Cl-), urea, immunoglobuline, colesterolo, acido lattico, basi volatili, acrilici, olii su tela, immagini, maschere, vernice vinilica…

Keith Haring, Eloisa Reverie Vezzosi, Palazzo Reale, Milano

Assomigliano a croci, a segni alfabetici, stradali, ai “+” del “Na” e del “K” del sudore le mani dei caratteri archetipici creati da Keith Haring. È sempre una linea continua guidata dal principio della casualità. Automatismo. «Il pittore si muove con la matita sulla tela come un cieco ed è solo affidandosi alla memoria, nella quale una percezione attuale fa tornare come ricordo una percezione anteriore, e nella quale quindi segni e simboli attuali fanno tutt’uno con segni e simboli arcaici, che le immagini prendono forma» (Giuseppe Di Giacomo). Guardare sotto tutto ciò che gli altri vedono. Superficie. Incarnare l’idea di “primitivismo”. “Primitività”: prendere in considerazione le condizioni formali dell’arte. Keith Haring ordina le immagini formatesi autonome. «Come accade nei sogni, dove una certa cosa ha un senso e un’altra non ne ha, eppure tutte e due insieme rappresentano la realtà». Dipingere “quello che siamo”. Arte-vita. Sensibile-visibile. Sono immagini di pensieri di oggetti o di pensieri di figure nati dallo spazio mentale. “Untilted”.

Keith Haring, Eloisa Reverie Vezzosi, Palazzo Reale, Milano

Opere frutto di “casualità”. Molti sono gli “Untitled”.
Senza identità, lascia passare nel foro sull’addome l’imminenza della vita, mostrando ciò che c’è avanti e dietro a sé. La narrazione è secondaria, la schematizzazione è messaggio purificato: arriva immediato come un cazzotto nello stomaco. Vernice vinilica su telone vinilico: il primo “omino” che incontro è un polo negativo di segni meno che si stagliano neri sul suo corpo rosso limitato da una possente linea nera che separa la figura dalle cariche positive sul giallo. È una figura “vitruviana” il cui centro prospettico è mancante: una voragine.
Nelle buie caverne di oscure gallerie delle metropoli industriali, la sopravvivenza delle sue icone dalla paura della malattia, dalla società oppressiva, dalle tematiche di distruzione e nascita, dalla violenza e repressione sessuale è garantita dalla «congiunzione continua con il passato – come afferma Marina Mattei – che si ricicla e vince creando e distruggendo le rappresentazioni (mitiche e terrificanti) della paura e aggiungendo alla narrazione pittorica elementi della cultura (come grafismi, pittogrammi), ma soprattutto dell’arte».

Keith Haring, Eloisa Reverie Vezzosi, Palazzo Reale, Milano

Umanesimo. “Untitled”: una figura bianca a tratti rosa si muove frenetica su un pavimento di cervelli mentre le sue mani trafiggono testa e stomaco. La riconciliazione tra testa e stomaco. “Untitled”: un cervello pulsante nel rosso è al centro di una teoria di figure dalla “x” sul cuore. “Untitled”, uno schematizzato inferno medievale: tra le fiamme creature mostruose divorano esseri umani. “Untitled”: la minaccia dell’AIDS, una terrificante testa di donna soddisfa i desideri sessuali delle sue vittime fino a portarli alla morte.

Archetipo indica la forma prima. In costante crescita di horror vacui: “omini”, mostri, scheletri. “Untitled”, volto terribilis circondato di esseri spaventosi è messaggero di paura. Seguendo il filone mitologico, si passa al riferimento Michelangiolesco della “Zuffa dei centauri”: «non per raccontare una battaglia vera e propria, ma per dare l’idea di più fuochi […] per astrarre la bestialità» come ricorda Marina Mattei. In origine era il verbo, adesso la parola è diventata figura: un alfabeto di movimenti in divenire. “Cosa”. «Ogni nuova creazione diventa parte di una interpretazione/definizione della ‘cosa’ che verrà dopo e allo stesso tempo diventa la somma delle cose che l’hanno preceduta. Questo flusso viene registrato nel tempo dagli eventi e all’interno degli eventi dalle ‘cose’ che popolano, definiscono e compongono gli stessi. Dal momento che l’artista le crea, è responsabile di queste ‘cose’. Devono essere costruite con attenzione e considerazione (estetica), dal momento che le ‘cose’, da sole, daranno ‘significato’ e ‘valore’» (Keith Haring).

