Vanitas vanitatum et omnia vanitas.
Citazione alta che diventa Tema d’Artista.

Ho incontrato Antonio Guccione nel caos calmo di un pomeriggio milanese, nella Galleria Bianca Maria Rizzi & Matthias Ritter. Incuriosita dal titolo e sottotitolo della sua ultima esposizione, “Vanitas. From Jesus to Yves Saint Laurent”, avevo deciso di conoscerlo, finalmente dal vivo. Le ricerche su Google non saziano mai la fame di ricerca più profonda…

Mi accoglie con un sorriso irriverente, ma ciò che noto subito è il suo cappello: “Spirito texano, spirito di sfida, spirito libero?”, mi chiedo.
Poi penso: “È un artista. Un fotografo. Un creativo. Ciascun uomo, ciascun personaggio ha un suo elemento identificatore, una sua particolarità, esterna o estrema, interna o interiore, di stile o d’animo…”.

Confesso però di non avergli chiesto niente su quel cappello, ho scelto la sua arte.

Inutile sarebbe raccontare di un’intervista, perché una vera intervista non c’è stata. C’è stato un dialogo, libero ascolto e condivisione di voci e pensieri.

Antonio Guccione & I

Antonio Guccione, prima di tutto fotografo. Grande fotografo. Il suo debutto è stato a Milano; tre nomi per tutti: Prada, Gucci e Versace. Ma quello che lui chiama l’“inizio” è stato a Parigi. Ha lavorato per testate come «Harper Bazar» e l’«Officiel France». Ha proposto però fin da subito il suo taglio unconventional, lontano dalla fotografia di moda standard. Lui non seguiva le consuetudini, ma creava ritratti o “situazioni”. Campagne con modelle “senza testa”, pubblicità che, oltre a un forte gusto estetico, avevano anche un profondo significato e captavano l’attualità nella Parigi del 1982 (vedi la sua campagna per YSL, dove la modella tiene in mano un piccolo aeroplano, per ricordare la storia e la liberazione del ’14).

Vedendo questi suoi lavori, ho subito pensato che fin dagli esordi e da quando veniva chiamato dai francesi “Antonio l’Artiste”, ha sempre trattato la moda come arte. Ha sempre fatto arte.

Da Parigi a New York. Dalla moda al primo grande progetto d’arte, Faces of New York: Manhattan, 1992, 70 ritratti di gente della metropoli stampati su gigantesche tele emulsionate.

Il primo grande progetto di una lunga, lunghissima serie.

Ha saputo far vivere la sua arte in autonomia, pur mantenendo uno stretto legame col mondo della moda, con le più prestigiose riviste di moda e non solo: dall’Absolut Vodka alla Virgin Radio. Ha ritratto i più grandi: Richard Gere, Dustin Hoffman, Kate Moss, Tyra Banks, Giorgio Armani, Federico Fellini, Michelangelo Antonioni, Roberto Bolle, e molti altri; e si è autoritratto. Ha curato la regia di Alma by Karl Lagerfeld, Giovanni Paolo II e Faces of New York.

Devo continuare?”, sembrava chiedere il suo sguardo.
“No, basta nomi. Conosco la sua arte.” silenziosamente rispondeva il mio.

Quando stava per decidere con la moglie di trasferirsi definitivamente a South Hampton, bastò una giornata in barca e vedere il mare non azzurro per cambiare idea e scegliere di tornare a Parigi, passando prima da Milano.

Ma come nasce il progetto degli scheletri? Come nasce Vanitas?
Nasce dal rifiuto. Nasce dalla protesta. Nasce dal disorientamento. Dal disorientamento per Milano.

Soggetti della mostra sono teschi. Teschi di icone. Da Gesù Cristo a Yves Saint Laurent, scomparso nel 2008, “perché dovevo darmi una scadenza di tempo”.
Ciascun lavoro è un ritratto. È la realtà dello scatto che vince sull’apparente falsità dell’immagine.
Il processo creativo di cui mi parla è veramente originale e particolare: ha realizzato in un laboratorio tecnico-scientifico sculture a forma di teschi basati sulla morfologia dei soggetti celebri. A queste ha affiancato le sue “situazioni”, aggiungendo elementi specifici e di richiamo per rappresentare il personaggio scelto, le modelle davanti a YSL, il dripping di e per Pollock, il parrucchino per Andy Warhol. Ha organizzato lo spazio, ha scattato e poi ha distrutto. Tutto. Tutto tranne la testimonianza fotografica, l’unica che il suo animo di fotografo accetta e vuole mantenere.

