Non c’è bellezza e diletto senza proporzione”, scriveva San Bonaventura nel suo “Itinerarium mentis in Deum”, affermando che «tutte le cose [che] sono belle in qualche modo dilettevoli», poiché frutto di costruzioni numeriche e matematiche. La proporzione, come ci insegna Luca Pacioli, è “divina”, basata su un’“elementare” formula oggi conosciuta come “sezione aurea”, secondo la quale una quantità qualsiasi può essere divisa in due parti diseguali, così che la minore stia alla maggiore come questa sta alla quantità intera. Tale operazione produce infiniti “effetti”, ma per “per la salute dell’anima, l’elenco va terminato” e nel suo “De divina proportione” ne considera solo tredici come i convitati presenti all’Ultima Cena.

PROPORTIO” è il titolo dell’esposizione organizzata dalla Fondazione Axel e May Vervoordt e dalla Fondazione Musei Civici di Venezia che, fino al 22 novembre, occuperà le eleganti sale di una delle più celebri case museo veneziane, Palazzo Fortuny. Curata da Axel Vervoordt e Daniela Ferretti, l’esposizione esplora l’onnipresenza delle proporzioni universali nell’arte, nella scienza, nella musica e nell’architettura, con l’obbiettivo di riavviare un dialogo contemporaneo attraverso lo sguardo di artisti, scienziati, architetti, filosofi (e non solo). Per conoscere il futuro bisogna dominare il passato.

PROPORTIO” presenta opere espressamente commissionate ad artisti del calibro di Marina Abramović, Massimo Bartolini, Michael Borremans, Maurizio Donzelli, Riccardo De Marchi, Arthur Duff, Anish Kapoor e Izhar Patkin, che saranno esposte accanto a lavori di Carl André, Berlinde De Bruyckere, Luciano Fabro, Alberto Giacometti, Ellsworth Kelly, Sol Lewitt, Agnes Martin, Fausto Melotti, Mario Merz, Ad Ryman e Bill Viola, fino a reperti egiziani, dipinti di maestri olandesi, un ritratto femminile di Botticelli e una scultura monumentale di Antonio Canova.

PROPORTIO, Eloisa Reverie Vezzosi, Palazzo Fortuny

Viviamo in un mondo di esteti. Il minimo comune denominatore delle nostre vite, delle nostre arti ed educazioni è la bellezza. La cerchiamo ossessivamente anche se non ne siamo sempre consapevoli. Non esiste un’unica percezione del bello, che si ferma alla dimensione esteriore; ce n’è infatti un’altra nella scala dell’invisibile. Tendiamo tutti alla perfezione, riconosciuta come “condizione di ciò che è condotto a termine, portato a compimento” e “qualità di ciò che è eccellente, esente da difetti”: ciò che vive in equilibrio assoluto, in un’aurea proporzione.

È necessario rinunciare a un’immagine onnicomprensiva e cercare una chiave di lettura dei fenomeni che punti agli aspetti universali, prima fra tutte la musica, filo conduttore e tematica dell’esposizione.
«L’idea che la musica sia un mezzo per penetrare nei meandri dell’universo – scrive Giulio D’Alessio nel catalogo della mostra – è probabilmente nata con l’uomo stesso. Molti miti della creazione, infatti, descrivono una vibrazione sonora all’origine del mondo e del creato. […] Per Pitagora, inventore della teoria musicale, il mondo è stato tratto dal caos attraverso il suono».

Abbiamo bisogno di basi, formule e definizioni per trovare la radice di questo enigmatico problema d’armonia, numeri e parole per «tenere aperti i grandi tracciati che conducono dal visibile all’invisibile» (Mireille Capell).

PROPORTIO, Eloisa Reverie Vezzosi, Palazzo Fortuny

Data la proporzone (a-x):x=x:a, ne conseguono tredici effetti.

