Ci vuole tempo per metabolizzare una Biennale. Il secondo significato dal dizionario, dell’unione etimologica di biennalis e annus, è «di pianta che compie il suo sviluppo entro due anni; nel primo anno sviluppa un brevissimo fusto con una rosetta di foglie e la radice, nel secondo allunga il fusto, eventualmente ramificandosi, fiorisce, produce frutto e semi, dopo di che si secca e muore: es., carota, prezzemolo, barbabietola».

Non voglio paragonare la Biennale d’Arte di Venezia a una barbabietola o a un rametto di prezzemolo poiché per definizione, almeno per questi due anni, la manifestazione vuole essere più viva che mai. Voglio invece partire da un alleggerimento di intenti, di sentire, da un attivismo meno politico e più poetico e forse più vero. “Viva Arte Viva” docet.
La parola giusta è fragilità. Il gioco sottile è fragile, la psiche umana è fragile e i 15 minuti di celebrità di Warhol lo sono ancor di più.
Non so quanto tempo ci si metta a digerire questa “carota” fatta di Arsenale, Giardini e infiniti Padiglioni ma so che fa bene e so che per ottenere la più alta dose di carotene io ci ho messo tre giorni di visita. E quello che ho voluto vivere col mio corpo e non solo con la mia mente, piedi e forse anche viscere, desidero mostrarlo qua.

Secondo Christine Macel i capitoli “da leggere” sono per l’esattezza nove, dal Padiglione della Terra a quello degli Sciamani fino al Padiglione del Tempo e dell’Infinito. Il Padiglione Dionisiaco, lo dico già, io non l’ho capito: da donna l’ho trovato troppo femminile. Malgrado Kader Attia, “prisma della società”, e Jeremy Shaw… “Cosa significa creare uno spettatore attraverso l’arte erotica?” Come se solo gli uomini sotto forma di feto potessero sentire la visceralità delle cose.

Metto un punto fermo a questi capitoli fatto di vetro dorato smaltato come “Square” di Liu Jianhua e come le pietre naturali unite dal suono di Alicja Kwade che conducono all’ultima parte dell’Esposizione. Andrò a capo alla fine della Biennale quando scoprirò il decimo capitolo e pianterò nel Giardino delle Vergini una rosa purissima.

Reverie, rosa, La Biennale, Venezia, 2017

Arte costringe a considerare l’essere umano come unità tra corpo ed emozioni, come prescrivono la Neuroscienza e le altre Scienze attuali. L’emozione è molla dell’evoluzione; la mia parte dall’“Energia positiva” che è stata il motore produttivo tra l’otium e il negotium di “Viva Arte Viva”.

Ho attivato tutte le mie facoltà sensibili e insieme fisiche. Azione. Ho perso tutti i miei cardini di orientamento, ho lasciato a casa i capitoli e ho messo in moto i piedi. Percezione attiva. Ogni mio viaggio in Biennale comincia sempre dai Giardini e dal Padiglione Svizzero. Ecco perché andrò fuori-tempo e fuori-sincrono.

Reverie, La Biennale, Venezia, 2017

Il mondo magico” è la rivelazione. Nelle Tese delle Vergini ho incontrato le immaginazioni di Giorgio Andreotta Calò, Roberto Cuoghi e Adelita Husni-Bey. Il Padiglione Italia per questi due anni è intessuto di miti, rituali, credenze e fiabe e i tre artisti, sotto la guida di Cecilia Alemani, diventano sciamani di un mondo riflesso, fantastico quanto reale. Non si può osservare in controluce poiché la direzione luminosa è quella della rivelazione d’artista e io seguo il loro volere.

Reverie, La Biennale, Venezia, 2017

Evita d’indagare con inutile curiosità intorno al profondissimo Sacramento, se non vuoi essere sommerso nell’abisso del dubbio”: entro nella fabbrica di figure devozionali, nel processo sperimentale di modellazione della materia, della memoria e dell’icona, scopro l’“Imitatio Christi” di Roberto Cuoghi. La magia del reale si espande attraverso “La Seduta” di Adelita Husni-Bey: estrazione, minaccia, tecnologia, sfruttamento, valore e vulnerabilità. I ragazzi che partecipano alla seduta dialogano, leggono loro stessi e un mazzo di tarocchi per la prima volta. “Ehi, questo è il mio pianeta!”. Il rischio di cadere in un riflesso meraviglioso è altissimo, spaventa la forza generatrice dell’acqua, rassicura l’apparente solidità di un gioco di specchi infinito: Giorgio Andreotta Calò usa l’acqua per il suo “Senza titolo (La fine del mondo)”. Che cos’è questo mondo dell’intuizione oltre alla mia rappresentazione? Prima di salire le scale mi trovo in una grotta che sorregge il muro riflesso. Percepisco un odore stagnante ma allo stesso tempo sono pronta alla rigenerazione. L’immagine davanti alla quale mi trovo non può essere immortalata con macchine e strumenti esterni alla nostra testa. Tra mundus Cereris e mundus patet, fermo immagine dentro la mia memoria.

