«La gaja scienza di Plessi parla del mondo di questa guerra: gli sta di fronte come chi ne riconosce la necessità e vuole, consapevole, prenderne parte. L’acqua non è elemento cui si aneli nostalgicamente; qui la saggezza calcola, progetta, produce. Progetti chiama Plessi le sue opere. Nessuna regressiva impazienza di “oltrepassare” la “secca” pianura della ragione. Ma, nell’attraversarla, necessariamente l’anima ha sete: viene dall’acqua e la ricorda: letteralmente, la porta in sé, e nell’acqua dovrà sciogliersi ancora». (Massimo Cacciari, Plessi – Video Going, Electa, Milano 1985). 

Fabrizio Plessi porta a Milano e presenta alla Fondazione Mudima la riflessione sulla sua arte e sui suoi “anni Settanta”.
«Plessi ha esposto in tutti i musei del mondo, si può dire…», afferma Marco Menuguzzo, curatore della mostra, nel catalogo edito da Mudima, e non c’è niente di più vero. 

Sono più di 500 le mostre personali, 14 le edizioni della Biennale di Venezia a cui ha partecipato dal 1970 fino al 2011; numerosissimi i premi ricevuti; uno e unico il viaggio intorno al mondo che ha fatto con la sua arte.
Dal Centre Pompidou di Parigi al Guggenheim di New York, dal Museum of Contemporary Art di San Diego al Guggenheim di Bilbao. Nel 1999 riceve due importanti riconoscimenti: il primo dalla Quadriennale di Roma e il secondo come artista dell’anno dalla Kestner Gesellschat di Hannover; solo per fare degli esempi.

Nessun confine, nessun limite. Plessi partecipa alla Biennale del Cairo come ospite d’onore (2001), così come a quella di Sharjah e di Gwangiu in Corea (2000), e all’inaugurazione del Museo d’Arte Contemporanea di Rabat (2006).
Con la sua arte istruisce, con la sua parola insegna. È stato infatti cofondatore della Kunsthochschule für Medien di Köln, dove ha tenuto il corso di Umanizzazione delle Tecnologie e Scenografia Elettronica. È stato anche docente all’Accademia di Belle Arti di Venezia, dove egli stesso ha studiato.

Artista, videoartista, progettista, ideatore, creatore: Plessi è questo ma non solo questo.

Passa dall’arte alla moda e all’industria mantenendo la sua integra multiformità.
Strette sono infatti le collaborazioni con il gruppo Louis Vitton, con BMW, con Dornbracht, con Loewe, con Swarovski, con Calvin Klein.
Arista e primatista, dal 2013, al Passo del Brennero, il Plessi Museum ospita una sede espositiva permanente a lui dedicata ed è il primo esempio italiano di spazio museale in autostrada.

Primavera 2014: Fabrizio Plessi torna a Milano.
Insieme ai suoi anni Settanta, porta con sé la sua acqua, i suoi progetti, i suoi suoni, i suoi video. Le sue certezze.

Perché l’acqua è sua. Lo affermo sicura, senza alcun dubbio o ripensamento.
È il suo soggetto, il suo oggetto, il suo contenuto.
L’acqua: sintesi estrema di una ricerca artistica libera dalla cultura dominante. Plessi è tornato all’essenza per trovare l’elemento essenziale.

Anni Settanta. Quando gli artisti cercavano ossessivamente la loro definizione di originalità, lontano dagli schemi culturali imposti dalla società, quando l’Arte Povera elaborava il suo manifesto poetico focalizzando la sua attenzione massima sul termine “decultura”, come ricorda giustamente Marco Meneguzzo, Plessi si inserì nel “flusso” dell’arte trovando la sua fonte e il suo corso.
«A bene vedere soltanto la luce potrebbe essere elemento più vasto». 

Primavera 2014: è la prima volta che la Gabbia d’acqua, esposta alla Biennale di Venezia nel 1972, viene presentata a Milano. È il contenitore che cerca di contenere l’incontenibile.
L’enorme struttura piramidale è aperta e mostra il suo cuore/cubo d’acqua colorata perfettamente appeso al centro e apparentemente in equilibrio.
Ferro e acqua, «è la presenza fisica, la “pesantezza visibile e addirittura ostentata dell’oggetto che contrasta con la fluidità dell’acqua, con l’idea dello “scorrere”, del passare».

È un panta rei bloccato e chiuso, imprigionato ma visibile.
Perché tutto scorre, anche se immobile…
Intorno alla Gabbia d’acqua “maggiore”, cadono sospese altre e innumerevoli gabbie minori rette dal perspex con un sistema di misura del peso.

FABRIZIO PLESSI. Gli anni Settanta - the Artgirl at Fondazione Mudima

Ed è come una danza di acque immobili.
Tenute ferme dalla loro stessa fisicità. Le tocchi perché poi tornino al loro stato di originario equilibrio.
Le tocchi credendo di poter dare all’acqua qualche secondo di libertà di movimento, ma l’acqua non può eludere la ricerca dell’artista che vuole darle una forma.