«Un ponte gettato / Tempo misurato / Tempo segmentato / Stella due stelle intrecciate il quadrato / Una verità oltre la verità / Tempio di Andros / Essere percipiente / Vetta del reale Vetta dell’irreale / Racine / De Musica Sant’Agostino / Sogni / Le lunule / 440 / Capi di forza / l’orchidea e il tulipano hanno la stessa forza? Origine / Per quale via fiorisce l’anima?» (“Un ponte gettato”, Mireille Capelle).

Nell’effetto primo si afferma che, diviso il segmento secondo la “proporzione”, se alla parte maggiore si aggiunge la metà dell’intero segmento, il quadrato di tale somma è quintuplo rispetto al quadrato della suddetta metà: (s+a/2)² =5(a/2)².
Entro nella Sala Gondola, scorgo cinque immensi padiglioni architettonici di Axel Vervoordt, Tatsuro Miki e Jorgen Hempel. Sono giganteschi spazi vuoti, realizzati con materiali organici (canapa, unita a calce viva e acqua) secondo le “sacre” dimensioni. Ogni edificio ha una sua area ben precisa. Li attraverso seguendo il ritmo di entrata-uscita e per ogni porta ritrovo la luce.
Ai lati scorgo fotografie come fossero finestre nelle cattedrali medievali europee immortalate da Markus Brunetti, nate per allenare l’occhio del visitatore al dettaglio e a non cedere all’abitudine di una fruizione rapida impostaci dalla società. «Fotografare significa comprendere la polvere che ci separa dalla cosa che si guarda: è solitamente quello, il colore della polvere dell’aria a colorare tutto il resto» (“Aiming at the Dust”, Vincenzo Castella).

PROPORTIO, Eloisa Reverie Vezzosi, Palazzo Fortuny

Mi addentro alla ricerca del “Kairos”, video digitale e registrazione del suono delle stelle a opera di Susan Kleinberg: «È uno sguardo che sconfina oltre il vuoto, oltre il limite, e osserva i moti che attraversano l’infinitamente piccolo e l’infinitamente grande. Un continuum li trattiene nella materia…». E insieme alla dea “Ishtar” resto da questi ammaliata anche io.

PROPORTIO, Eloisa Reverie Vezzosi, Palazzo Fortuny

Il secondo effetto è il “converso” del primo.
Definita la luce come “elemento immateriale”, interagisco con l’opera per eccellenza costruita per renderla visibile: lo “Zikurat” di Heinz Mack. L’acciaio inossidabile, lavorato dal fondatore di ZERO, ruota sorretto dalla sua pedana e, con un gioco di riflessi, si espande senza confini. «Non si tratta di una rappresentazione illusoria della natura: ha una propria e concreta essenza». Così l’“Elogio de la luz XX” di Eduardo Chilida è il “converso” di quest’ultima opera. Luce e aria catturate in un pesante volume di rude alabastro lucidato: è la porta del cosmo e «la scultura […] è incorporazione di luoghi».

PROPORTIO, Eloisa Reverie Vezzosi, Palazzo Fortuny

Il terzo effetto presenta una formula analoga a quella del primo: (a-s/2)² = 5(s/2)² .
La stanza è uno spazio unico, un’opera singola. Malgrado questa non sia di enormi dimensioni come la prima, ma piuttosto fatta a misura d’uomo e delle sue vanità, mi sento infinitamente piccola, quasi schiacciata da simbologie e riflessi. “Space of Signs Selfie Studio” di Shuji Mukai è un’installazione site specific nella quale l’artista ha interamente coperto una stanza della sua sigla e di innumerevoli specchi. Nata dalla musica e dallo studio di come i visitatori vivono gli spazi artistici nell’era dell’autorappresentazione e degli onnipresenti social media, l’opera include spazio fisico, spazio virtuale, aria e presenza d’artista.