Keith Haring, Eloisa Reverie Vezzosi, Palazzo Reale, Milano

Il Centauro, la Lupa, la Medusa. La “Lupa Capitolina” diventa rossa con le zampe allargate e senza più i denti digrignati, lascia spazio ai suoi due figli in bianco e segni neri. Non c’è profondità ma la cromia suggerisce un ordine prospettico: sento prima la madre e poi Romolo e Remo; non c’è pulizia, il colore è colato con forza. “Untitled”, Cerbero supera la morte, la corporeità e ogni forma di duplicità. “Untitled”, tra le Gorgoni Medusa è l’unica mortale: priva di anima e di sguardo. È così che la classicità la descrive e che Haring la rappresenta. Donna/mostro, sirena/uccello, Idra/seduttrice azzurra dal busto diritto e dai seni pronunciati libera le sue bestie con croci in fonte su uno sfondo di bile non pece e oscurità dilagante.

Simboli e icone. «E da William Burroughs presi quell’idea del cut-up3 e dell’intercambiabilità, tutto il mistero della spontaneità e del caso. Pensai di usarla in maniera figurativa, che potesse realmente trasmettere un’idea invece della sensazione astratta di qualcosa. Quando ebbi fatto i primi disegni, ci fu come una scintilla. Sapevo cosa fare dopo. E continuarono a venire. Smisi del tutto di fare disegni astratti e iniziai semplicemente a fare nitidi, semplici disegni a inchiostro. All’inizio erano fatti ancora rozzamente, ma più disegnavo, più la gamma dei simboli diventava come un vocabolario… E io cominciai a rendermi conto del perché lo stavo facendo o di come questo si inseriva nell’insieme» (Keith Haring a colloquio con Paul Cummings, Intervista del 27 dicembre 1988, New York).

Keith Haring, Eloisa Reverie Vezzosi, Palazzo Reale, Milano

La società dei soggetti di Haring prima era composta di unità singole e autonome destinate poi a futuri incontri. “Omini” soli. Le storie sono nate successivamente, naturalmente, per combinazione. «Quando arrivi al punto in cui ti vengono più fluidi non puoi tornare indietro». Le dimensioni del supporto e il materiale stesso, dal corpo al muro fino al telone vinilico, determinano la riuscita di un disegno nascente a prescindere dall’incognita “tempo”.

Keith Haring, Eloisa Reverie Vezzosi, Palazzo Reale, Milano

“Untitled”. A testa in giù è il crocefisso di Haring: moderno San Pietro, eco di Masaccio e consacrata immagine di umiltà. “Untitled”, facendo da contraltare alle pulsioni umane, tendono invece verso l’alto molte sue opere celebri: da alberi di uomini ad alberi di scimmie fino alle sue divinità. Una mano dall’alto pone una fede nuziale all’indice di una mano sinistra che spunta dal basso: immerse in un concerto di angeli e demoni avviene il matrimonio delle due forze. “The Marriage of Heaven and Hell”. Keith Haring, creatore di immagini. P.S. Ma la fede si porta all’anulare sinistro.

Keith Haring, Eloisa Reverie Vezzosi, Palazzo Reale, Milano

“Alterpiece”, trittico in bronzo con patina di oro bianco brilla della potenza di una linea marcata ma non nera, rifulge tra lacrime e angeli in volo. Orgia di santità, horror vacui di ricchezza. Non ho frecce. Mi pugnalo di rose: “Saint Sebastian” di Keith Haring tra Botticelli e Carl Fischer che immortala Muhammad Ali. Un mostro che al posto dell’aureola sembra sorreggere un sole e soffre per gli aerei che gli hanno trapassato il rosso corpo: due gli occhi, una la lingua, molteplici i segni di sangue.

Keith Haring, Eloisa Reverie Vezzosi, Palazzo Reale, Milano

Immaginario fantastico. C’è un significato ulteriore rispetto a quello che Keith Haring era disposto ad ammettere. Prendo carico con consapevolezza maggiore il compito che l’artista ha lasciato allo spettatore di “farsi le proprie idee”. “Untitled”. Scheletri, serpenti, mostri mangiatori di uomini. “Untitled”, un coccodrillo che sputa una croce o che ingurgita un Cristo crocifisso? “Untitled”, un maiale che nutre gli uomini persi in un mare di vomito rigettato dalle sue fauci.

Keith Haring, Eloisa Reverie Vezzosi, Palazzo Reale, Milano

Iper-realtà. Ripensiamo al “Giardino delle delizie” di Hieronymus Bosch. Riconsideriamo il “Giudizio universale” di Michelangelo. Precipitiamo in utopie davanti a “Guernica” di Picasso. Sono forse sogni? Sono forse trasposizioni mentali? Sono sicuramente incubi, spaventosissime paure in cui è magico cadere. Catarsi. Urlo. URLO. E mi fermo. Bene e Male. Male e Bene. “Untitled”.

Keith Haring, Eloisa Reverie Vezzosi, Palazzo Reale, Milano

Leggo una storia svolgersi in orizzontale, fantasma di verticalità ed eco di classiche impostazioni romane. “Colonna Traiana”. “Untitled”. Non c’è uno specifico senso di marcia. Cammino di fianco all’“arte di tutti”, alla storia di tutti, secondo il tempo di tutti. “Contenuto sedimentato”, avrebbe detto Adorno.

