Sono sempre stata affascinata dal significato delle parole, dalla radice che appartiene loro e che avvinghiata si stringe alla persona che ne è portatrice. Forse perché prima di tutto attaccata alla mia, forse perché semplicemente affascinata dal peso delle cose, dal dare la giusta misura e valore a ogni singolo pensiero o forse perché non ho mai creduto che le cose avvenissero per caso e che così fosse necessario dar sempre loro un nome.

Nomen Omen: Mono-Ha.

Fino al 19 settembre alla Fondazione Mudima di Milano sarà presente l’importante mostra curata da Achille Bonito Oliva e Masahiro Aoki e dedicata monograficamente al gruppo giapponese Mono-Ha.
«Si sono chiamati così per identificare quello che facevano e come lo facevano: Mono-Ha in italiano si traduce come “Scuola delle cose”, richiamando subito alla mente il “De Rerum Natura”», afferma Gino Di Maggio introducendo il collettivo di artisti.
Koji Enokura, Noriyuki Haraguchi, Susumu Koshimizu, Lee Ufan, Katsuhiko Narita, Nobuo Sekine, Kishio Suga, Jiro Takamatsu, Noboru Takayama e Katsuro Yoshida si sono uniti eterogeneamente in un gruppo, e non in un movimento, che condivideva azioni artistiche accomunate unicamente dalla volontà di riportare “le cose” il più possibile vicine alla loro origine. La nascita si identifica con l’opera di Nobuo Sekine, “Phase – Mother Earth”, datata ottobre 1968. La prima esposizione è del 1969; e i dieci artisti sono rimasti attivi fino alla decade successiva.

Il mio cuore è sempre stato bianco con al centro un punto rosso. Sin da quando a 11 anni ho visitato per la prima volta Tokyo, la magia del Giappone mi ha riempito lo spirito oltre che la mente. E vedere oggi che sulla “mia” terra italiana cercano acqua quelle radici della “mia” casa orientale è per me una grande emozione.

Mono-Ha, Fondazione Mudima, Eloisa Reverie Vezzosi

Nel secondo dopoguerra, il mondo dell’arte dov’era?
Il Giappone era la potenza sconfitta, umiliata, assassinata dai colpi di Hiroshima e Nagasaki, mortificata da occupazioni, preda di gravi conseguenze. Cosa poteva succedere in un Stato così indebolito? Accadde di tutto. Sou daroo? (Ma è davvero così?).

Mono-Ha è un gruppo di artisti ma tra loro non c’è mai stato niente di “monolitico”. Sarebbe troppo facile etichettarli come il corrispettivo giapponese dell’Arte Povera in Italia. Sarebbe troppo difficile definirli. Tra loro non c’è mai stato niente di “monolitico”. «Sembra ci sia un tacito accordo [tra di noi] – affermava Koshimizu – per cui siamo artisti che hanno a che fare con “materiali”. Ma non dobbiamo necessariamente concludere che i nostri mezzi di espressione debbano essere “materiali”».
Allora come poter parlare di loro se in Occidente ci hanno sempre raccontato che questi sono uniti dall’uso di “materiali” per sculture e installazioni come pietra, sabbia, corde, legno, cotone, vetro e metallo?

Mono-Ha, Fondazione Mudima, Eloisa Reverie Vezzosi

Per spiegare al meglio e sbloccare questa situazione, cito Achille Bonito Oliva. Il gruppo «inizialmente sembra prendere le distanze dalle cose ma poi le adotta per costruire un ordine formale che designa la nuova realtà seppure attraverso una contaminazione di essa».
Se all’arte si attribuisce una sua funzione specifica e all’opera una sua naturale esistenza, allora è ovvio riconoscere al lavoro d’artista una “cadenza fenomenologica” e una “temporalità” da cui dipende anche il suo ritrovato “ordine di bellezza”.

«L’arte non è mettere ordine nel mondo ma suggerire metodi di aggregazione capaci di sviluppare processi di conoscenza interna ed esterna, interiore ed esteriore. […] L’artista è colui che adotta una sorta di processo radioattivo per contaminare e adottare l’oggetto quotidiano, già di per sé avvelenato dalla sua appartenenza storica». Non si tratta di un gesto “salvifico” alla Duchamp, per continuare a citare Oliva, ma di un uso “trasversale” proprio solo dell’artista.