PROPORTIO, Eloisa Reverie Vezzosi, Palazzo Fortuny

Il quarto effetto ripropone la sezione aurea con un procedimento iterativo che non ha mai termine.
Salgo le scale. Davanti alla prima sala c’è un guerriero di barre di acciaio dolce. “Grill” è una scultura non rifinita di Antony Gormley ma basta a dimostrare come il corpo sia “il primo rifugio” e “la prima forma di architettura”. Questa volge lo sguardo all’opera di Anselm Kiefer in cui è dipinto il cosmo in costante costruzione, demolizione, ricostruzione.

PROPORTIO, Eloisa Reverie Vezzosi, Palazzo Fortuny

Nel quinto effetto si considera il fatto che sommando il quadrato della parte minore del segmento col segmento intero si ottiene il “triplo del quadrato della maggior parte”: (a-s)²+a² = 3s².
Oppure che «una linea ha una direzione, un punto di origine e una fine. Una linea è anche un’entità discreta che esiste contemporaneamente nel suo insieme» (Fred Sandback). Mi trovo imprigionata in una districata tela di ragno, circondata dalle 16 linee rosse e verticali dell’opera “Untilted (Sculptural study, sixteen-part vertical construction)” dello scultore americano. Seguendo un principio euclideo, Sandback posiziona gli elementi secondo una spaziatura progressiva di 1, 3, 9, 27 e gli spazi vuoti diventano parte integrante dell’opera. A differenza di Gormley, egli ritiene che la scultura possa superare i confini oggettivi e provocare infiniti rapporti spaziali.

PROPORTIO, Eloisa Reverie Vezzosi, Palazzo Fortuny

Raccolgo allora l’“invito” alla presenza di Anish Kapoor. Non esiste “assenza”. Ascolto in silenzio il linguaggio della sua opera: oltre qualsiasi limite mi immergo in “Gathering clouds”. Resto soggiogata dalla bellezza che incanta, dalle superfici oscure e apparentemente vuote: vetri e pigmenti mi circondano, abbracciano, riflettono. «Il vuoto non è silenzioso. Ho sempre pensato che sia uno spazio di passaggio, uno spazio intermedio, che è strettamente legato alla dimensione temporale», afferma l’arista e così mi sposto verso un’opera che occupa uno spazio fisico di 93,5 x 58,5 x 58 cm: il “Cubo” di Alberto Giacometti. Il lavoro di Kapoor è senza confini e idealmente eterno, quello di Giacometti è assolutamente individuale: un diamante grezzo di bronzo fa le veci di un corpo umano stilizzato. Tra il Cubismo, la “Melancolia I” di Dürer e la mitologia egizia, tra il pensiero dell’aldilà e la dedica al padre, tendo la mano verso gli echi: scopro l’autoritratto d’artista e mi specchio nel suo pensiero.

PROPORTIO, Eloisa Reverie Vezzosi, Palazzo Fortuny

Il sesto effetto rileva l’irrazionalità dei rapporti AB/AH ed AH/HB sempre interpretati in un’ottica divina.
Una ballerina di spalle muove il suo corpo lateralmente in un rettangolo di spazio. Ha la schiena ricurva e non mostra mai il volto: il suo dorso diventa veicolo di espressività. Thais” di Henri Foucault sembra danzare nel suo esercizio di tensione muscolare che sfiora il punto di rottura senza mai raggiungerlo.

PROPORTIO, Eloisa Reverie Vezzosi, Palazzo Fortuny

“Romeu” di Berlinde De Bruyckere giace immobile. «È dai primi anni Novanta che lavoro sull’anatomia umana. Ho iniziato coi corpi femminili nascosti sotto le coperte di cui erano visibili solo i piedi; in seguito mi sono dedicata all’assemblaggio di più elementi, letterariamente cucendo insieme diverse parti anatomiche. […] È un soggetto che conosco molto bene e che, come metafora dell’umanità, mi consente di affrontare tematiche universali».

