Spesso mi chiedono in base a quali criteri io scelga le mostre di cui decido di parlare.
Come – rispondo io – sono solita scegliere le opere e rapportarmi a esse: in modo sensibile”. Ho sempre creduto in un rapporto patetico con l’opera d’arte.
Con Emilio Vedova, poi, ho sempre avuto una relazione molto particolare, un intimo legame indissolubile che mi tiene stretta al suo continuum…

Il mio primo incontro con Vedova è avvenuto quando avevo tre anni, ed è stato illuminante. A quell’età risale il mio primo ricordo di un trasporto emotivo nei confronti di un’opera che sentivo non limitarsi alla fisicità della pittura ma esplodere nell’aria e animarmi l’animo.
«Le mie opere non sono creazioni, ma terremoti. Non sono pitture, ma soffi».
Così, quando ho letto dell’esposizione della Fondazione Vedova, non ho potuto né voluto resistere.

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La Fondazione Emilio e Annabianca Vedova presenta, fino al 18 ottobre 2015, “Frammenti Expo ’67: Alexander Calder e Emilio Vedova”: due esposizioni, a cura di Germano Celant e con l’allestimento di Italo Rota, in cui sono presenti i contributi dei due artisti all’Expo del 1967 di Montréal, intitolato “Man and His World” in onore di “Terre des Hommes” di Antoine de Saint-Exupéry.

Vedova a Venezia, Venezia ha Vedova.
Vedova incarna il ‘900 e l’anti-Novecento, le lotte, la guerra e l’anti-guerra.
Si faceva chiamare “Barabba” nella Guerra di liberazione. L’8 settembre del 1943, durante la Resistenza romana, fu ferito ma non sconfitto.
Nel 1946 Vedova è tra i firmatari del manifesto “Oltre Guernica”. Rappresenta il “Fronte Nuovo delle Arti” perché sarà lui stesso a fondarlo col nome di “Nuova Secessione Artistica Italiana”, pubblicando il manifesto redatto da Marchiori assieme a Renato Birolli, Ennio Morlotti, Armando Pizzinato, Giuseppe Santomaso, Alberto Viani, Bruno Cassinari, Renato Guttuso, Leoncillo e Carlo Levi.
Vedova è Informale materico.
Nella dimensione dell’arte, Vedova rappresenta Venezia e ne simboleggia un monumento, un’icona tanto quanto San Marco.
Vedova è universale, nelle Esposizioni/Expo e nelle sue opere-monumenti.
Vedova è teatro. Nel 1961 realizza al teatro La Fenice le scenografie e i costumi per “Intolleranza ‘60” di Luigi Nono, con il quale collabora anche nel 1984 per “Prometeo”.
Vedova è d’oro, come il Leone alla carriera ricevuto nel 1997.
Vedova scompare nel 2006. Vedova è ricordo.
Vedova è vivo e non solo a Venezia. Vedova non è mai morto. 

Nel 2009 La Fondazione Emilio e Annabianca Vedova apre al pubblico due fondamentali spazi: uno dei nove Magazzini del Sale e lo Studio.
Il primo venne temporaneamente usato dal maestro come laboratorio tra la fine degli anni ’60 e i primi anni ’70, il secondo invece è lo Studio di Vedova a Dorsoduro 51, l’ultimo grande atelier dove ha lavorato a partire dalla prima metà degli anni Settanta.
Non chiamateli musei.

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Vicino allo Studio, il Magazzino è il luogo sacro dove sono le opere stesse a decidere di rivelarsi allo spettatore. Non chiamatelo semplicemente museo, parlate piuttosto di “contenitore in movimento” nato dalle conversazioni sognanti negli anni ’80 dell’artista con l’amico Renzo Piano, a cui l’architetto (affiancato da Alessandro Traldi e Massimo Milan) ha dato successivamente vita. La lunga navata trecentesca intatta ospita la pedana, leggermente inclinata, e l‘enorme e sofisticata macchina leonardesca che custodisce le opere, ispirata al sistema di funi e carrucole che Vedova usava per spostare i suoi quadri. Secondo un ritmo costante, il marchingegno preleva con i suoi bracci mobili le gigantesche tele dall’archivio. Queste percorrono la navata ondeggiando, fino a che non raggiungono il loro posto prestabilito e restano sospese in aria a differenti altezze. L’arte di Vedova si rivela allo spettatore incredulo e immobile come un’opera teatrale. Gli attori sono i quadri e il mito della quarta parete è infranto, permettendo al visitatore di avvicinarsi all’artista il più possibile e stando attento a rispettare lo spazio vitale dei suoi movimenti. Le opere sono gravi, anche se appaiono leggere e leggiadre, sicure nei loro spostamenti, vive e vivide sulla scena. Oscillano ma solo per trovare il loro spazio nel mondo di colore e materia del maestro Vedova.

