Ritratto di Virginia Monteverde

Virginia Monteverde, nata a Tübingen in Germania da famiglia italiana e iniziata all’arte durante il suo soggiorno milanese, oggi risiede e lavora a Genova. Direttrice artistica di “Art Commissionevents” ma soprattutto artista, nella sua arte unisce la sperimentazione digitale, la computer graphic alle tecniche pittoriche.
Caratteristico è il suo “stile liquido” delle forme in continuo mutamento ed è volto a riflettere sulla precarietà dell’individuo in una società senza più punti fermi e in cui domina la velocità.

Ho conosciuto Virginia alla fine dell’estate del 2012 per “La Parola Civile, Poeti per Sant’Anna – Omaggio a Mario Luzi” (un progetto di Marco Nereo Rotelli). In quell’occasione mi ha mostrato immagini di alcune sue opere che, diversamente dai suoi già esposti lavori, miravano a riscoprire la modella nascosta dall’opera dell’artista. E io ne sono stata particolarmente colpita…

Sono curiosa di conoscere la tua concezione d’arte, un valore assoluto o contaminante e contaminato?
Nel momento in cui l’artista manifesta attraverso l’arte i propri sentimenti e la propria interpretazione della realtà, rappresenta la realtà del tempo in cui vive e dunque il suo tempo storico, sociale e culturale. L’opera d’arte ha quindi, secondo il mio parere, un valore assoluto, anche se la sua “lettura” non può che essere riferita al periodo storico in cui viene concepita.

Tu che vivi immersa nell’arte, ritieni che “fare della propria vita un’opera d’arte” oggi sia possibile?
Rispondo con una citazione del sociologo filosofo polacco Zygmunt Bauman, la cui concezione della società attuale è fra i motivi ispiratori della mia arte liquida: “La nostra vita è un’opera d’arte, che lo sappiamo o no, che ci piaccia o no.”

Riscoprire la modella sotto l’opera: come nasce quest’idea, da una tua esigenza o magari da un’illuminazione? Cosa rappresentano quelle giovani figure femminile? Hanno un significato universale o legato a un certo momento storico-artistico che adesso non vale più ? Io vedo le tue modelle sotto l’opera come delle muse, ma oggi la figura delle muse esiste ancora?
L’illuminazione, se così vogliamo dire, nasce dalla riflessione che, in una società dove l’apparire conta più che l’essere, dove ognuno cerca di identificarsi nell’immagine della società virtuale in cui viviamo, di cui Facebook è il paradigma, c’è la necessità di riscoprire il valore dell’identità individuale.

Ho pensato quindi di restituire carnalità e fisicità alle modelle d’arte, che sono il simbolo, nel corso dei secoli, del sacrificio della propria identità sull’altare dell’immagine. Ho così “tirato fuori” dall’involucro di marmo o dallo strato di pittura, le modelle dei grandi artisti, restituendo identità e coscienza alle persone (il più delle volte sconosciute) che con il proprio corpo hanno contribuito insieme all’artista alla realizzazione dell’opera. Con questa operazione, la modella, in ogni tempo, è dunque musa e al tempo stesso coautrice dell’opera che ne immortala l’immagine.

La modella sotto l'opera, VM

La modella sotto l'opera, VMQual è l’ultima modella che hai riscoperto sotto il quadro?
L’ultima “modella nascosta” è “La modella di Klimt: Giuditta II”.

Giuditta II by Virginia Monteverde

Termino chiedendoti: qual è il progetto ultimo a cui stai lavorando?
Il mio ultimo progetto è un installazione per una mostra organizzata da Giancarlo Cecchetti nei rifugi antibombardamento di Colleferro (Roma). La mostra dal titolo “Immagini dal sottosuolo. Luci e ombre della memoria” verrà inaugurata nel gennaio 2014.
L’opera che presento si chiama “Catarsi” ed è un’istallazione che rappresenta la liberazione della donna dalle sue paure attraverso un processo di trasformazione che passa dall’autoidentificazione all’affermazione e infine al luogo, generatore di paure ancestrali e occasione di rinascita al tempo stesso. Ho chiesto a cinque donne di scegliere e sottolineare in un libro di loro scelta le frasi che rappresentano le proprie paure (autoidentificazione), ho chiesto loro di pronunciare e registrare le parole sottolineate (affermazione). Il processo di liberazione si attua nel luogo dell’installazione, ossessivo e claustrofobico come solo può essere un sotterraneo scavato ad oltre 40 metri di profondità nella terra, ma anche un luogo, per la sua valenza storica, di rifugio e di speranza, in cui può compiersi perfettamente il processo catartico insito nell’operazione artistica.
L’interpretazione liquida della “Pietà” di Michelangelo rappresenta, in questo luogo particolare, l’insieme di tutte le paure del mondo femminile e al tempo stesso la forza e la speranza che la donna, in quanto generatrice, racchiude in sé. Ai suoi piedi, sparse sul pavimento, le parole mute delle donne. Sarà il visitatore a compiere l’ultimo atto di liberazione portando via con sé le voci per ascoltarle una volta risalito in superficie. L’installazione è costituita da 5 pannelli in plexiglass di cm 50 x 200 che verranno installati lungo uno dei corridoi dei rifugi a una distanza di 20/25 cm l’uno dall’altro, in maniera che, visti in prospettiva, ricompongano la Pietà di Michelangelo nella mia interpretazione liquida. Sul pavimento ai piedi dei pannelli ci saranno i QR-CODE contenenti l’audio e il video, stampati sulle cartoline che ogni visitatore potrà portare via con sé, per ascoltare e vedere il resto dell’opera una volta in superficie.

Ci esorta Virginia, ci esorta la letteratura, o semplicemente la testa e la ragione e infine esorto anch’io: liberiamoci dal preconcetto, dal vestito cucito, mostriamoci di più. La società asettica deve cambiare, ci sono ormai troppi made in china e anche noi, prima o poi, ci stuferemo di comportarci da falsi. Nell’arte vive l’originale…

#keepcalm and follow the #italianartgirl

AMO link:
www.virginiamonteverde.it