Ride, ricordando la domanda di una giornalista australiana che gli aveva chiesto meravigliata, e quasi allarmata, come fosse possibile non utilizzare Photoshop per i suoi lavori.
È possibile perché è realtà. Perché si tratta di sculture. Perché sono, esistono e poi muoiono”. L’arte di Antonio Guccione infatti è la realtà dello scatto.

Seccato, quasi, rivela come gli uomini temano la fotografia e si rifugino nella pittura. Vorrebbe chiedere agli spettatori: “Cos’è che voi vedete nella fotografia?” Oppure, seccato e quasi ferito, afferma che bisognerebbe chiedere loro cos’è che non vedono. Le persone, infatti, non vogliono vedere. È per questo che si affidano alla pittura che è astratta, mentre la fotografia non inventa. La realtà dello scatto, appunto.

Se metto allo stesso livello fotografia e pittura? Assolutamente sì. Questa mia affermazione ha già scandalizzato molti. Ma questa è la verità”.

Il gesto del fotografo, d’altronde, è un click, un movimento che dura pochi secondi ma che dietro ha un’idea, una costruzione, un processo, che è la cosa più importante. “Non il risultato finale!”, urla. “Durante il processo provo una specie di fremito. Lo subisco. Quando poi ho terminato il lavoro mi sento male: come svuotato… Mi sento in crisi. È il fio da pagare, il prezzo e il costo per chi realizza arte; questo è tipico di chi crea”.

Vanitas è dualismo. Il doppio tra la vita e la morte.

La vita è una grande bugia, questo lo sa? Noi, tutti, viviamo ma ciò che viviamo è il nulla, il falso è l’essenza della nostra vita”.

In relazione ad Antoine de Saint-Exupéry, ha ideato e realizzato un enorme acquario in cui ha inserito il Piccolo Principe, il Teschio e i pesci, vivi, che dovevano rappresentare l’elemento naturale nel teatro di falsità. Elemento naturale necessario per il processo creativo.

Antoine de Saint-Exupéry, Antonio Guccione

Perché io amo il teatro del Falso; perché io amo la Vita”.

Questo progetto, Vanitas, è stato suo compagno per 5 anni. Ma, con un velo di malinconia, afferma che adesso è finito, e chissà se continuerà.
Ma il dualismo, vita e morte, resta. Un memento mori di artistica rivelazione. Di fotografica ambientazione.

Tutti, di qualsiasi età, siamo nella stessa situazione. “Tutti”, ripete con l’enfasi di un attore.
La consapevolezza è importante. L’occhio attento del fotografo ama osservare le vite degli altri nella metropolitana di New York: le persone, i gesti, le direzioni, ma soprattutto i piedi. “Come micoro-esseri che si muovono! Come dimostrazione della bellezza della vita, come prova che la GIOIA DI ESISTERE È COSÌ ATTIVA!”.

Tuttavia, sguardo fiero e testa alta, mi guarda e convinto rivela ciò che già avevo intuito, ovvero che gli “scheletri” sono solo la fase iniziale. L’avevo compreso dalla sua molteplicità di interessi, azioni art-attive, fotografie dall’art mood molto on.

E adesso, immagino mi vorrai chiedere – dice indovinando – quante cose ci sono ancora da fare?”. La sua risposta è decisa: “Tante”.
Quello che rivela dei suoi progetti futuri è di spostarsi a Londra, a Parigi. Magari di finire di limare quel romanzo che sta tenendo nel cassetto ormai da sei anni. Di provare la canzone scritta su Frida Kahlo. Di guardare ancora i piedi dei passanti della metropolitana di New York.

Ma Antonio Guccione non è solo sé, è anche altro. È anche mondo.
La fotografia oggi? È cambiamento.
È cyber photography, è social, è Instangram,…
Non esiste più la fotografia tradizionale, la tradizione.

La parola chiave è innovazione e l’artista si dice favorevole alle nuove tecnologie, ma consapevole che il cambiamento richiede tempo. Le potenzialità sono strepitose!

