Perché David Bailey?
Perché Bailey è l’artefice di una delle più grandi rivoluzioni del costume del nostro tempo: il fotografo diventa icona pop, acquista un nuovo status sociale a metà tra sogno e realtà, tra polvere di stelle e terremoti.

Il PAC, Padiglione d’Arte Contemporanea, ospiterà fino al 2 giugno “Stardust”, la retrospettiva su David Bailey, promossa e prodotta dal Comune di Milano insieme a Tod’s.
Oltre 300 immagini si susseguono in un percorso di stimoli e colpi di pistola per gli occhi, ideato dallo stesso fotografo in collaborazione con la National Portrait Gallery di Londra e con ICON Magazine.

Perché “Stardust”?
«Siamo legati insieme da dei fili: per un attimo siamo stelle, poi ritorniamo polvere».

Stardust, David Bailey, Pac Milano, Eloisa Reverie Vezzosi

Considerato da molti (se non da tutti) il bad boy della fotografia, imparò la sua arte da autodidatta: un self-made photographer, a me piace definirlo così.
«Ricordo ancora i bombardamenti, le lunghe ore trascorse nel rifugio. Non avevo aspettative, un ragazzo dislessico e con quel terribile accento dell’East End parte già svantaggiato, mi scambiavano per un immigrato. […] Anni difficili, bisognava avere la pelle dura per sopravvivere».

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Nato a Londra nel 1938, a 16 anni scopre Picasso e poi rimane folgorato dal lavoro di Henri Cartier Bresson.
«Tutti i miei compagni avevano le pin up appese al muro, io un Picasso del periodo africano».

Dal 1959 trova un impiego nello studio di John French, del Daily Mirror, e da lui apprende un nuovo modo di fare fotografia di moda basandosi sulla luce naturale e su linee essenziali.
L’affermazione professionale di Bailey coincide con l’inizio del decennio Pop.
Sulla linea dell’atteggiamento mondano tipico della Pop Art, infatti, l’arte di Bailey “esplode”, tanto per citare il titolo del film che Antonioni gli dedicò ma che l’artista mai riconobbe (“Blow Up”, 1966).
La celebrità del fotografo affamato di fama decolla negli anni ’60, contemporaneamente alla Swinging London, di cui diviene protagonista.

Amico di Mary Quant e di Mick Jagger, leader dei Rolling Stones e suo testimone di nozze per i matrimonio con Catherine Deneuve, Bailey incarna il clima di esaltante novità che Londra esprime non solo attraverso la moda. È la nuova realtà inglese nel pieno del suo mutamento dopo gli austeri anni del dopoguerra e intrisa dell’entusiasmo incontrollato che anima le giovani ribellioni. Protagonisti sono gli occhi sognanti attratti dal fascino del consumo, del mito americano, del rock and roll e di Hollywood. Guardali, vogliono solo divertirsi e trasgredire.

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In questa rivoluzione culturale, la sua fotografia diventa documento e monumento di un incredibile momento storico e dei suoi soggetti-protagonisti: scatti minimalisti, in bianco e nero, leggeri nei toni (in contrasto con i valori). Bailey rompe così con l’immagine tradizionale del fotografo di moda, diventa una celebrità investita da un’aura quasi divina.

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Da sconosciuto ragazzaccio dell’Est End, Bailey riesce ad imporsi nella cerchia esclusivissima dell’alta moda. Dopo il suo apprendistato da John French, la sua prima copertina per Vogue è del 1961 e arriverà anche a scattare 800 pagine in un anno per il giornale. Non gli era mai interessato il mondo della moda, per lui gli abiti erano “pezzi di stoffa”. Non gli era mai piaciuto l’atteggiamento Condé-Nast di celebrare i fotografi solo una volta morti. Aveva accettato con riluttanza e appena entrato aveva messo le cose in chiaro: voleva fare tutto assolutamente a modo suo, non si poteva discutere!
Il fashion sistem? «Tutta gente che se potesse ritoccherebbe anche Monna Lisa».