FABRIZIO PLESSI. Gli anni Settanta - the Artgirl at Fondazione Mudima 

Dalla commistione di materiali alla videoarte.
Fabrizio Plessi è l’artista che rivendica l’invenzione del termine videoinstallazione senza però volere essere definito video-artista. Afferma: «Non l’ho mai pensato, e questa credo sia una delle innovazioni più importanti del mio linguaggio: era proprio il fatto di non sedersi davanti a un’immagine televisiva, ma di scoprire un specie di situazione ambientale in cui lo spazio aveva importanza fondamentale per l’opera, per cui lo spettatore doveva attraversare lo spazio, viverlo in maniera totale, wagneriana, e essere in competizione, in armonia e in osmosi con l’opera. Questo voleva dire realizzare un’opera comunque tridimensionale, e creare una tridimensionalità alla televisione, questo bruttissimo oggetto da cucina: io ho sempre cercato di carrozzare quello scatolone orribile che era il tubo catodico in maniera che apparisse meno volgare, meno brutto. Oggi è più semplice, perché la televisione assomiglia sempre più a un quadro da muro, si è assottigliato lo spessore, ma una volta il tubo catodico era profondo settanta centimetri».

 Al piano inferiore, la Fondazione Mudima ospita nella piscina vuota l’opera Crazy Pool.
Non è “solo” un’installazione, è una stanza che si fa opera d’artista.
Entri nel buio appoggiando freneticamente le mani con l’ansia e il timore per la paura di cadere. Scendi le scale ma sai già dall’ingresso che si tratta di mare.

FABRIZIO PLESSI. Gli anni Settanta - the Artgirl at Fondazione Mudima

Un mare elettronico di sottofondo, questo è il suono che le orecchie devono riuscire a sostenere fino a che i tuoi occhi non saranno sufficientemente soddisfatti dell’opera che il buio svela: una canoa di legno contente cinque televisori che mostrano onde di mari in tempesta. E nuovamente vince il contrasto tra gli elementi. Vince la guerra di percezioni nella testa dello spettatore. Vince perché Plessi vuole usare la sua arte per esprimere e non per narrare.

Il monitor è un «contenitore fisico di singole immagini, e non di sequenze narrative» e rappresenta uno dei tanti pezzi di un puzzle che «mira a una emozione sincronica, esattamente come accade per un quadro o una scultura o anche un’installazione, e non a una percezione diacronica, come nel logos, nel cinema, nella musica».

FABRIZIO PLESSI. Gli anni Settanta - the Artgirl at Fondazione Mudima

Risalgo le scale e torno sulla terra ferma.
Al secondo piano, la Galleria ospita i progetti e gli studi d’artista.

Primavera 2014: dopo quarant’anni senza essere esposte al pubblico, le sue opere su carta intelata, tela emulsionata su legno e su carta millimetrata tornano visibili.
Sono tutte idee realizzate e realizzabili, «alcune con un quoziente di utopia maggiore di altre».
Progetti dall’aria pop ma totalmente concettuali. Vince l’idea sul colore e l’iconografia.

FABRIZIO PLESSI. Gli anni Settanta - the Artgirl at Fondazione Mudima

Fabrizio Plessi, come uno scienziato che gioca con la sua stessa materia, sperimenta fino a perdersi e a insegnare a “perdersi in un bicchiere d’acqua”. 

FABRIZIO PLESSI. Gli anni Settanta - the Artgirl at Fondazione Mudima

Per gli Antichi Egizi e per i Greci l’acqua era divina e divinità. L’acqua come “principio” e fonte di vita, di distruzione come il Diluvio Universale, di libertà come nella storia ebraica raccontata dalla Bibbia; l’acqua come fonte di purificazione e di battesimo. Per San Francesco, l’acqua era sorella, per Petrarca l’acqua era motivo di sofferenza perché viva e in quanto ricordo delle gioie d’amore perdute.

L’acqua della Divina Commedia ha una sua geografia. È confine, è passaggio, è dimenticanza, è mezzo, è “folle volo”. L’acqua è magia; come nel testo boiardesco si fa odio e poi passione. L’acqua non è solo vita, ma anche la vita, la biografia e l’autobiografia come per Ungaretti.

E “l‘anima dell’uomo è simile all‘acqua – confessa Goethedal cielo viene al cielo sale, e di nuovo giù sulla terra cade, variando in eterno”.

Perché gli artisti, come i pittori, i poeti, si fanno naufraghi e marinai. Salvano vite e superano confini. Trovano terre sconosciute e le conquistano.

Perché Fabrizio Plessi ha fatto dell’acqua un’innovazione artistica. L’ha affrontata e tutte le volte l’affronta come se la conoscesse per la prima volta, “con l’occhio ingenuo” e col desiderio di voler ogni volta “ricominciare da capo”. Perché ogni volta l’acqua è rinascita. È superficie da tagliare, è lago da segare, è terreno su cui piantare chiodi.

E in questo Plessi è riuscito davvero.

#perdersiinschermidacqua #PlessiaMilano

FABRIZIO PLESSI. Gli anni Settanta - the Artgirl at Fondazione Mudima 

FABRIZIO PLESSI. Gli anni Settanta - the Artgirl at Fondazione Mudima

FABRIZIO PLESSI. Gli anni Settanta - the Artgirl at Fondazione Mudima

FABRIZIO PLESSI. Gli anni Settanta - the Artgirl at Fondazione Mudima 

I was wearing: dress: Imperial + shoes: Jeffrey Campbell

Credits: photo: Sofia Anselmi

INFO:
FABRIZIO PLESSI. Gli anni Settanta
Fondazione Mudima, Milano
9 maggio – 28 giugno 2014

AMOlinks:
http://www.plessi.net/intro/intro.html
http://www.mudima.net