Dalla terra, mi sporgo e tendo verso il cielo cercando di salire e superare la parete che mi si pone davanti. Non sono più immobile.
Anche l’installazione di 2089 fogli A4 con stampe, colore e chiodi di Marta Dell’Angelo indaga la stessa tematica: il corpo femminile. E lo fa attraverso lo studio dei linguaggi, servendosi di numerose tecniche artistiche, arrivando fino alle neuroscienze e all’antropologia. Se resto troppo vicina alla superficie dell’opera, non riesco bene a distinguere le figure che mi si pongono davanti. Basta allontanarsi poco ed ecco le “Cariatidi”. Sembra un baccanale, un rito, una celebrazione. L’unico elemento “leggero” resta il supporto fisico che le accoglie: sono “scolpite” su carta e lì resteranno sfidando il tempo.

PROPORTIO, Eloisa Reverie Vezzosi, Palazzo Fortuny

«Uso il mio corpo come uno strumento per creare opere d’arte. Proprio come un pittore usa il pennello o uno scultore lo scalpello. Niente di più, niente di meno. Il corpo è un micro-universo e ci sono così tante cose da scoprire. Il rapporto che ho col mio corpo cambia costantemente. Bisogna trovarsi in una condizione per cui si è certi della propria capacità di creare questo spazio carismatico». Riecheggiano le parole di Marina Abramović davanti al suo “Golden Mask”. Il volto è immobile, le sfoglie d’oro che lo ricoprono sembrano respirare. Resto ipnotizzata. È la donna che mostra la sua anima attraverso gli occhi; e anche la video-performance di Bill Viola sembra avere lo stesso obbiettivo. In “Man with his Soul” il soggetto (Papa Sergio) è presente contemporaneamente in due luoghi diversi all’interno dello spazio. La seconda immagine sfocata, indice di «questa idea di ubiquità che è andata completamente persa oggi».

Gli effetti settimo e ottavo considerano l’esagono e il decagono inscritti nel medesimo cerchio: il segmento ottenuto sommando i due rispettivi lati, ha come sezione aurea il lato dell’esagono.
Direttamente proporzionale è il rapporto tra le opere in mostra e quelle della collazione permanente nelle sale ricche di storia. È un dialogo, ed esserne spettatori è cosa meravigliosa. Simbolo di proporzione e di “Proportio” è “Red, Yellow, Blue III” di Ellsworth Kelly. Appare subito sull’estremo lato sinistro della sala principale quando, salite le scale, mi accingo a entrare. Sono tre quadrati all’interno di un unico quadrato, dipinti nei colori primari del rosso, giallo e blu. Impossibile distogliere lo sguardo. «La forma del mio dipinto è il contenuto. […] Quest’opera è stata fatta per esistere per sempre nel presente; è un’idea che in futuro può essere replicata in qualsiasi momento».

PROPORTIO, Eloisa Reverie Vezzosi, Palazzo Fortuny

Mi siedo dando le spalle ai colori e mi ritrovo circondata dai due Capricci” architettonici del XVII secolo di Niccolò e Viviano Codazzi. L’uno rappresenta un’ampia piazza col campanile sullo sfondo, e l’altro il momento successivo alla guarigione del paralitico di Cafarnao da parte di Gesù. Capriccio è la rappresentazione architettonica in prospettiva con tanto di figure e soggetti che preservano il genere da una pura definizione documentaristica. L’apparente realismo infatti dona credibilità all’invenzione dell’artista.