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«Tuttavia, quando qualcuno dice che io ho fotografato le celebrities degli anni ’60 si sbaglia. Io ho scattato i talenti che poi divennero famosi».

David è lo scopritore della “youth-quake” (terremoto giovanile – termine coniato nel 1963 da Diana Vreeland), aprifila di Twiggy, Penelope Tree, Verushka ed Edie Sedgwick, è padre di una fotografia fresca e minimalista che bada poco al tecnicismo e in cui l’importanza è data al soggetto, al capo indossato, alla spontaneità, alla giovinezza senza costrizioni, al messaggio della rivoluzione Pop. Il suo tempo è lo Zeitgeist della cultura moderna.

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Perché David Bailey?
Perché se crediamo che la fotografia non si debba limitare a registrare la moda ma abbia contribuito e contribuisca costantemente a istituirla, allora Bailey occupa di diritto il suo posto nella storia (e nella leggenda).
Insieme a Twiggy e alla minigonna, alle nuove forme di Jean Shrimpton, a “Lolita”, alle musiche degli “Stones”, alla rivoluzione sessuale, alla fotografia in cui ogni seduta era come un atto erotico, David Bailey parte da Londra alla scoperta del mondo, di nuovi mondi, mezzi e strumenti di diffusione.

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«Essere costantemente associati agli anni Sessanta per molte persone significa che tu stai ancora facendo fotografie in bianco e nero di John Lennon senza accorgersi di quante altre cose tu abbia fatto».

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Dopo Box of Pin Ups” del 1964, il suo primo libro di ritratti che raccoglie i 36 scatti in un bianco e nero dissacrante e un classico mezzo busto su sfondo bianco della mondanità inglese (compresi i fratelli Kray, due temibili criminali della malavita londinese), le immagini di Jack Nicholson, Penelope Tree e Catherine Deneuve cedono il passo ai reportage di guerra, alle carestie in Etiopia, alle crudeltà delle guerre tribali, alla recessione economica.

«Nel ’73 ho fotografato i cannibali nella Nuova Guinea. Mi hanno dato il loro OK ma non mi sono sentito molto a mio agio…».

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David Bailey è anche questo: musica (sue le copertine più belle degli album dei Rolling Stones e di Marianne Faithfull), documentari (tra cui “Beaton”, “Warhol”, “Visconti”), film (“GG Passion” del 1966 e “The Intruder”, il suo lungometraggio di debutto nel mondo cinematografico), premi e riconoscimenti (l’Order of the British Empire nel 2001), pubblicità, esposizioni e mostre nel mondo a lui dedicate, raccolte iconografiche (23 alla prima, tra cui, “David Bailey’s Rock and Roll Heroes”, “If We Shadows” e “Chasing Rainbows”).
Ma il mondo della moda non l’ha mai veramente abbandonato.

«Se sono soddisfatto della mia carriera e dell’impatto che le mie foto hanno avuto? No, non lo sono. Sono forse le persone soddisfatte delle cose? Mi suonerebbe assurdo».

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Quante vite ha vissuto David Bailey?
Odia il passato e lo capisci dal suo irrequieto occhio indagatore e dal suo sorriso beffardo.
Stardust” infatti procede per temi e non cronologicamente: dalla fashion photography agli still lives, fino alla fotografia di viaggio.
Sono capitoli di vita: moda, ritratti, East End di Londra, Democracy, Skills, Pin ups, Sudan, Revolution, foto con il cellulare e altri dispositivi.

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Sono immagini dell’India, dell’Australia, della Papua Nuova Guinea e del Sudan che si trovano a scontrarsi con le icone, i divi del Rock, il glamour delle “Pin-Up”, il sacro e il profano e i contrasti del mondo intero (dalla Regina Elisabetta a Cicciolina, da Nelson Mandela a Kate Moss, da Madre Teresa a Brigitte Bardot) in un continuum che qui non si ferma.

