L’eleganza, insieme alla bellezza, è negli occhi di chi guarda.
Questo è il mio punto di vista, questo è il nostro punto di partenza.
Se il soggetto dell’osservazione è un eccelso pittore, allora, eleganza e bellezza sono destinate all’eternità.

«Boldini: lo spettacolo della modernità» è il titolo della nuova esposizione presso i Musei San Domenico di Forlì a cura di Francesca Dini e Ferdinando Mazzocca. Si tratta di un’esposizione destinata a battere tutti i record e tutti gli aggettivi superlativi: “la più grande su Boldini in Italia”, “il ritrattista italiano più prolifico a Parigi”, “il più sublime”, “il più parisien fra gli italiani che sbarcarono a Parigi”… La mostra si ripromette di smentire l’aggettivo “classico” che è stato ripetutamente e semplicemente attribuito a questo artista.

Perché non basta affermare: “C’est un classique!”.

Boldini fu l’artista che del suo genio creativo fece il suo tratto distintivo, la sua marca specifica e il fatto che divenne un “classico” fu solo una conseguenza, un punto di arrivo e non di partenza.

La mostra si sviluppa seguendo l’asse Ferrara-Parigi attraverso Firenze e verso New York.
Nato a Ferrara sul finire del 1842, Giovanni iniziò a dipingere seguendo il padre Antonio, pittore ritrattista e di quadri storici, e si formò alla scuola di Cosmè Tura e Francesco Del Cossa. A Firenze, conobbe, studiò ed elaborò l’arte dei Macchiaioli. A Londra iniziò, dal 1870, a farsi conoscere come ritrattista. A Parigi trovò il centro nevralgico e d’ispirazione massima per la sua arte e scoprì il soggetto per eccellenza della sua pittura: l’alta società frivola e raffinata. Nel 1897 partì in piroscafo per New York, e lì per la prima volta tenne la sua personale alla Galleria Wildenstein al 303 della Fifth Avenue.

Le 240 opere esposte ora a Forlì si collocano su tre piani espositivi in un ambiente estremamente elegante che enfatizza l’opera del maestro ferrarese-europeo-mondiale. È un locus amoenus che valorizza la capacità di Boldini di rendere moderni gli impianti compositivi classici e che viene a sua volta “trasformato”, così come il pittore riesce a fare con gli ambienti raffigurati nelle sue opere.

«Boldini è un uomo stupefacente. A volte taglia una pulce in quattro e un toro in due» affermava Degas.
Ma cos’è che rendeva Boldini tanto stupefacente? Quale dote magica gli permetteva tali prodezze?
La sua qualità fu la versatilità.
La sua pittura era sintesi di ogni sua sperimentazione estetica e tecnica, dall’eredità macchiaiola al naturalismo impressionista.
La sua pittura si evolse e divenne sua, originale e personale: una cifra stilistica assolutamente inconfondibile e per la quale oggi è ritenuto uno dei maggiori ritrattisti di tutti i tempi.

Non più solo “classic”, Boldini è “modern”.

In “Tre secoli di irascibili”, Cristina Beltrami aveva rintracciato nello stile della pennellata boldiniana un antecedente dell’Action Painting di Pollock: la «visita [a Parigi, nel 1867 per l’Esposizione universale] stravolge la [sua] carriera e i soggetti: egli passa da una produzione ancora d’impronta macchiaiola a vedute d’ariosità neosettecentesca in cui il segno si fa via via sempre più energico e sfuggente. Le pennellate del Boldini maturo non rispettano più i contorni del disegno e i soggetti sono inghiottiti dal vorticoso dinamismo del tratto».

Boldini utilizzò infatti il tocco vibrante, impetuoso, vorticoso e vorace di movimento ma lo dominò e lo portò sotto l’egida dell’eleganza, che lo “protesse” così dall’astrattismo (non ancora nato) ma lo condusse verso il Novecento, il Futurismo, le Avanguardie.

Giovanni Boldini, l’artista delle contraddizioni.
Little Italian per i londinesi, peintre italien per i francesi,“gnomo sgarbato” per ironia, fu il pittore simbolo della Belle Époque e, anche se criticato e definito “sgraziato”, seppe dimostrare l’estrema raffinatezza del suo occhio attraverso le dive e divine donne che dai suoi quadri presero vita.

