Questione di punti di vista,
questione di visioni del mondo…

Ho pensato di dedicare un ultimo interessante articolo alla mia tanto amata Firenze. Ultimo, ma non ultimo, prima di raccontarvi e mostrarvi la frenetica art-attiva milanese.

Ho deciso così di intervistare Claudio Di Benedetto, Direttore della Biblioteca degli Uffizi, porgendogli un interrogativo che mi sta molto a cuore…Il mio consiglio più sincero è quello di leggere fino in fondo le sue illuminanti parole e così scoprirete divertenti aneddoti e citazioni…

D: Qual è per lei il significato odierno del concetto di bellezza in rapporto alla fruizione della cultura in una città d’arte?

R.: “La tua è una domanda immensa, profonda, universale. E al tempo stesso personalissima… Accetto la sfida – con me stesso, innanzitutto – e provo a darmi, mentre le do a te, alcune essenziali idee di “bellezza”. Premettendo il rischio implicito della banalità.
La bellezza è la possibile armonia fra un elemento “fisico” esteriore (anche se magari impalpabile) e un modo di essere interiore. In altre parole, è un momento dello spirito più che un dato oggettivo. Diventando assolutamente soggettivo.

Certo, siamo tutti condizionati da canoni elaborati e da giudizi stratificati nel tempo, per cui ci rassicurano “oggetti” (in senso lato: opere d’arte, suoni, parole, paesaggi, cose) cui viene universalmente attribuita una patente di bellezza. E dico “ci rassicurano” perché rifugiarsi dietro quel sentimento quasi collettivo ci mette al riparo da giudizi in prima persona, da forse gravose interrogazioni di noi stessi, da ricerche di nuovi modelli cui aderire o “branchi” cui appartenere.

Nondimeno, ognuno di noi ha un proprio senso estetico della vita, un riferimento di forme, suoni, colori, combinazioni che ci producono – non ti sembri esagerata la parola – felicità, autocompiacimento, maggiore coraggio di affrontare la vita, equilibrio e forza interiori.

La fruizione della cultura non è esente da nessuna delle nostre caratteristiche interiori: siamo curiosi o non lo siamo, mettiamo in conto la novità e l’imprevisto o li respingiamo, ci nascondiamo anonimi nel gruppo o ci mettiamo in mostra. Certo, nessuno avrà il coraggio di cantare fuori dal coro che osanna la “Nascita di Venere” di Botticelli – così come non ammetterà che ha fatto due ore di coda per entrare agli Uffizi quasi esclusivamente per vedere con i propri occhi quella opera tanto celebrata. Tuttavia, e indipendentemente dal caso specifico di un quadro così universalmente apprezzato, esiste una “bellezza” di massa, codificata, divulgata, dogmatica direi… che precede i passi di ogni turista, anche il più esigente. Bellezza che sta alle aspettative del turista come un coupon prepagato che gli dia diritto a uno determinato servizio. I musei e le città d’arte alimentano la loro fama e il loro richiamo (su cui si basa una parte consistente dei loro bilanci) attraverso una bellezza sancita “dalla critica e dal pubblico”, consolidata nei secoli o in un tempo molto lungo, divulgata attraverso una sapiente campagna di immagine. Ma la bellezza affermata da altri è un rischio, un azzardo, una potenziale delusione, una possibile muta o gridata disapprovazione.