Fondazione Vedova, Vedova e Calder, Eloisa Reverie Vezzosi

Prima di arrivare al “teatro” del Sale, mi piace rinominarlo così, è giusto fare un passo indietro, fermarsi e scoprire i “Trois disques” di Alexander Calder.
Perché a Venezia c’è anche Calder. Figlio d’arte, non nacque artista. Si laureò in ingegneria nel 1919, fu contabile, rappresentante, assicuratore, mozzo; poi scoprì il suo amore per la scultura e il fil di ferro dopo aver seguito per due settimane come disegnatore per la «National Police Gazette» i circhi Ringling Brothers e Barnum & Bailey, e abbracciò totalmente l’astrattismo dopo essere rimasto “scioccato” dallo studio parigino di Piet Mondrian. Famoso per l’invenzione dei mobiles, termine coniato da Duchamp per indicare le sue bilance armoniche cangianti formate da elementi sospesi e astratti che rispondono alle correnti d’aria, alla luce, all’umidità e al pubblico; celebre anche per i suoi stabiles, opere stazionarie astratte, così soprannominate da Jean Arp, è universalmente riconosciuto come uno dei geni che cambiò l’arte moderna.

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«Alexander Calder ha liberato l’uomo moderno dalla paura della macchina come motivo di inaridimento spirituale, offrendogli del suo mondo meccanico una pura espressione poetica da guardare con incantati occhi di fanciullo» (Palma Bucarelli).

Mi avvicino in punta di piedi alle sue delicatissime opere in fil di ferro e vernice. Sono “ombre danzanti” frutto di un abile “scultore del tempo”. Sono “movimenti” e “motivi” (data l’etimologia del loro nome) mobili in alto, stabili in basso: «Così è la Torrer Eiffel. Calder è come lei», sosteneva Jacques Prévert.

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Le poisson de huit heures” sembra un pesce volante che fluttua sulla mia testa e che, consapevole che io non posso raggiungerlo, si prende gioco di me. È il primo e il solo degli esseri che incontro provenienti dalla “natura artificiale” creata dall’artista «perché gli uomini “artificiali” s’illudano di vivere in un ambiente naturale e conforme. Alla sua facile saggezza non manca una nota d’arguzia: a un mondo preso dalla frenesia del darsi da fare fa pacatamente l’elogio del moto che non serve, non ha direzione né scopo, è soltanto divertimento e giuoco» (Giulio Carlo Argan).

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Tutto intorno a me resta invece immobile: “Monsieur Loyal”, “Trois pics”, “Trois disques”, “Six Planes Escarpé”, “Four Planes Escarpé”, “Ixe”, “Untitled”.
Le maquettes testimoniano il processo creativo di Calder. Per i suoi stabiles l’artista procedeva costruendo modelli di piccole dimensioni, che passavano a una scala media (intermediate maquettes) per arrivare infine all’opera definitiva in grandi dimensioni.
«Un oggetto di Calder è come il mare. È come un motivo di jazz, unico ed effimero, come il cielo, come l’alba; se vi è sfuggito, vi è sfuggito per sempre» (Jean-Paul Sartre).
Unica azione è il video in loop della London Film Unit of International Nickel Co. di New York che racconta la creazione di uno “Stabile”, mentre sull’opposto muro bianco gli scatti di Ugo Mulas immortalano l’uomo da più di novanta chili osserva vigile le sue leggerissime opere. E così i “Trois disques” dell’Expo del ’67 mi salutano indicandomi la strada della seconda esposizione.

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Per una strada/singola/ombra mi trovo davanti alla rivisitazione dell’installazione del maestro Vedova “Percorso/Plurimo/Luce” del ’67 a Montréal.
Fu invitato dal Ministero degli Esteri a occupare i 3 corpi del Padiglione Italiano, 51×24 metri con altezze variabili tra 8 e 16. L’artista impiegò 18 mesi, 14 proiettori, 112 lastrine. Sulla musica elettronica di Marino Zuccheri, dello Studio Fonologia RAI di Milano, scorrevano a ritmo i vetri creati direttamente con tecniche molteplici (fusione, incisioni, collage, taglio…) nelle Fornaci Venini di Murano: ogni proiettore era dotato di una particolare struttura circolare che conteneva 8 lastrine e ruotava cambiando immagine in una programmazione di movimenti asincroni. Nella parte centrale l’artista installò un grande elemento asimmetrico in alluminio specchiante come fulcro dinamico e cuore pulsante di proiezioni e impulsi visivi.
L’idea nacque dopo i progetti per La Fenice e ammirando le vetrate di Venezia. Vedova era Venezia.

«Il Plurimo: porta che si apre, che apre molte possibilità di visione… spazio dinamico. Il fatto è che certe cose ti arrivano tuo malgrado, certe situazioni di coinvolgimento, certi appuntamenti… come quello con la luce: a un certo punto ho avuto bisogno di luce, sono stato divorato di luce e ho fatto quelle lastre/vetro di pura materia luminosa esposte all’Expo di Montréal nel ‘67. Oggi c’è questa storia qui dei tondi e dei dischi. Da dove è venuta? Potrei dire dalla cupola di Santa Maria della Salute… ma ciò che l’occhio registra è sempre qualcosa di povero e di incerto, ho dovuto allora indagare tra le carte segrete, in certi miei scarabocchi automatici di scuola e di chissà dove…».