L’arte di Boldini venne additata come “industria” più che “vera pittura”, data la mondanità dei suoi soggetti, dei suoi ambienti e delle sue donne, oltre che della sua vita. Viveva nel suo mondo charmant malgrado le sue umili origini e questo scatenò invidie: il suo essere di moda (oltre che alla moda) portava i ricchi e le ricche borghesi a desiderare ardentemente le sue opere e a ritrovare loro stessi nella sua arte.

Per Palazzeschi, Boldini non era né un pittore, né un creatore, né un poeta. Palazzeschi, nel confrontarlo con Toulouse Lautrec, “gnomo, nano, bohème di Montmartre”, affermava che l’arte dello “gnomo” ferrarese era facile e seduttiva quanto «appassionata, drammatica, angosciosa e talvolta tragica» era quella di Lautrec.
Per le sue dive, per i suoi dandies, per lo sfarzo che rappresentava formalmente in serie, per l’apparente furbizia e serialità della sua arte elegante, fu etichettato come “mondano”.

Ritengo però che questa definizione ingiusta e ingloriosa sia specchio di ciò che è stato un mezzo e un tramite per far conoscere la sua arte. Boldini era di moda, le sue opere ebbero così la massima diffusione possibile.

Boldini morì prima del 1931, anno del suo decesso anagrafico, “spazzato via dalle bombe della Grande Guerra”. L’oscurità coprì il suo nome per venti anni (dai Trenta ai Cinquanta) fino a che non risorse e ufficialmente tornò in vita nel 1963 con la mostra al Jaquemart-André di Parigi curata da Jean Louis Vaudoyer.

E a Forlì fino al 14 giugno Boldini torna finalmente e veramente in vita.

Boldini: lo spettacolo della modernità, Eloisa Reverie Vezzosi

Ad aprire la mostra, è l’aria di celebrazione e di festa: “Scena di festa al Moulin Rouge” (1889, Parigi, Musée d’Orsay). Boldini si posizionò in un angolo. Ritrasse di rosso, grigio, nero e bianco vibranti i volti degli uomini, dei clienti, del “bacco, tabacco e venere” e la pista da ballo da cui lui si trasse in disparte. Di fianco sono posti Degas e la Parigi che condividevano: “Ritratti dalla borsa” (1878-79, Parigi Musée d’Orsay). Il pittore francese cercava “la composizione che rispecchiasse il nostro tempo” e il personaggio intorno a cui tutto ruota è la figura del banchiere, del committente, del futuro collezionista.

Boldini: lo spettacolo della modernità, Eloisa Reverie Vezzosi

Già la prima sala mostra il mondo che accolse Boldini e a cui Boldini dedicò la sua arte.
Ad aprire la prima sezione, si incontrano gli autoritratti boldiniani e la biografia d’artista.

Boldini: lo spettacolo della modernità, Eloisa Reverie Vezzosi

Boldini ritrae Boldini in pose informali con sguardo spavaldo e un palpitante cromatismo di argenti. Tela, tavola, olio, gesso patinato, giallo ocra chiaro, pastello, matita su carta, anche questo è biografia. Studio, nudo di donna, natura morta, atelier, anche questo è biografia.

Boldini: lo spettacolo della modernità, Eloisa Reverie Vezzosi

I volti dei suoi disegni preparatori e dei suoi lavori sono i protagonisti del suo tempo: le sue modelle, che egli chiamava “divine”; i grandi uomini che la sua arte poté incontrare, come Giuseppe Verdi; i grandi attori, le belle dame. La Belle Époque che Boldini rappresenta viene posta in confronto con “il Bel Mondo alla rovescia” delle caricature e dell’ironia pungente di George Gourçat che mette in evidenza proprio i cambiamenti di quell’universo.

Boldini: lo spettacolo della modernità, Eloisa Reverie Vezzosi

Superata la parte di interazione digitale e varcata poi la soglia del secondo piano, ad aprire la nuova sezione è la pittura boldiniana sotto l’influenza macchiaiola: “La rivoluzione del ritratto”.

