«Film dedicati a Calvino, lavori che parlano della vita di Gesù... Ma che c’entra la moda?», afferma stupito un visitatore incredulo, capitato, forse per caso, al Piccolo Teatro Grassi in occasione del Fashion Film Festival. Sicuramente per caso era capitato accanto a me.

«Fin dai suoi albori il cinema è stato strettamente connesso con la moda. L’abbigliamento infatti riveste un ruolo fondamentale in un film dal momento che il suo compito principale è quello di esprimere l’essenza del personaggio. Gli anni Trenta hanno rappresentato il periodo di maggiore influsso del cinema sulla moda. Allora infatti, grazie all’affermazione dello star-system hollywoodiano e al talento di straordinari costumisti, il cinema si è imposto come diffusore di mode».

Questo è l’incipit della definizione del rapporto tra cinema e moda nell’Enciclopedia Treccani. Apparentemente e letterariamente, ma anche sostanzialmente, la creatività italiana ha legato questi due artistici mondi paralleli, non solo contribuendo a consacrare abiti e dive, ma diffondendo stili e tendenze che hanno lasciato indelebili impronte.

«D’altra parte Robert Altman  ha voluto ambientare nel mondo della moda un suo film, Prêt-à-porter (1994, costumi di Leternie), in cui gli stilisti si improvvisano attori interpretando se stessi. Anche Wim Wenders e Martin Scorsese hanno affrontato il tema dei rapporti tra cinema e moda prediligendo però la forma documentaristica. Intervistando lo stilista giapponese Yohji Yamamoto (n. 1943), Wenders ha realizzato Aufzeichnungen zu Kleidern und Städten (1989; Appunti di viaggio su moda e città), mentre Scorsese, grande conoscitore dello stile Armani, ha girato su di lui un cortometraggio di 27 minuti, Made in Milan (1990)».

Questo è il mio punto di partenza. Questa la mia sfida: chi crede ancora nella divisione degli stili? Nell’isolamento delle arti? Chi ancora dimostra di avere questo statico pensiero spero e confido che si ricrederà.

L’arte è pennello, l’arte è tasto, l’arte è ciak.
Quindi silenzio, azione, si gira!

Fashion Film Festival Milano, by the Artgirl

Dal 14 al 15 settembre si è svolta la prima edizione del Fashion Film Festival Milano e sono stati proiettati 72 fashion film, italiani e internazionali, accuratamente selezionati. La manifestazione si è poi conclusa con la premiazione dei vincitori a cui sono state consegnate le opere del Maestro Barnaba Fornasetti.

«Il feedback di partecipanti e pubblico è stato molto positivo»: sono infatti stati presentati al concorso più di 300 film di giovani talenti e più di 110 di grandi case di moda; e la partecipazione del pubblico è stata continua e molto numerosa. Iscriversi al concorso, mandare la propria candidatura, così come assistere alle proiezioni dei film, era tutto assolutamente gratuito.

«Quando ho progettato questo evento – afferma emozionata Costanza Cavalli Etro, fondatrice e direttrice del Fashion Film Festival – ho tenuto a mente tre obiettivi: il festival doveva dare spazio ai giovani talenti, essere gratuito per il pubblico e riconosciuto a livello internazionale. Questo progetto nasce dalla volontà di aprire la moda: alla città, ai giovani, ai talenti; creando una libera piattaforma di condivisione tra creativi, stilisti, videomaker, registi, artisti, fotografi, agenzie».

Per questo, le opere in concorso sono state valutate da una giuria di livello internazionale (Claudia Donaldson, Tim Blanks, Luca Guadagnino, Jane Reeve), presieduta da Franca Sozzani, direttore di «Vogue Italia», che, durante la serata del 15 settembre, ha assegnato nove premi per nove categorie (da quella per il migliore regista Nuovi Talenti al migliore Fashion Film italiano).

Metà delle 72 pellicole scelte, però, faceva parte della sezione “Fuori concorso”: i grandi nomi del mondo della moda, infatti, hanno partecipato non per gareggiare ma con l’intento di aiutare a «promuovere i talenti emergenti. In questo modo il pubblico ha potuto vedere il fashion film prodotto da Prada, quello di un giovane talento thailandese o quello di Armani affiancato alla pellicola di un regista italiano emergente».