Reverie, La Biennale, Venezia, 2017

In questo viaggio domina il buio e, quando esco, ritrovo la luce e mi sento davvero persa.

Reverie, La Biennale, Venezia, 2017

«Protettore dei supplici, Giove,
volgi l’occhio benevolo a questa
nostra schiera, che giunge per mare
dalle foci e le sabbie del Nilo.
La divina contrada finitima
della Siria fuggiamo; né bando
contro noi per delitto di sangue
decretava la nostra città.
Ma spontanee fuggiamo da sposi
consanguinei, schiviam l’abominio
d’empie nozze coi figli d’Egitto».
(Eschilo, Le Supplici, Canto d’ingresso, traduzione di Ettore Romagnoli)

Reverie, La Biennale, Venezia, 2017

δίλημμα “proposizione doppia”: arrivo nella Grecia di George Drivas. Cerco asilo in un ambiento ostile, cupo, di perdizione. Salgo le scale e guardo uomini come topolini persi in un labirinto di poche luci. Non sono consapevole ancora che poi scenderò anche io e anche io apparirò una lucciola in gabbia agli occhi dei bambini che tengono il bicchiere chiuso con mano ferma. Le supplici hanno lasciato l’Egitto per evitare di sposare i cugini e arrivano ad Argos per chiedere asilo al Re. “Le supplici” è il primo testo della storia che solleva la questione di un gruppo di persone perseguitate alla ricerca di asilo. “Le supplici” è il testo di Eschilo ed è un esperimento del passato a metà tra rappresentazione e riproduzione di realtà e menzogna. Provo un senso di nausea dato l’eccessivo tempo di permanenza al buio del dubbio: Ma sarà tutto vero? – mi chiedo – oppure è solo una mia illusione, oppure è solo un mio incubo, oppure è solo un documentario incompiuto? Mi trovo all’interno di un esperimento in cui gli scienziati studiano un gruppo di nuove cellule.

Reverie, La Biennale, Venezia, 2017

Apparizione: Geta Brătescu. Apparizioni del Padiglione Romania: la femminilità come perfetta incarnazione di “soggetto nomade”. Sono entrata in punta di piedi nello “studio continuo” dell’artista e ho scoperto la forza dell’intimità. Still dal suo “The Studio”: mi muovo con lei.

Reverie, La Biennale, Venezia, 2017

Una stanza di specchi riflessi, di disegni riflessi, di opere riflesso, di video riflesso, di fotografie riflesso: incarnazione di una costante ricerca femminile che con delicatezza combatte tutte le battaglie del mondo moderno. E alla fine c’è sempre la positività di una gestazione in divenire, “The Demoness” è fertilità. “No To Violence” è potente leggerezza contro la violenza. Sono uscita così cambiata dal suo corpo-poesia.

Reverie, La Biennale, Venezia, 2017

Il Padiglione centrale è un grande supermarket, non solo per l’opera di Hassan Sharif. Superata l’energia del lavoro in scena di Mladen Stilinović, “Artist at Work”, e il “Green Light Workshop” di Olafur Eliasson, raro progetto a sfondo sociale, la percezione del mio occhio attento si perde tra colori, marche, cartellini, “prezzi”, vite. Da Kiki Smith a Philippe Parreno fino a John Waters: “Study Art for FUN or FAME”.

Reverie, La Biennale, Venezia, 2017

Folly” viene descritta a Venezia come “ambizione”: Phyllida Barlow occupa il Padiglione della Gran Bretagna. Legno, cartone, cemento, tessuto, gesso, vernice e istinto: impossibile separare fisicità e riciclaggio del visibile. La follia in realtà non è altro che uno scherzo: l’artista si prende gioco del punto di vista di chi entra a osservare le sue sfere, universi in cartone espanso che potrebbero sembrare pianeti e mondi lontani; invece non sono altro che figure semplici fatte con materiali semplici e che ricordano oggetti del nostro quotidiano. L’artista cambia le prospettive e ci invita a domandarci che cosa vediamo. Così, mentre cerchiamo nella nostra profondità la poesia più recondita, davanti a noi non appare altro che un tubo dello Scottex in cui mettere la faccia.