Boldini: lo spettacolo della modernità, Eloisa Reverie Vezzosi

Nel 1864 l’artista si stabilisce a Firenze ed è Michele Gordigiani ad aprirgli le porte dell’arte della città ospitandolo nel suo studio, invitandolo al Caffè Michelangelo e alla Villa dell’Ombrellino.

Boldini conosce così la “maggiore libertà” dei Macchiaioli, il loro avvicinamento al Naturalismo, al recupero del soggetto e delle sue fantasie e il loro allontanamento dalla fedeltà alla forma. In questo periodo, Boldini dipinge ritratti, studi e studiosi, piccoli quadri in cui gli ambienti sono rappresentati con estrema, vivace, dettagliata ma allo stesso tempo rapida eleganza. La novità dell’opera boldiniana è ben percepita, accolta e apprezzata da Signorini e Fattori.

Dagli interni di studi alla campagna pistoiese: questo il cambiamento di soggetti dato il passaggio da Firenze alla Falconiera in località Collegigliato, ospite dei nobili inglesi Falconer, e il passaggio dalla tela alle pareti della villa della sua committente e protettrice Isabella.

«Tutto indica in Boldini il paesista al pari del pittore di figure, l’animatore sincero, il colorista al pari del disegnatore nato», scriveva G. Dornand nel 1963 («Libération», 14 marzo).

Boldini: lo spettacolo della modernità, Eloisa Reverie Vezzosi

Marina a Castiglioncello”, “Riposo dei mondadori di grano”, “Pagliaia”, “Guardiano di capre” sono soggetti di vita e vite di soggetti di questa realtà rurale. La nuova tecnica che sperimentò e dominò, la tempera murale, gli permise pennellate rapide e sicure con le quali costruire spazi fatti di vastità, cieli imponenti e infiniti, personaggi locali ma universali. Altra città toscana importante per Boldini e la sua “formazione” macchiaiola fu Castiglioncello, dove visse tra stimoli, pitture e amici pittori. Rimeditò il “Carro e i buoi nella Maremma toscana” di Abbati, artista che nel 1865 Boldini aveva ritratto, e sfruttò la sua sensibilità per raffigurare soggetti armonici per colore e luce, pacati e devoti alla natura.

«Macchiaiolo autentico, e dei maggiori […]. Di lui è molto più conosciuta la produzione parigina, elegante, lusinghevole e mondana: ritratti […] condotti con un’esecuzione spedita, sciolta, di tocco e di bravura, che rivela abbondanza di doni nativi, ma troppo spesso devia verso una facilità di cattiva lega… [Invece] le sue pitture macchiaiole, e quelle dei primi anni di Parigi, hanno una sostanziosità della più genuina bellezza. Naturalmente, il suo spirito estroso, la sua briosissima frivolità ed eleganza si manifestano anche in quel periodo in mille modi; ma si concretano sempre in valori di pittura, e non si sperdono in divagazioni illustrative», così la Brizio (A.M. Brizio, Ottocento Novecento, Torino, 1944). 

Ad aprire la sezione su Parigi, la poesia del primo Boldini parigino.
L’artista giunse a Parigi nel 1871.
Troppo bella”, “troppo buona”, “troppo amabile” è per lui Parigi, scrive follemente innamorato della città.
Scopre la metropoli, trova la sua Età dell’oro.

Per Boldini, Parigi non è una fase di passaggio legata a un momento di formazione, come per altri pittori italiani, ma è un punto di arrivo verso il successo.
Parigi veniva affermando nuovi miti e il suo animo chic, nuove tipologie di individui, come il dandy, nuovi stili di vita e nuovi rituali sociali, come il teatro e il caffè, mutando così la sua immagine.

Sono anni di modernizzazione della città stessa. Sono i tempi di Haussmann e di Napoleone III. Parigi costruisce le sue nuove vene e centri nevralgici: les grands boulevards e le amplissime piazze, si affermerà come la capitale europea e impone la sua leadership e insieme alla sua eleganza. Parigi è la “Ville lumière” e lo dimostra con l’Esposizione Universale del 1889, e non solo per l’illuminazione elettrica ovunque diffusa.