«Per seguire lo spirito del Festival dove il Grande aiuta il Piccolo» e dove il Piccolo, fucina creativa, è di ispirazione al Grande e al grande pubblico.

«Il cinema è un occhio aperto sul mondo» (Joseph Bédier).
Un gioco di creativi e di creatività che chiama altra creatività.

«In un mondo in cui l’immagine è sempre più importante i fashion films sono uno specchio dei nostri tempi».
L’idea chiave è vincente, la manifestazione è di eccellenza, ma è possibile trovare, dopo tutte queste informazioni, un’etichetta univoca per descrivere il Fashion Film Festival?

«Questa è un’idea importante e nuova – afferma Gloria Maria Cappelletti, curatrice dell’evento – anche per tutti quelli che lavorano nella moda internazionale. Abbiamo dovuto fare una selezione veramente difficile, il feedback è stato positivo soprattutto per la qualità. Il materiale che abbiamo ricevuto era totalmente eterogeneo, caratterizzato da linguaggi diversi. Questo è il segnale che l’estetica sta cambiando direzione. Con i 72 film selezionati, abbiamo così voluto ampliare a 360 gradi quello che oggi è il linguaggio dei fashon films.

Sarebbe stato impossibile scegliere un unico punto di vista. Io, come curatrice, ho ritenuto necessario dare una panoramica estesa e più generale possibile, che fosse inclusiva e non esclusiva.

Perché infatti non c’è una definizione su che cos’è il Fashion Film Festival?!
Oggi le culture sono sempre più ibride, c’è bisogno di creare un nuovo linguaggio.
La lettura data alla manifestazione è quindi necessariamente trasversale e non può avere una specifica definizione. Il mondo di oggi è dominato da un senso di ampliamento costante, mediato dalle nuove tecnologie e dal mondo di Internet».

L’elemento però salvifico di questo mondo globalizzato e in continua evoluzione lo individua Franca Sozzani stessa, entusiasta dell’iniziativa, affermando che «è veramente interessante vedere come ogni paese abbia una sua estetica, malgrado si viva in un mondo globale. Questa unicità è ciò che salva il mondo della moda. Lo salva perché il trend di oggi è quello di essere tutti uguali, il trend è l’omologazione.

Il cinema e la fotografia sono due mondi che mi appartengono. Anche la fotografia racconta una storia ma solo pochi fotografi ci riescono. Questa manifestazione è una fantastica idea che va supportata; il fatto che sia nata in Italia ha un senso, perché l’Italia è il paese del cinema!».

Fashion Film Festival by the Artgirl, Milano

Sotto l’egida de “La parte luminosa della moda”, “The bright side of fashion” (come recitava il trailer di apertura del Fashion Film Festival), ho seguito tutte le proiezioni a partire dalla prima, la “proiezione battesimo”.

Ho potuto così assistere direttamente a questo dialogo creativo tra talenti giovani, affermati e i solidi e grandi protagonisti del mondo della moda.

Seguendo il consiglio di Roman Polanski, «il cinema dovrebbe farti dimenticare che sei seduto su una poltrona di un teatro», mi sono abbandonata alle proiezioni, al succedersi delle storie, degli eventi. Accompagnavano le mie orecchie colonne sonore incalzanti, guidavano i miei occhi gioielli e abiti sfavillanti.

Il tema del viaggio, dell’“Odissea”, è stato analizzato da molti brand. Etro, nel suo film in concorso, racconta un viaggio nei colori del marchio presentandolo come un videogioco, una realtà parallela da scoprire, un’opera d’arte digitale; Cartier, invece nel suo film fuori concorso, diretto da Bruno Aveillan, lascia che il ghepardo, simbolo della maison, prenda vita e, animandosi, esplori il mondo ripreso con una fotografia magica, raffinata ed estremamente preziosa.