Mi alzo e procedo attraversando il piano nobile.
Il “Piano Fortuny” è centralmente occupato da un lungo supporto in legno su cui si trovano importanti modelli architettonici, come quelli di Le Corbusier, Erwin Heerich, Ilya ed Emilia Kabakov e Richard Meier. Ma la mostra continua su ogni superficie della sala, soffitto compreso. Sulla parete di sinistra appare il linguaggio astratto di Victor Vasarely. “Erebus et Terreur” è una coppia di composizioni che in realtà sembra un’unica opera: la prima è nera su sfondo bianco, la seconda bianca su sfondo nero; la prima contiene forme quadrate, la seconda cerchi. È un acrilico su pannello ma per un attimo ho quasi l’impressione che esca dal quadro. D’altronde, secondo l’autore, l’unico vero creatore dell’opera resta lo spettatore. E se la mia percezione è “cinetica”, allora esiste il movimento.
Continuo a girare spinta da questa forza e scorgo il disegno di donna dematerializzata di Amedeo Modigliani (“Portrait de femme à la veste”); la proporzione di Alighiero e Boetti secondo cui un kilim sta a un tappeto come un disegno sta a un quadro; il “Volto” androgino e classico di Fausto Melotti, l’olio su tavola di Lucio Saffaro che raffigura un poliedro leonardesco; la rappresentazione visiva in bronzo di un accordo musicale in “Manifold” di Conrad Shawcross; i quasicristalli a cui si ispira “Aperiodic Asymmetry” di Samantha Homes; il microcosmo senza titolo che pende dal soffitto di Tomás Saraceno

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Gira e rigira – cosmicamente” (Aldo Grazzi) fino a che fermo gli occhi da questo vortice di stimoli e colgo in lontananza “Raio” di Michaël Borremans: un cavallo di immense dimensioni, tanto realistico nei dettagli, quanto artificiale nella messa in scena. La sua fisicità domina non solo la tela ma l’intera parete, dato il fondale spoglio da cui riesce a emergere.

Il nono effetto supera tutti gli altri per importanza. Esso riguarda il pentagono regolare e le sue diagonali:«… E per questo tale effecto possiamo per la notitia del lato pervenire alla notitia di tutte le sue corde e di tutte le lor parti. E così per lo adverso».
Seguendo la mano di Chopin in marmo bianco, scopro gli studi sul corpo umano e sui solidi presenti nella grandiosa biblioteca ideale del Palazzo.
Vitruvio, Dürer, Alberti, Serlio, Palladio e gli altri parlano in modo ordinato ascoltandosi a vicenda e ribattendo l’un l’altro. Costruiscono teorie collettive affermando le proprie, sotto l’attento sguardo femminile. Il “Ritratto di donna” di Sandro Botticelli del 1485 mi indica la strada verso una piccola sala laterale. È un profilo molto semplice che permette alla bellezza della dama di esprimersi al meglio. Le dimensioni dello sfondo blu corrispondono alla sezione aurea, l’abito nero rimanda al lato nero del pannello: ecco la proporzione estetica 1:1,33.
«Sono persuaso che la perfezione di forma e bellezza è racchiusa nella somma di tutti gli uomini» (Dürer).

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Il decimo effetto riconosce come tutte le proprietà della divina proporzione siano indipendenti dalla lunghezza del segmento dato; e allora, oltre al consueto segmento lungo “10”, ne viene considerato un altro lungo “12”.
«Non esiste un lavoro inattivo. Una parte di lavoro visibile può dipendere da una parte di lavoro intellettuale come due parti di lavoro evidente possono dipendere da una parte di lavoro intellettuale. […] La migliore materia per l’opera d’arte è quella che richiede più lavoro. Per esempio, 10 unità di materia, che può contenere non 10 ma 100 unità di un lavoro, che contiene di per sé, per 10 unità d’espressione, 100 unità di creazione, rappresenta il colmo della perfezione nella realizzazione della trasmissione evidente dell’opera d’arte». Padre di queste riflessioni è Mariano Fortuny. Il suo laboratorio con i suoi dipinti originali di modelli teatrali, si sposa perfettamente con l’opera di Anne-Karin Furunes e la scultura di Marisa Merz.