Mono-Ha, Fondazione Mudima, Eloisa Reverie Vezzosi

Ora che finalmente abbiamo ritrovato il nostro punto di partenza, vi presento gli artisti e le loro opere a Milano.
Se in precedenza i movimenti artistici giapponesi erano prevalentemente “orizzontali”, i movimenti d’avanguardia si orientarono verso una ricerca attenta e un attivo senso di profondità. Divennero “verticali”, volti a trovare l’originalità e la risposta alle domande esistenziali dell’arte stessa. Grazie a Mono-Ha gli artisti spostarono la loro attenzione sulla percezione e sulla singolarità delle esperienze in relazione al mondo esterno e ai rapporti con gli altri. Ma ancora una volta mi fermo e ri-parto dall’inizio.

Una volta varcata la soglia, è come perdersi in una danza di elementi.

Mono-Ha, Fondazione Mudima, Eloisa Reverie Vezzosi

Sekine è per me pietra.
«Un tempo le opere erano uno specchio in cui si riflettevano i principi e gli ideali dell’artista. Questo è ora qualcosa fuori questione. Il creatore non deve mettere in primo piano il suo messaggio, ma iniziare vedendo le cose senza preconcetti»In mostra è presente una versione in marmo bianco di “Mother Eart – Phase of Nothingness”: pietra, una buca cilindrica accanto a un cilindro di roccia. Rappresenta in candida miniatura la monumentale opera di Land art che l’artista realizzò in occasione della prima mostra di Mono-Ha, composta da una fossa privata di terra e riempita d’aria, luce e cielo e accompagnata da un cilindro di terra.
La sua “Phase of Nothingness – Cloth and Stone” è una pietra che cade nel vuoto tenendosi al peso della tela. Non cade, sorretta dal peso stesso dell’opera d’arte? Dalle forze contrarie alla gravità? Ma è tanto necessario stabilirlo?
«Le cose ricevono dei nomi, come “una tazza di vetro” e così via. Dobbiamo rimuovere da esse i concetti, nomi e altri accessori, lasciando solo ciò che realmente sono. Soltanto così potremmo vedere quello che non abbiamo visto, illuminare quanto esiste nella sua stessa esistenza».
In un momento, con una sola sentenza ha annullato l’affermazione iniziale del mio articolo, o almeno apparentemente. Vorrei controbattere, ma non posso. In questo momento mi trovo anch’io a “scuola”, a “Scuola delle cose” e le cose, si sa, sono di caso neutro. Io comunque non sono neutrale. Mantengo la mia convinzione, declino res, rei e proseguo decisa. Res, rei è femminile ma il niente e il tutto, tra i quali oscilla il significato di “cosa” non hanno un caso specifico, dipendono dall’interpretazione del singolo e solo allora acquistano valore pieno o vuoto a piacimento del soggetto.

Mono-Ha, Fondazione Mudima, Eloisa Reverie Vezzosi

Lee Ufan è per me corda.
Sekine era arrivato alla “somma zero” dimostrando che le sue opere di terra non sottraevano densità né volume alla Terra stessa. A Ulfan era stato insegnato che agli uomini sembra che le cose vengano create e distrutte ma che in realtà, a livello cosmico, non esistono diminuzioni o aumenti. Così la sua arte era nata come veicolo e guida delle nostre percezioni con la fondazione di “Aspects of New Japanese Art”: assi di abete verticali che cingono una colonna e sono legati insieme da una corda.

Mono-Ha, Fondazione Mudima, Eloisa Reverie Vezzosi

Katsuro Yoshida è per me cotone e luce.
Si parte dalla sua fase “Cut-off”, dimentichi per volontà d’artista dei suoi lavori precedenti. Prendeva oggetti comuni e cercava di “spazzare via la polvere” accumulatasi sulle cose. Era attratto dalla luce, così la sua luce mi ha attratta.
Era interessato alla tattilità del cotone, così il suo cotone ha colpito i miei sensi.
Usava anche il vetro e così tra canvas e cavi elettrici ho visto la sua arte in trasparenza.
Monumentale è il suo “Cut-off (Hang)”: una corda pende dal soffitto e con un contrappeso alla rovescia non sorregge ma cattura un’asse di legno e una pietra ovale. O forse ci inganna? Qui non si tratta più si semplice percezione visiva.

