Le tre A del design:
autarchia, austerità, autoproduzione. 

La settima edizione del Triennale Design Museum rivela come le crisi economiche siano condizioni di rinascita, di stimolo, di ricerca.
Siano nuova linfa per la creatività.

Questo il tema.
Il design italiano oltre la crisi”, questo il titolo dell’esposizione.

Come ricorda Silvia Annichiarico, la direttrice, così ricordo anch’io:
crisi deriva dal greco κρíνω, verbo del giudicare, soppesare;
sostantivo della decisione, della scelta.

Definizione da dizionario: stato di un uomo agitato da vive passioni, in cui egli sta per prendere qualche difficile deliberazione. 

E se l’uomo agitato fosse il Mondo? E se l’uomo agitato fosse una Nazione? E se l’uomo agitato fosse una città? E se l’uomo agitato fosse ognuno di noi?

Allora vediamo come risponde l’Arte applicata alla vita.
Vediamo come risponde il Design. 

Basta un fiore per muovere l’aria, diceva Ettore Sottsass. E lui, la volubilità dell’aria che tirava l’aveva capita davvero. D’altronde lo sviluppo del design, i suoi cambiamenti sono dovuti al tempo, sono solo in relazione al tempo. Non vivono mai vita propria.

I periodi indagati dalla mostra sono tre, tre fratture della nostra storia: gli anni Trenta, gli anni Settanta e gli anni Duemila.

Radici e basi del nostro futuro perché il presente è già passato.
L’ottica del design è sempre un sguardo lontano. 

Le tre A del design sono le tre soluzioni adottate: autarchia, austerità e autoproduzione.

Le tre medicine allo stato di agitazione sociale, politico, culturale. Agitazione dell’uomo.

Le tre evoluzioni e declinazioni all’autosufficienza produttiva.

L’approccio scelto nell’analisi artistica è serio e scientifico ma non dogmatico, per riuscire così a riscrivere un pezzo di storia del design, per riuscire così a scriverne una contro-storia fatta anche di episodi apparentemente minori. 

Le opere sono oltre 650.
Alcuni nomi, alcuni autori: Fortunato Depero, Bice Lazzari, Fausto Melotti, Carlo Mollino, Franco Albini, Gio Ponti, Antonia Campi, Renata Bonfanti, Salvatore Ferragamo, Piero Fornasetti, Bruno Munari, Alessandro Mendini, Gaetano Pesce, Ettore Sottsass, Enzo Mari, Andrea Branzi, Ugo La Pietra fino a Martino Gamper, Formafantasma, Nucleo, Lorenzo Damiani, Paolo Ulian, Massimiliano Adami…

L’allestimento è innovativo grazie all’originale intervento del designer Philippe Nigro. Gli ambienti della Triennale sono stati arricchiti con linearità ed eleganti strutture in metallo e OSB. Avvolge lo spettatore. Lo coinvolge.

Gli stimoli visivi sono talmente tanti che attaccano una febbre da design.

Il primo colpo d’occhio è totale: una selezione di opere dei tre periodi analizzati.
Il primo colpo d’occhio e le prime differenze e similitudini.
La mostra si sviluppa poi secondo un ordine cronologico.
Si ricrea così ordine nelle molteplici stanze e sezioni.

Prima è la sala dedicata al designer futurista Fortunato Depero;
l‘ultima èal designer delle nuove tecnologie Denis Santachiara.
Il Museo del Design si colloca nel passato e nel presente ma con un costante sguardo rivolto al futuro.

Il design di per sé è rivoluzione. Non è né architettura, né scultura, né pittura. Ma diventa poi categoria che supera la divisione in categorie, diventa poi un unicum che avvolge e usa tutte le arti. Lo fa perché lo può e lo vuole fare. 

Se nell’antica Grecia, l’equazione perfetta era la kalokagathia, ovvero la bellezza esteriore ritenuta indice di bellezza interiore, nel design l’oggetto è definito bello in quanto è utile. Bellezza è uguale a utilità, a presenza e non ad assenza.

La bellezza degli arredi e degli oggetti può essere relativa, soggettiva ma non per questo meno importante: è proprio la loro assenza che contraddistingue la stanza di un carcerato, diceva Cornoldi (Le case degli architetti).

Il design nasce come linguaggio della modernità e, nelle sue risposte alla crisi, si rivela essere il Rinascimento dell’uomo che vive il suo tempo, il Rinascimento in un mondo tornato antropocentrico. L‘Umanesimo della nuova arte applicata, non più minore e di nicchia, ma culto assoluto dell’oggetto di gusto.

Dal Novecento, all’uomo non basta più abitare il mondo; bisogna capire come abitare il mondo.

Il modo, lo stile, e il saper arredare l’ambiente come specchio della propria interiorità.

Non è essere materialisti, è essere pratici.

L’autarchia, risposta alla crisi degli anni Trenta, fu praticata a partire dai materiali. Da non dimenticare l’importanza della presenza femminile già a questa altezza temporale: Anita Pittoni, Gegia e Marisa Bronzini, Bice Lazzari.