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Dopo aver salutato Vivienne Westwood, che appare trionfante come una moderna scultura, ed essersi inchinati di fronte alla leonina Kate Moss posta al centro della parete come una sorta di dea assoluta in attesa di venerazione, dopo aver rispettosamente sorriso ad Anna Piaggi, seguito i passi dei Beatles e la silenziosa voce di Patti Smith, mi imbatto nei maestri dell’arte, della fotografia e del design. Si trovano paradossalmente appesi a loro volta, tutti in modo estremamente preciso, geometrico, rispettoso.

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Da Dalì a Warhol, Bailey amava fotografare gli artisti, si trovava in una particolare sintonia con loro. Gli artisti pensano fuori dagli schemi, e difendono la loro libertà, l’unica legge a cui sentono di dover sottostare.
Warhol non era d’accordo che Bailey realizzasse il documentario per la BBC, ma disse che avrebbe accettato se Bailey fosse andato a letto con lui. Da quel momento in poi, le interviste si svolsero a letto. Così mi fermo di fronte alla foto di Warhol e Bailey a letto. Mentre Bailey scatta e con occhi spalancati fissa l’obiettivo, Warhol chiude lo sguardo.

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Superato Mick Jagger fattosi fiamma, trovo le muse, donne, amiche di David Bailey.
Dal sorriso di Diana Vreeland a Catherine Deneuve, Bailey amava fotografare la vitaUn’intera parete è dedicata a Catherine Bailey, alle sue pose da modella, ai suoi momenti da madre, all’intimità della nascita di un figlio, al legame di un cordone ombelicale, al bianco e nero dell’affetto. Sono ritratti di famiglia, sono sguardi di intesa.

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E poi incontro la nuova anima di Londra, della modernità; le foto d’artista con teschi come soggetti e con precarietà della vita come tema, la stessa che poco prima ho visto nascere; i corpi nudi e democraticamente diversi, le forme umane, i volti da straniero e gli indigeni che portano sulla loro pelle i colori di luoghi a me sconosciuti.

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Salgo le scale. Vedo gli scatti fatti col cellulare e scatto con lui. Bailey è favorevole all’avvento del digitale, è positivo ma allo stesso tempo negativo perché elimina la ricerca, la sorpresa, “l’incidente” che per l’artista è l’elemento fondamentale per creare una foto perfetta.
«La bellezza è forse promessa di felicità? La magia di una bella donna è un incidente. Proprio come la fotografia perfetta. Un incidente. […] Ma il concetto di bellezza è relativo. Pensiamo a Bernini all’“Estasi di Santa Teresa”. Una bellezza straordinaria, ma per me una scena di erotismo assoluto. L’espressione di una donna al culmine dell’orgasmo è quello che rappresenta l’essenza. Non ho mai visto un tramonto così bello».

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Dopo nuovi viaggi, nuovi divi del cinema come Michael Caine, Maryl Streep e Johnny Depp, trovo i collage, che uniscono le grandi icone e ritrovo la moda.
«La moda va fuori moda, la bellezza no. Guardiamo Caravaggio. Ciò che è bello non ha età. Moda non è un termine appropriato, non identifica necessariamente qualcosa di interessante. Per questo ho smesso di occuparmi di moda dagli anni Ottanta».

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La moda ama Bailey e, anche se lui non l’ha mai sopportata, sicuramente si è rivelata la fedele compagna della sua vita.

«Stare nella mia camera oscura è come trovarsi in una cella di isolamento, come essere ad Alcatraz [ma] questo è ciò che faccio e non posso cambiarlo; fotografare è come respirare».

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#STARDUST #followtheartgirl

Credits:
Total look: ES’Givien + shoes: Maison Margiela
photo: Sofia Anselmi

AMOlink:
www.pacmilano.it
www.tods.com
www.icon.panorama.it