Parigi è il suo spettacolo e il palco della modernità.

Boldini scopre e contemporaneamente dipinge: i caffè-concerto, i salotti musicali, cantanti, musicisti, ballerine; sperimenta nuove tecniche: il pastello, l’acquerello, l’incisione; col suo tocco vibrante e rapido rende gli spazi indefiniti, taglia l’aria col colore, raffigura la rapidità e l’energia nervosa della vita moderna. Tra uno “Strillone parigino” e una “Bimba sul divano col cane”, ritrova “Il bar delle Folies Bergère”. Deve infatti molto alla lezione di Degas, pure presente in mostra, e accanto “Alla scuola di ballo” boldiniana compare il suo “Arlecchino e Colombina”.

Boldini: lo spettacolo della modernità, Eloisa Reverie Vezzosi

La nuova poetica di Boldini nasce dalla sinergia artista – ambiente.

Sulla panchina al Bois”, “La lettera”, “Giovane signora che si specchia”: si parla così del “settecentismo” di Boldini: scorci di paesaggi moderni di Parigi o di Versailles in cui inserisce soggetti del XVIII secolo. Questo lasciava sconcertato anche Diego Martelli: «Boldini è un tale ammasso di lasciato e fatto, di falso e di vero, che bisogna prenderlo com’è e non si vuotare il capo a farci sopra delle teorie; né si può dire che quando siete davanti a un suo lavoro, possiate non guardarlo, egli vi affascina, vi corbella, vi mette sottosopra; sentite che quella faccenda che avete sotto gli occhi è una profanazione della vostra divinità ma pur tuttavia ci trovate gusto, lo gnomo vi inviluppa, vi sbalordisce, vi incanta, le vostre teorie se ne vanno ed egli ha vinto».

In questi quadri c’è verosimiglianza, non pretesa di verità. Boldini punta al gusto estetico, non alla precisa ricostruzione sociale e di costumi. 

Boldini non è l’artista bohémien ottocentesco ma è un personaggio in grado di pianificare e organizzare le sue scelte professionali e il suo futuro. Per questa sua sensibilità, riesce a essere l’interprete per eccellenza dell’ambiente in cui si trova: la Toscana positivistica degli anni Settanta, la Parigi mondana della Terza Repubblica, la società antropocentrica di fine Ottocento e inizio Novecento e il consolidante impero della moda e dell’aristocrazia.

«Troppo frettoloso per essere un Manet, troppo poco crudele per essere un Degas, troppo pittore per piombare nel conformismo di un La Gandara o nelle artificiosità di un Lazio; dei primi due Boldini possedeva però l’acume dei toni, la sottigliezza degli impasti, l’ardimento compositivo, il tratto penetrante, così acido che qualche volta si accosta a Lautrec» (P. Cabanne, “Arts”, 13 marzo 1963).

Boldini: lo spettacolo della modernità, Eloisa Reverie Vezzosi

Ad aprire la sezione del ritratto, ritroviamo Giuseppe Verdi in due versioni, due pose, ma sempre con lo stesso sguardo. Delle due varianti, Boldini rivela di preferire quella a olio, ovvero il ritratto senza cilindro, a grandezza naturale, mentre tradizionalmente è della versione a pastello su tela che tutti si ricordano e che tutti vedono pensando al Maestro Verdi.

Boldini: lo spettacolo della modernità, Eloisa Reverie Vezzosi

L’artista entra a far parte così dei “ritrattisti mondani”, è partecipe di «una sorta di esclusiva per le committenze à la page e mondanamente rappresentative», incontra personaggi importanti come l’arbiter elegantiarum Robert Montesquiou e John Singer Sargent (celebre lo scandalo legato al suo “Ritratto di Madame X” presentato al Salon del 1884) e, grazie alla vicinanza con la contessa de Rasty, costruisce la sua scalata al successo.

Il ritratto nasce dal mescolarsi di due identità, quella del pittore e quella del soggetto, come un “fluido” emanato dal pittore che catturava l’interlocutore dell’opera e lo rende eterno immortalandolo sulla tela: questo è il pensiero del conte Robert de Montesquiou, questa è l’arte di Boldini.