Il tempo oggi è pura velocità, rapidità assoluta.

«Sì come una giornata bene spesa dà lieto dormire, così una vita bene usata dà lieto morire», diceva Leonardo da Vinci nel suo Trattato della Pittura.
Ma il tempo di Leonardo non esiste più. Quel tempo autentico perché senza distrazioni. Oggi le distrazioni ci sono, oggi accadono cose pazzesche.

In questo tempo, la moda di per sé è morta.
Il grande difetto che Antonio vede proprio in quel mondo che lui conosce molto bene, è quello di regalare vuoti, di lasciare assenze: tutto si incentra sul singolo, sullo stilista, sulla collezione, sul momento. Quando l’attimo passa, intorno non resta nulla.

La moda, lo predice convinto, avrà la sua rinascita. Probabilmente un ritorno alla vita legato alla chimica, alla tecnologia e alle scienze.
Siamo passati dagli anni ’80, dal minimalismo e dall’anoressia a oggi. Il domani è vicino, ricordiamo che il mondo corre e si rincorre veloce.
La moda, lo predice convinto, avrà una rinascita che verrà dalla strada.

Bisognerà recuperare anche l’etica.
Dovremo essere noi uomini, tutti, più uniti, più etici.
(Come non essere d’accordo!) 

Perché la parola è tutto.
Bisogna parlare, bisogna saper ascoltare.
L’occhio guarda e apprende.

Come le opere esposte accompagnate sempre da una didascalia, altrimenti non sarebbero complete. Sono parole messe in un ordine geometrico preciso, formano moderne croci che si evolvono a seconda del contenuto, dello scheletro e del contenitore.

Io ho percepito di aver imparato qualcosa, e questo a detta di Antonio è già sufficiente; così ci si sente ricchi, così si vive di più.

Perché, per i giovani, l’artista ha parole di conforto, ha parole di attenzione.
Bisogna essere molto decisi e professionali nella vita. L’errore è concesso. L’errore è esperienza. E poi…”.
E poi?” chiedo io.
… E poi L’UMANITÀ È BELLA!”
(Come non essere d’accordo) 

Si pensa che per riflettere sulla morte ci debba essere una profonda angoscia per la vita e una depressione, invece Antonio Guccione ama la vita, l’universo, tutto. La gioia del mondo lo porta a riflettere sull’essenza, esistenza, la morte, la vita, la Vanitas.

L’artista che ha spogliato i corpi, che li ha resi nudi fino al midollo.
Il fotografo che ha celebrato la vita delle nostre icone ricordandone la morte.
Il creativo che ha la vanità della Vanitas, la verità della Veritas, la poesia della Croce, la filosofia della fotografia.

Perché io identifico così Antonio Guccione, come un uomo di esperienza prima che di tutti gli altri personaggi che contemporaneamente impersona. È un uomo che conosce il mondo, è un artista che conosce la vita, è un fotografo che conosce il tempo presente, è un creativo che vorrebbe vivere per vedere l’evoluzione del futuro.

Perché io identifico Antonio Guccione come il filosofo dello scatto.

Dall’artist proof: “Tutti gli esseri umani hanno qualcosa di bello”.

#ilfilosofodelloscatto #lartedellavanitas

Vanitas. From Jesus to YVSL

Antonio Guccione & I "Vanitas. From Jesus to YVSL"

Andy Warhol, Antonio Guccione

Jackson Pollock, Antonio Guccione

Luca della Robbia, Antonio Guccione

Renè Magritte, Antonio Guccione

Marilyn Monroe, Antonio Guccione

Yves Saint Laurent, Antonio Guccione

Antonio Guccione at Galleria Bianca Maria Rizzi & Matthias Ritter

Antonio Guccione & I

I was wearing: dress: Alberta Tanzini + shirt: Benchmark + jacket: Alberta Tanzini + shoes: Jeffrey Campbell

Credits: photo: Denny Di Girolami

INFO:
Antonio Guccione
From Jesus to Yves Saint Laurent
Vanitas
fino al 31 marzo

due sedi:
la principale, Galleria Bianca Maria Rizzi & Matthias Ritter
e Il Piccolo

AMO link:
http://www.antonioguccione.com
http://www.galleriabiancamariarizzi.com
http://www.ilpiccolo.com

Special thanks to: Matthias Ritter