Le città d’arte vengono considerate anche tali per l’aspetto urbano che secoli di scelte architettoniche, di accostamenti di stili, di decori di piazze e vie hanno conferito. La convivenza del passato con la contemporaneità, con gli stili di vita, con i flussi economici e le opportunità di guadagno, con le aspettative di una inevitabile e non evitata globalizzazione, si basa sulla visione degli amministratori di oggi – a loro volta dotati di un gusto e di un senso estetico personale (o, ancora una volta, parzialmente collettivo) e sta a loro favorire o impedire gli arredi urbani minimi (non i nuovi edifici, intendo) ma pervadenti: insegne, pubblicità, panchine, verde, “dehors” di bar e ristoranti… Nella maggior parte dei casi la “bellezza” e l’armonia hanno poco a che vedere con le scelte fatte e il risultato è tutt’altro che coerente. Per quel che mi riguarda, la cosa che più mi ferisce esteticamente e culturalmente, sono le stretch-limousine che circolano a Firenze per i matrimoni degli orientali. Le considero brutte in sé (a qualunque latitudine) e orribili nel contesto, oltre che antropologicamente insensate. Vederne una al Piazzale Michelangelo, con lo sfondo della cupola di Brunelleschi, il campanile di Giotto, la torre di Arnolfo, le colline di Fiesole e il Monte Morello (e giù giù fino alle Apuane) è francamente incongruo.

Il matematico e filosofo francese Blaise Pascal ha scritto – alla metà del ‘600 – più o meno questo: “Che cosa fatua la pittura, che ci fa ammirare la rappresentazione di cose di cui non apprezziamo affatto l’originale”. Se trasponiamo questa frase nella nostra fruizione dell’arte, e nel nostro gradimento del bello, scopriamo che la nostra ammirazione va al modo con cui Caravaggio ha dipinto Medusa, mentre guardiamo con spavento l’oggetto di quella raffigurazione. Oppure, le note sublimi con cui Mozart fa esprimere la Regina della Notte nel suo “Flauto magico” non rendono meno cupo o più simpatico quel personaggio. Ti posso fare, ovviamente, molti esempi ma non credo che ti siano utili più di tanto. Rimanendo comunque sensazioni soggettive (anche se conclamata l’ammirazione per l’opera di Caravaggio e per quella di Mozart).

Tornando alla bellezza come punto di equilibrio fra esterno ed interiore, mi viene in mente una pagina di Hermann Hesse, il più antitedesco degli scrittori tedeschi. Nel 1901 – dopo aver visitato l’Italia – pubblicò un suo diario di viaggio, intitolato molto semplicemente Italien. Visitando Firenze, annota fra le altre sensazioni:

Sulla strada del ritorno mi affrettai dalla Piazza del Duomo al Piazzale Michelangelo, per ammirare dall’alto il tramonto. Arrivai all’ora giusta per vedere Fiesole e le colline che avevo appena lasciato, distese nella serena, limpida luce dorata. Il tramonto fu sontuoso e conferì straordinaria luminosità all’orizzonte”

L’immagine è perfetta, e mi chiedo chi non abbia provato questa sensazione almeno una volta nella propria vita! E il racconto di Hesse potrebbe concludersi qui. Ma sfortunatamente il racconto prosegue:

Naturalmente era presente una comitiva di tedeschi, „bella“ gente che confondeva tutte le chiese di Firenze (scambiando la sinagoga per San Lorenzo e così via!) e faceva stupidi scherzi sul tramonto. Ma perché mai questi maiali vengono a Firenze?“.

Ripeto, ancora una volta: l’immagine è perfetta, e mi chiedo chi non abbia sentito questa sensazione almeno una volta nella propria vita! Chi di noi non è stato disturbato dal volume eccessivo dello stereo di una macchina che passa? O da un cellulare che squilla? O dalle grida di qualcuno che parla troppo forte? E cosa succede in quei momenti nel nostro cervello, nel succedersi di sentimenti e sensazioni così contrastanti? Nel brusco passaggio dai pensieri più elevati alla concreta possibilità di diventare un assassino? Dalla bellezza al suo opposto?

Non so se ho dato risposte utili alla tua domanda. Considerale, comunque, i pensieri dell’individuo, non della persona che ha avuto in sorte di lavorare per la “bellezza”, felicemente (e indegnamente) condannato a esserne uno dei suoi “custodi”.

#lineaMilanoFirenze #AMOflash

Special thank to Claudio di Benedetto