Mono-Ha, Fondazione Mudima, Eloisa Reverie Vezzosi

Susumu Koshimizu è per me equilibrio.
Seguendo una “linea perpendicolare” trovo il significato che Koshimizu dava ai fondamentali di “Paper”: «Ho avvolto una grande pietra in un enorme sacco di carta e così ho iniziato a esplorare il mio scetticismo verso i concetti precostituiti di carta. E lo stesso vale per le pietre». Partendo dalla pietra e dalla carta, usò i materiali come dimostrazione della propria esistenza. Se le azioni degli uomini non possono essere altro che una continua catena di pensiero e azione, pensiero e azione, pensiero e azione fino alla morte allora perché non reagire e vivere con energia? L’“Iron plate” è una lastra d’acciaio divisa in due parti, appare affilata come una lama di coltello e mi si presenta davanti come contrasto al dubbio. “From Surface to Surface” mi si pone come contrapposizione alla negatività del circolo vizioso poco sopra descritto che rappresenterebbe la vita degli uomini. Sono superfici di legno posti su una superficie-muro e tutto appare immobile nella sua percepibile precarietà. D’altronde così appare anche la superficie del volto degli uomini.

Mono-Ha, Fondazione Mudima, Eloisa Reverie Vezzosi

Katsuhiko Narita è per me legna.
«Carbonizzare il legno è esattamente come usare tele e pennelli, l’unica differenza è che è uno stile espressionistico». Narita voleva mostrare il mondo “esattamente com’è” e porre un freno alla soggettività dell’artista, e voleva farlo ridefinendo lo spazio espositivo. Nel Giardino della Fondazione infatti mi sono protesa verso una ri-fondazione del luogo.
Rientro dentro, salgo le scale, una foresta mi aspetta: è l’arte che brucia. “Sumi” e i suoi tronchi in successione non ordinata mi circondano e io muovo i miei primi passi lasciandomi avvolgere.

Mono-Ha, Fondazione Mudima, Eloisa Reverie Vezzosi

Noboru Takayama è per me catrame.
Torno al principio. All’ingresso mi accolgono le traversine ferroviarie che l’artista aveva preso in una miniera di carbone e che, grazie a lui, godono di nuova vita. Sono opere in legno e catrame che rappresentano una costante osmosi tra interno ed esterno, dell’opera e del mondo. Il catrame trasuda e rende apparentemente logoro un materiale tanto familiare alla storia giapponese: era elemento di costruzione delle linee ferroviarie, erano “pilastri umani”, erano opere commemorative delle anime della storia moderna del Paese. Le traversine sono spesso poste dall’artista a formare delle scale: condurranno forse verso un Ade?

Mono-Ha, Fondazione Mudima, Eloisa Reverie Vezzosi

Giungo alla fine. Scendo all’ultimo piano. Arrivo all’ultima sala. Mi trovo in una prigione non dorata. Si tratta del “Underground Zoo”. L’opera esercita su di me un impatto devastante e lo subisco senza possibilità di fuga. I tasselli sono omogenei, a grandezza d’uomo e gettano luce, catrame e ombre sulla nostra società. L’obiettivo dell’artista era di modernizzare il materiale, parlare al mondo e ai suoi intrinseci rapporti umani spesso corrotti. Ho sentito tutto, anche il tema stesso dell’opera “essere umano e confini”. Siamo davvero così labili?

Mono-Ha, Fondazione Mudima, Eloisa Reverie Vezzosi

Jiro Takamatsu è per me ombra.
A volte non è la luce a riscaldare. In una stanza buia, compare uno spiraglio rettangolare fatto di bianca luminosità. “Light and Shadow”, giorno e notte, inizio e fine, per molti potrebbe essere considerato il punto di partenza. Io lo ritengo perfetto per lasciare aperto un metafisico interrogativo. 

Mono-Ha, Fondazione Mudima, Eloisa Reverie Vezzosi

Mono-Ha, Fondazione Mudima, Eloisa Reverie Vezzosi

Mono-Ha, Fondazione Mudima, Eloisa Reverie Vezzosi

Mono-Ha, Fondazione Mudima, Eloisa Reverie Vezzosi

Mono-Ha, Fondazione Mudima, Eloisa Reverie Vezzosi

Mono-Ha, Fondazione Mudima, Eloisa Reverie Vezzosi

Mono-Ha, Fondazione Mudima, Eloisa Reverie Vezzosi

#MONOHA #followtheartgirl

Credits:
Special thanks to Fabio Quaranta
photo: Chiara Antille

AMOlink:
Fondazione Mudima