Alcuni fashion films ci portano a scoprire città e mondi lontani: Furla col suo “#CANDYCOOL” ci accompagna in Giappone e ci svela le fasi della personalizzazione della sua Candy Bag; Henrik Vibskon x Dale of Norway ci racconta la Normandia e la storia della tradizione, della manualità e dei materiali nordici; Autre du Monde invece, senza utilizzare parole, perché a volte bastano le immagini, ci descrive il Perù dalla vita delle donne che lavorano la lana degli alpaca fino al tramonto di Lima, l’ultimo frame del video. E poi i viaggi continuano: “We are all mad here” di Hogan Rebel ci introduce nel “rebel journey” di un moderno “cappellaio matto”, alla ricerca dei ribelli di oggi e della conferma di quanto ciascuno sia speciale, mentre Delfina Delettrez, presentando la sua collezione di accessori 2013, ci accompagna in un mondo parallelo, dominato da prospettive, geometrie e assenza di proporzioni: semplicemente un mondo alla Dalì.

I colori che si sfumano e che si dissolvono sono stati il mezzo grafico ed espressivo di molti fashion films, tra cui “At the end of the world turn left”, del brand in concorso Julia Zigerli: l’immagine dell’artista che dipinge lentamente si scompone come se il colore si sciogliesse. La ripresa sembra quasi andare in loop quando poi la camera torna su soggetti facilmente identificabili: una sfilata di modelli in uno stile anni ’80/90. Gli applausi in sala sono stati molti e devo dire che ho trovato il titolo di questo film uno dei più originali.

 I colori si azzerano dove domina il nero. “The realm of nothingness”, diretto da Kathy Rose, disturba l’occhio che viene ipnotizzato dalla danza di marionette che hanno volti distorti e rivolti verso l’alto. Il bastone della pioggia nel sottofondo si accompagna a una musica incalzante e il ritmo si fa guida in una irrealtà divagante, in un apparente regno di assoluta distopia. La regista sembra mischiare stili diversi come se unisse vari tessuti con ripetizioni di suoni e frastuoni; come il sasso che cade in acqua e produce cerchi concentrici così i suoni producono cerchi e colori che si aprono e si espandono.

Castello Cavalcanti” di Prada racconta un simpatico incidente durante la Mille Miglia del 1955; e “Simulacrum and Hyperbole” (della regista Katherina Jebb), attraverso sette sketch e celebri interventi (Tilda Swinton, Kristin Scott Thomas e Kylie Minogue), fa la parodia dell’illusorio mondo delle pubblicità esplorando “il profumo della fama in tutta la sua imperfezione”.

Fashion Film Festival by the Artgirl, Milano

Un altro registro in pellicole che indagano invece l’ossessione, la battaglia, la lotta tra se stessi e il mondo: “2Delicious 2Dump” di Disquared2 viene descritto dal suo giovane e talentuoso regista, Senio Zaprueder, come un corto che tratta dell’ossessione «maniacale e marcia che hanno le modelle per la borsetta di Dsquared2. Il tutto viene raccontato secondo un senso di mistero. La voce narrante di Diane Pernet ha aiutato molto nel creare la sensazione di angoscia nella prima parte». Il film è basato su una storia vera ed è anche l’unico a essere stato sistematicamente diviso in tre capitoli che mostrano tre diversi punti di vista, da quello delle modelle a quello della borsetta. Il risultato finale di questo zoom nei retroscena del mondo della moda, imprigionato di una sensazione di angoscia e attesa, termina con la conoscenza dell’oggetto dell’ossessione e con la diffusione di un assoluto senso di desiderio e di possesso della borsetta. Non si può scappare, si viene catapultati dentro e non si può non essere d’accordo con Diana Pernet: «I need it, I want it, I have it».

Lo scontro come tema è stato indagato anche come lotta tra realtà e fantasia, tra il bene e il male, tra l’uomo e il suo doppio, le sue identità: due esempi tra tutti sono la battaglia di scherma interpretata per l’Officiel Hommes Italia dove le sicure immagini del singolo uomo si perdono in un labirinto di specchi e riflessi, e “The artist”, film in concorso diretto da Nicola Baratto, dove si analizza il contrasto tra dimensione reale e illusoria.

E poi ci sono stati i film che raccontano una storia, o meglio la loro storia, la vita del loro marchio, la nascita della loro maison, «perché il pubblico vuole sapere, perché il pubblico ama conoscere il mondo della moda».

«Il vero problema è che oggi bisogna essere moderni. Provo una certa pena per persone che devono farsi vedere ed essere presenti nei media. I famosi cinque minuti di celebrità. Io – afferma Franca Sozzani – uso il potere per aiutare i giovani. I film devono ispirare. La gente vuole conoscere la storia e le storie. La gente vuole sognare. Il cinema, come la fotografia, è un mondo, ed entrambi però devono avere il fine di educare».