Reverie, La Biennale, Venezia, 2017

Una massa bulbiforme che prende vita dal soffitto: Stati Uniti D’America. Spinta ai margini della sala quasi gattono, quasi mi rotolo per terra in mancanza di spazio vitale. Arte-Medusa presiede al centro. Cellule del cosmo scendono dal soffitto mostrando una luce siderale e vortici di materiali di scarto mi spingono nuovamente ai lati di questo incedere falsamente naturale ma vivo: Mark Bradford insegna che “Domani è un altro giorno” (“Tomorrow Is Another Day”).

Reverie, La Biennale, Venezia, 2017

L’artista vorrebbe farlo usando la “bellezza”, forse il “materiale” più riciclato di tutti, e invece ci riesce con impegno, urgenza, profondità, una dichiarazione di intenti: “Niagara” è il video che occupa l’ultima sala per sottolineare che tutte le vite nere contano.

Reverie, La Biennale, Venezia, 2017

In una vivacità piatta, ci sono alcuni rari fuochi che illuminano un percorso corale e monotono. Dove c’è luce, c’è ombra; dove c’è silenzio, c’è suono, rumore, vita; dove c’è solitudine ognuno canta del proprio Io. Il “Faust” di Anne Imhof brucia. Ho aspettato 70 minuti in coda sotto un sole pesante. Guardavo i cani e gli uomini in gabbia e sopra il tetto del Padiglione Germania. È vero che l’attesa aiuta ad apprezzare meglio l’opera? Sicuramente nutre le aspettative. “Duro realismo”: guardo giovani bio-tecno-corpi muoversi dentro un’Umanità in cui mi riconosco, persa, in cui mi ritrovo, sola, cammino sui loro attimi di vita, fragile, e schiaccio i loro respiri soffocati. Tra uniformità e punk, trovo la purezza di un lenzuolo bianco e di una fiamma d’accendino. Tra realtà, oggettivazione, lotta e capitalismo, vedo la trasformazione del gruppo e le sue individualità. Ascolto il senso di fastidio che tutto questo mi provoca. Chi si salverà? Io vorrei sdraiarmi ma non entrare nel loro sottosuolo che appartiene a loro e a nessun altro. Mi sento soffocare ma resisto. Il suono che dà fastidio arricchisce la mia esperienza. Sole nero, e tutto diventa visibile.

Reverie, La Biennale, Venezia, 2017

Mi rispecchio in sei riflessi: artisti e interpretazioni di contaminazioni urbane basate sul concetto di “luogo senza luogo”. Utopia: Paesi Nordici (Finlandia, Norvegia, Svezia) portano il titolo di “Mirrored”. Sei artisti di generazioni diverse, di tecniche diverse, di conoscenze diverse: atipica come sempre si rivela l’architettura del Padiglione. Costante. Dal materiale industriale infinitamente piccolo che fa da limen sulla soglia all’espansione dinamica di un’ala modulare di sculture e virtuosismi fino agli spostamenti di energia passando per quarantaquattro film in Super8: Siri Aurdal, Nina Canell, Charlotte Johannenson, Jumana Manna, Pasi “Sleeping” Myllymäki e Mika Taanila. Sei linguaggi visivi diversi, sei esperienze di assenza diverse e sei diverse fisicità. Volare.

Reverie, La Biennale, Venezia, 2017

Bruno Giacometti costruì lo spazio che ospita il Padiglione della Svizzera nel 1952. Alberto Giacometti si è sempre rifiutato di presentare le sue opere in questa sede. Nel 2017 Teresa Hubbard, Alexander Birchler e Carol Bove descrivono le donne di Venezia. Acciaio, acciaio fuso e vernice uretanica: sette sculture per ricordare l’assenza del più noto artista svizzero; materiale documentaristico e romanzato: la vita e il lavoro di Flora Mayo torna alla luce; teatralità e autonomia: solo il vocabolario della scultura.

Reverie, La Biennale, Venezia, 2017

E così partendo dalla fine per finire col mio inizio, posso dire di essermi persa e ritrovata infinite volte in questa esperienza “biannuale” vissuta in tre giorni di viaggio.

Reverie, La Biennale, Venezia, 2017

Appunto finale:
Miele amaro”
Spiegare l’ossimoro.

Reverie, La Biennale, Venezia, 2017

Reverie, La Biennale, Venezia, 2017

Reverie, La Biennale, Venezia, 2017

Reverie, La Biennale, Venezia, Stati Uniti D'America

Reverie, La Biennale, Venezia, 2017

Reverie, La Biennale, Venezia, 2017

Reverie, La Biennale, Venezia, 2017

Reverie, La Biennale, Venezia, 2017

Reverie, La Biennale, Venezia, 2017

Reverie, La Biennale, Venezia, 2017

Credits
Special thanks to MARIOS for the Goshka Macuga x Marios “Lost Fortuny”  dress
Photo: Caterina De Zottis

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