Keith Haring, Eloisa Reverie Vezzosi, Palazzo Reale, Milano

Etnografismo, espressione di un sistema di valori formali, estetici, sociali, ‘totemici’ e antropologici. America del XX secolo. Graffiti geometrici dell’Età della Pietra. “Untitled”. Integrazione esplicita. Labirinto: seguo le strade che falsamente l’artista sembra tracciare e che poi si attorcigliano. Seguo le indicazioni sui corpi. Linee spezzate, cerchi concentrici, croci, tracce bianche su bellezze di colore: Grace Jones e Bill T. Jones, alzo le mani. Rivolgo preghiere a “Barking Dog”, invocazioni a Quetzalcoatl. “Portrait of Grace Jones”. Incisione rupestre sahariana. Chi è il popolo di Haring?

Keith Haring, Eloisa Reverie Vezzosi, Palazzo Reale, Milano
Dall’etnografismo alla performance. Messa in moto della pittura. Ammaliata dalla figura dello sciamano, del dio serpente, delle maschere terrifiche trovo “Untitled”, Hollywood African Mask: smalto su alluminio, identità duplice. La “danza rituale” si scioglie e riscopro espressività ancestrali. «L’importanza del movimento – rivela Haring nei suoi Diari – si intensifica quando un dipinto diventa una performance»: la metropolitana è l’habitat, la grotta, il luogo perfetto. «Cinque anni di lavoro […] certamente la cosa più importante che abbia mai fatto».
Keith Haring ritrae Joseph Beuys. “Untitled”, Keith Haring disegna con gesso bianco su carta nera uomini-serpente, televisioni e teste verso il cielo; Joseph Beuys rivela il rapporto uomo/natura sulla “Lavagna n.6”: conclusiva.
“Do it Yourself”: tra le divinità Andy Warhol, “l’unico vero artista pop”. 

Keith Haring, Eloisa Reverie Vezzosi, Palazzo Reale, Milano

“Everybody Knows Where Meat Comes from, it Comes from the Store”, Jean Dubuffet inscindibile dalla rappresentazione del visibile e della corporeità. “Red, Yellow and Blue #7”. Jackson Pollock, Pierre Alechinsky, Mark Tobey: tra l’azione e la meditazione Keith Haring esplora. “Red, Yellow and Blue #24”. Olanda, Belgio, Italia, Germania, Inghilterra: Piet Mondrian, Paul Klee, Matisse, Dalí, Magritte, Fernand Léger, Jean Arp, Alexander Calder e Jean Tinguely… «Se Léger fosse vivo oggi non vorrebbe disegnare con un computer?».

Moderno e Postmoderno: tanti “Untitled” per tante citazioni d’artista.

Keith Haring, Eloisa Reverie Vezzosi, Palazzo Reale, Milano

Keith Haring si è appropriato delle più intense teorie, delle più profonde ragioni tra sensibile, reale, corpo e tempo nella sua imminenza. Ha sintetizzato il tutto esorcizzandolo, liberandosi del peso della gravità e alleggerendo la pittura nel gesto ma non nei suoi significati. Haring ha appiattito la tridimensionalità della rappresentazione ma non quella del pensiero. «Ogni vero artista lascia formulazioni irrisolte, ricerche interrotte. […] Io non sono un inizio. Non sono una fine. Sono un anello di una catena».“Unfinished Painting”. Tutto insieme, qui, ora e non altrove: davanti ai miei occhi è tutto così tragicamente chiaro. Sorrido. Catarsi.

Keith Haring, Eloisa Reverie Vezzosi, Palazzo Reale, Milano

Keith Haring, Eloisa Reverie Vezzosi, Palazzo Reale, Milano

Keith Haring, Eloisa Reverie Vezzosi, Palazzo Reale, Milano

Keith Haring, Eloisa Reverie Vezzosi, Palazzo Reale, Milano

Keith Haring, Eloisa Reverie Vezzosi, Palazzo Reale, Milano

Keith Haring, Eloisa Reverie Vezzosi, Palazzo Reale, Milano

Keith Haring, Eloisa Reverie Vezzosi, Palazzo Reale, Milano

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Credits
Special thanks to WOK Store for the Jacquemus’ dress from the archive.
Special thanks to Retrosuperfuture for the Super Andy Warhol Iconic Series Glasses

Photo: Carlotta Coppo 

AMOinfo
KEITH HARING. ABOUT ART
Milano, Palazzo Reale
21 febbraio – 18 giugno 2017
curata da Gianni Mercurio, promossa e prodotta dal Comune di Milano-Cultura, Palazzo Reale, Giunti Arte mostre musei e 24 ORE Cultura – Gruppo 24 ORE, con la collaborazione scientifica di Madeinart, con il prezioso contributo della Keith Haring Foundation.

AMOlinks:
www.palazzorealemilano.it
www.mostraharing.it