Mi sono così appassionata ad alcune “storie”. Al poetico e romantico film “White shoe” di Salvatore Ferragamo che, a metà tra l’“Oliver Twist” di Roman Polanski e una moderna favola, incanta con la storia ispirata alla vita del celebre maestro di scarpe. Al surreale processo di creazione dei giovani designers Agi & Sam che, nel loro omonimo film in concorso, riescono, in una casa paradossalmente dominata da sparatorie e traffici loschi, a mantenere la purezza e la pulita originalità del loro lavoro: il film spiazza e sembra quasi che i due giovani siano bambini che si ritrovano in un campo minato dalla guerra, in una irrealtà che non appartiene loro. Al delicato ed elegante mondo de “L’unico” di Valentino; al geniale e monotono racconto del “surrealismo del banale” di “The purgatory of monotony” del brand Rhié; alla divertente educazione alla danza nata dalla collaborazione tra «i-D Magazine» e Diesel; al ritratto dei designer di Proenza Schouler, che mostra lo sperimentale processo creativo ispirato alla società contemporanea e che presenta le collezioni dedicate a Tumbler, ispirate ai colori dei pesci di Bora Bora, con l’intento di creare nuovi materiali e di realizzare abiti che rappresentino le due visioni degli stilisti che si uniscono in un’unica voce. Infine c’è Armani che stupisce presentando in versione inedita la sceneggiatura della “Grande Bellezza”.

Fashion Film Festival by the Artgirl, Milano

E poi… poi le luci si accendono, le maschere ti accompagnano e ti guidano tra le poltrone rosse del teatro. Intanto nelle parole degli spettatori i film continuano a vivere, le storie riprendono e volgono verso finali differenti, le colonne sonore ripartono, fino a che le luci non si spegneranno di nuovo e l’unica a rimanere accesa sarà il “lato luminoso della moda”.

Dopo due intense giornate di proiezioni, la prima edizione del Fashion Film Festival è terminata con le attese ed emozionanti premiazioni:

-BEST MUSIC: “Play to win, a pingpong battle” di Roberto Delvoi
-BEST EDITING: “Escandalo: A cruise” di Dean Alexander
-BEST ART DIRECTION: “The purgatory of monotony” di Ace Norton
-BEST STYLING: “Noir” di Marie Schouller
-BEST EMERGING DESIGNER: “Agi & Sam” di Edward Housden
-BEST NEW TALENT DIRECTOR: “The purgatory of monotony” di Ace Norton
-BEST YOUNG AND ESTABLISHED DIRECTOR: “The Wall” di Dominick Sheldon
-BEST ITALIAN FASHION FILM: “Leakage” di Giulia Achenza
-BEST FASHION FILM: “The purgatory of monotony” di Ace Norton

I vincitori del Fashion Film Festival, Milano

Il cinema e la moda, secondo capitolo.
Il Fashion Film Festival ha inaugurato un nuovo corso nel rapporto tra cinema e moda.
Nasce una nuova piattaforma, si afferma una rivoluzione.
Termino l’articolo senza nessun “the end” ma con un “to be continued”…

  

#FashionFilmFestivalMilano #followtheartgirl

 Costanza Cavalli Etro ed Eloisa Reverie Vezzosi at FFFMilano

Artigirl at Fashion Film Festival Milano

I was wearing: shirt: Dhiphobia + skirt: & Others stories + foulard: Roberto Cavalli + bag: Furla + shoes: GS

Credits:
photo courtesy: Fashion Film Festival Milano 

AMOlinks:
http://www.fffmilano.com
https://www.youtube.com/channel/UC4P4WpqKKB0obawUXQhH5rA http://vimeo.com/100150541 “Play to win, a ping pong battle”
http://vimeo.com/93290081 “The purgatory of monotony”
http://vimeo.com/76712114 “Escandalo: A cruise”
https://www.youtube.com/watch?v=pWr3p6Fra1Y “Noir”
http://vimeo.com/57361888 “Agi & Sam”
http://vimeo.com/97953725 “The Wall”
http://vimeo.com/104409610 “Leakage”