Nel dopoguerra, già dal 1948, come osserva François Burkhardt (premio Compasso d’Oro Internazionale 2011), gli intellettuali perdettero la battaglia con le elezioni del 1948, e con esse la possibilità di un cambiamento delle leggi fondiarie e di una riorganizzazione della collettività, gli architetti spostarono la loro attenzione sull’oggetto stesso, che divenne quindi portatore di significato e orientamento.

Nel dopoguerra, si utilizzano materiali diversi come la ceramica (Fausto Melotti, Ettore Sottsass, Antonio Campi) e il vimini (Franco Albini, Vittoriano Viganò, Umberto Riva).
La città? Torino. 

Poi gli anni ’50. Le macchine, tutti i tipi di macchine, dall’auto alla macchina da cucire, dal frigorifero alla televisione. Nascono Diamante, la nuova macchina del caffè, disegnato da Bruno Munari ed Enzo Mari per La Pavoni (1956) e la Lettera 22 dell’Olivetti diventata icona.

Il design entra così nelle case degli italiani.
La città? Milano.

E Bruno Munari, il padre del nostro design, lascia il suo segno. 

Con gli anni ’70 (la stagione dell’austerità) si introducono nuovi materiali: poliuretano, con e le plastiche. Con le alchimie, con lo Studio Alchymia, a cui prendono parte Ettore Sottsass, Alessandro Mendini, Lapo Binazzi, Franco Raggi e Michele De Lucchi.

Verso gli anni zero, avanzamenti tecnologici, innovazioni tipologiche e sperimentazioni di nuove tecniche producono nomi come Massimiliano Adami, Duilio Forte, Denise Bonaparte, per citarne alcuni.

Le evoluzioni continuano e l’affermazione del Made in Italy diventa assoluta, diventa un must.

Ma oggi, cos’è il design?

Alessandro Mendini ricorda come sempre i momenti forti della storia siano stati momenti di gruppo. Nel presente, invece, non stiamo assistendo a una collaborazione creativa, non è un momento di gruppi, le persone sono sole. E il designer, da solo, cosa fa? O fa un gadget, o progetta un’automobilina ecologica per il suo bambino. Fa l’enigmista appunto. Non è una crisi, ma un passaggio culturale. Queste le parole del maestro del design per un’intervista al «Venerdì di Repubblica»di qualche giorno fa.

Ad ogni Tempo la sua Arte, ad ogni Arte la sua libertà.

Questo è il tempo del Design. Gli anni Duemila e la nuova arte applicata alla vita, alla tecnologia. La nuova arte applicata al tempo.
Presente? No futuro. Serve rapidità.

Il Museo del Design, presentato alla Triennale, è una realtà in continuo cambiamento che solo per e dall’edizione di quest’anno ha deciso di esporre tutta la sua raccolta.

È stato così creato l’altare maggiore della storia del design italiano.
Dopo la contro-storia c’è la storia.Ci sono le icone.
Tutto quello che non cambia, non muta e non segue le mode.
Tutto quello che resta in una realtà costantemente in fieri, in un’esposizione in continua trasformazione diventa permanente. 

La Collezione della Triennale, fondata nel 1997, è esposta in un trasparente archivio che raccoglie, come un grande monumento, tutto il nostro design.

Attorno a questo memoriale si collocano 5 icone scelte ogni mese da un noto esponente del design italiano o internazionale.

Il progetto è stato ispirato dEnzo Mari, pubblicata da Abitare.
Il progetto è stato ispirato dal bisogno di vivere sempre la nostra classicità, di vivere sempre la nostra anima duratura. 

Il dialogo tra arte e necessità, storia e vita, resta.
Dialoga lo strumento con la mano,
dialoga l’occhio con l’altro.
Dialogare, imparare, sentire l’aria che tira. 

La crisi è la più grande benedizione per le persone e le nazioni, perché la crisi porta progressi. La creatività nasce dall’angoscia come il giorno nasce dalla notte oscura. È nella crisi che sorge l’inventiva, le scoperte e le grandi strategie. Chi supera la crisi supera sé stesso senza essere “superato”. (A. Einstein)

 

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Il design italiano oltre la crisi TDM

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Il design italiano oltre la crisi TDM

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I was wearing: jacket: Celyn B + jeans: Nvy + shoes: Jeffrey Campbell

Credits: photo: Virgilia Ramella

INFO:

Triennale di Milano
4 aprile 2014 – 22 febbraio 2015

Direzione: Silvana Annicchiarico
Cura scientifica: Beppe Finessi
Progetto di allestimento: Philippe Nigro
Progetto grafico: Italo Lupi

AMOlinks:
http://www.triennale.org/it/home
http://www.triennale.org/it/mostre/incorso/3294-vii-triennale-design-museum-auto-da-se-il-design-italiano-tra-autosufficienza-austerita-e-autoproduzione#.U0WcTdz9dc8