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Luce/ombra, informale/forma, segno/spazio, attualità/memoria, finito/infinito… Mi lascio travolgere dal modello di opera. L’idea vedoviana è totalizzante e tanta è l’eco di colori, luci e suoni che nemmeno per un momento mi sfiora il pensiero che le dimensioni dell’immenso schermo sono ridotte a 1/3 dell’originale. Io a Montreal non c’ero e se ci fossi stata avrei sognavo.

Supero la prima sala e mi trovo davanti a un “Fronte Nuovo”.

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Sono le 17.00: l’orario perfetto.
10.40 / 11.35 / 12.30 / 14.30 / 15.25 / 16.20 / 17.15 : questi i tempi in cui le 10 navette semoventi trasportano, fuori dall’archivio che le contiene, le 30 opere secondo un preciso ordine di rotazione e solo 6 alla volta .
Ore 17.01: le “Americhedi Vedova sono immobili. Vedo appesi davanti ai miei occhi sei immensi bianco e neri, vicinissimi ma allo stesso tempo irraggiungibili nella loro monumentalità. Sono 206×202 cm (circa) e tutti appartenenti alla serie “De America” 1976, idropittura su carta e pastello su carta intelata, a volte carboncino, a volte pittura alla nitro.
Ore 17.05: la vibrazione pittorica, il non-colore, le linee decise, le forme astratte preludio di “Dischi” e “In continuum…” cominciano a muoversi.
Ciascun braccio meccanico riporta al suo posto l’opera che fino a pochi minuti prima era rimasta ferma. Sto attenta a lasciar loro il palco, a non intromettermi in questo momento meta-teatrale che appare l’intimo gesto di cura di una macchina verso l’opera umana.

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Ore 17.15: “si va in scena”.
Altre 6 nuove tele hanno deciso di mostrarsi. Non sono infatti io che mi dirigo verso di loro ma è la magia, l’alchimia del maestro che si manifesta davanti ai miei occhi. Sono io a essere spettatrice immobile.
17.17: guardo impotente la teoria di quadri procedere accanto a me. Si materializza così il “mistero profano” del maestro Vedova.
«La tela è uno strano partner. Tu ci batti addosso e dentro e tutta questa saga di scritture diventa un fatto organico, pulsante. È da cinquant’anni che io inseguo la vertigine di un rapporto totale con l’opera, la passione di sentirmi addosso tutta la peste, le stanchezze, lo sforzo di un’azione portata sempre ai limiti».

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Appaiono delicate ma immense fino a che il rumore metallico delle braccia meccaniche non tace e anche le opere si fermano. Restano immobili dinanzi a me e io non posso che provare un senso di estrema piccolezza. Mi sento scomparire davanti all’infinito vedoviano.
Non alveo”, ”Supporti Transitori 2”, “Supporti Transitori 3”, ”Da Dove” (1983-4) e “Di Umano” mi circondano. Si alternano, volto-retro. Hanno deciso di mostrarsi a me e io mi sento onorata. La rivoluzione riconosciuta all’opera architettonica sta proprio in questo: è il soggetto artistico che decide di mettersi in mostra, non lo spettatore che sceglie quale oggetto vedere. In questo gioco delle parti, ho scavalcato la quarta parete, ormai frantumata, sono andata oltre la cornice e al di là del vetro protettivo. Posso sentire la tela, respira. Respira il viola, respira il verde, respira il giallo… E il blu? Quando i movimenti meccanici si tacciono, si accende un coro di colori vivaci. La materia è sempre in movimento anche nella calma apparente. Non sono lavori d’artista ma prolungamenti dell’artista stesso. «Vorrei spezzarmi, lacerarmi nel suo riflesso. Abitare sempre al di là, oltre la pura superficie. La materia rappresenta questa immissione in uno spazio “altro”, è l’entrata nel paesaggio del “non dove”».

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Ore 17.55: “Il museo sta per chiudere!”. Sento la voce umana ma faccio finta di niente. Le fedelissime tele sono pronte a essere riunite. La puntualissima macchina aspetta il secondo preciso per riportarle a casa. Non fanno le preziose, come d’altronde sono, semplicemente sanno bene che è giusto concedersi con parsimonia al bramoso occhio esterno.
Ore 18.00: «C’è un vero termine, un momento della compiutezza? Senti solo che non puoi più andare oltre, che devi staccare… Ma subito ti arrivano questi angeli maledetti che ti dicono che tutto sommato è stato un altro giorno sbagliato» (Emilio Vedova).

Fondazione Vedova, Vedova e Calder, Eloisa Reverie Vezzosi

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 #VedovaeCalder #followtheartgirl

Credits:
Special thanks: Miryaki, Maria Licci
Photo: Caterina De Zottis

AMOlink:
fondazionevedova.org
fondazionevedova.org/frammentiEXPO
www.calder.org