Boldini: lo spettacolo della modernità, Eloisa Reverie Vezzosi

I ritratti in mostra sono idealmente in dialogo con le opere di importanti italiani trasferitisi a Parigi: Modigliani e la sua “Madame Modot”, Vittorio Corcos e le sue “Istitutrici ai Campi Elisi”, Giuseppe De Nittis e il suo “Nudo di schiena”…

Boldini: lo spettacolo della modernità, Eloisa Reverie Vezzosi

I ritratti in mostra dialogano con gli antichi maestri: Francisco Goya e la sua “Tadea Arias de Enriquez”, Antoon Van Dyck e i suoi “I pittori Lucas e Cornelis de Wael” e “il cardinale Guido Bentivoglio”…

Boldini: lo spettacolo della modernità, Eloisa Reverie Vezzosi

Ho lasciato per ultimo il dulcis in fundo.
Dai ritratti di donna, alle donne.
La donna di Boldini si chiama Modernità.

Boldini: lo spettacolo della modernità, Eloisa Reverie Vezzosi

Dall’intimità (“La contessa de Rasty sul divano”) alle eteree icone (“Madame Charles Max”).
Nel 1889 Boldini vinse la medaglia d’oro all’Esposizione Universale di Parigi con il “Ritratto di Emiliana Concha de Ossa”, e ottenne così il pieno riconoscimento sulla scena artistica internazionale.

Le donne di Boldini sono dame, sono divinità.
Come fiori, le donne di Boldini sembrano rose di cui il pittore seppe coglie l’attimo e la bellezza prima del declino a causa dell’inevitabile caducità.

Boldini: lo spettacolo della modernità, Eloisa Reverie Vezzosi

La modernità di Boldini sta nella sua duplicità estetica che unisce la bellezza intangibile e la bellezza percettibile della moda e del gusto comuni. In questo egli rispecchia l’idea di bellezza per Baudelaire. Boldini ha dato consistenza alla bellezza sfuggevole facendola diventare eterna.

«La donna è senza dubbio una luce, uno sguardo, un invito alla felicità, e talvolta il suono di una parola; ma soprattutto è un’armonia generale, non solo nel gesto e nel movimento delle membra, ma anche nelle mussole, nei veli, negli ampi e cangianti nembi di stoffe in cui si avvolge, e che sono come gli attributi e il fondamento della sua divinità», scriveva Baudelaire nel 1863 (Le Peintre de la Vie Moderne 1863).

Boldini: lo spettacolo della modernità, Eloisa Reverie Vezzosi

Cléo de Mérode, la contessa de Leusse, Madame Veil Picard, Madame de Florian, Alice Regnault, Madame Marthe Régnier, La contessa Speranza, Donna Franca Florio, la principessa Eulalia di Spagna, la dama di Biarritz…: non le puoi osservare. Guardandole riesci solo a cogliere il loro mistico alone di bellezza. Provo con lo sguardo a seguire il gesto del braccio ma poi mi perdo nella stessa assenza di gesto, nella pennellata rapida che con veemente vivacità conclude la mano-non mano. Di tutta l’estrema raffinatezza di gioielli, abiti, acconciature e sorrisi, io ho amato l’eleganza del non finito, cifra assoluta della grandezza boldiniana.

Bisogna essere assolutamente moderni”, diceva Rimbaud.
Bisogna conoscere assolutamente Boldini.

 

#Boldinilospettacolodellamodernità #followtheartgirl

Boldini: lo spettacolo della modernità, Eloisa Reverie Vezzosi

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Boldini: lo spettacolo della modernità, Eloisa Reverie Vezzosi

Boldini: lo spettacolo della modernità, Ferdinando Mazzocca & Eloisa Reverie Vezzosi

Credits:
Dress: LES ÉCLAIRES
Special thanks to: Stefania Bertelli, Natasha Sleater
Make Up, Hair Style, Photo & Post Production: Barbara Conte 

AMOlinks:
http://www.mostrefondazioneforli.it
http://www.mostraboldiniforli.it
http://espresso.repubblica.it
http://www.arte.it/calendario-arte
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