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Nell’undicesimo effetto si verifica con i numeri che il lato del decagono regolare è la sezione aurea di quello dell’esagono regolare inscritto nel medesimo cerchio: ciò equivale ad affermare che il lato del decagono regolare è la parte aurea del raggio del cerchio in cui è inscritto.
Percepisco una presenza e da un monitor nero scorgo un volto indefinito. Ad aprirmi la strada è infatti un fantasma che in sé riassume 120 mila volti al secondo. È “Syncretic faceness” di Kurt Ralske: video che porta alla luce il lavoro di scannerizzazione di un software di 24 milioni di immagini di antiche sculture egizie. Professiamo l’unicità dei nostri volti, ma tutti siamo tra noi simili secondo le nostre proporzioni essenziali.

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E dopo un altro essere umano fatto di altri essere umani, scopro un nuovo mondo attraverso trasparenze e sfumature. In “Hare Apprent” i corpi sfocati interagiscono con lo spazio circostante diventando loro stessi artefici di una storia che prende vita su molteplici veli e non su una singola tela. «Lo spazio pittorico – afferma l’artista Izhar Patkin – è una modalità che la società, un pittore, noi tutti adottiamo per ritirarci, una modalità che rispecchia la nostra percezione del mondo…».

Uscita da un vortice di crisi di identità, mi sento sotto pressione. In precario equilibrio come l’“Atlante” di Francesco Jodice, osservo dal basso l’opera di Koen Vanmechelen: una struttura di acciaio inossidabile che contiene, dentro una teca di vetro, delle uova di vetro apparentemente simili ma in realtà diverse. “Under pressure” è un artistico studio sull’origine della vita, come sembrano voler indicare le forme ovali? E il contenitore protegge o espone? La perfezione e bellezza di ogni singolo “essere” emerge o schiaccia l’altro?
Proseguo senza trovare risposta.

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Il dodicesimo effetto tratta della relazione tra il diametro (a) di una sfera, la sua sezione aurea (s), e gli spigoli del cubo e dell’icosaedro inscritti in tale sfera : [a²+s²] : [a²+(a-s)²].
Se già il “Paride” di Canova era in candido gesso bianco, il secondo piano di Palazzo Fortuny risulta una bianca dedica. E così incontro la perfezione «che va cercata tra le righe» di Agnes Martin e della sua tela quadrata raffigurante una “Rose” dal poco pigmento; la “perfetta immobilità” dei “52” poligoni di Massimo Bartolini; il π greco fattosi stampa su carta nel “The transcendental II” di Ryoji Ikeda; il tempo che trasforma la materia in memoria nel “Senza titolo” in resine acriliche e cemento di Nino Longobardi. E mi perdo devota in un lungo rito di celebrazione, come insegna la “White Ceremony” di Norio Imai.

Cos’è allora la divina proporzione chiedo a Franco Guerzoni davanti alla sua opera di bianche sovrapposizioni? «Cosa potrebbe cambiare il ritrovamento della “Battaglia di Anghiari” di Leonardo dietro l’affresco del Vasari? […] Il desiderio di una forma perfetta appartiene al mito e la Proporzione si configura come archetipo alle spalle di qualsiasi costruzione; l’ideologia del divino, e di spazio che non consente dubbi, si mostra a noi in tutta la sua certezza offerta dal desiderio. È dunque un fantasma che dal remoto ci accarezza giudicando i nostri movimenti».

Nel tredicesimo effetto Pacioli evidenzia che non si può costruire il dodecaedro regolare senza saper disegnare le sue facce pentagonali e nel pentagono interviene la divina proporzione.
All’ultimo piano c’è il padiglione wabi, dedicato all’indagine sull’armonia dell’universo. Vedo l’ultima installazione: mi siedo, indosso le cuffie e ascolto. Trovo il cielo notturno. È “Ten thousand stars” il regalo di Marina Abramović che sa di infinito. Quali sono le proporzioni che regolano l’universo? E qual è il posto che l’uomo occupa in questa armonia?

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#Proportio #followtheartgirl

Credits:
Special thanks to Vivetta, Spazio 38
Photo: Caterina De Zottis cdz.photography.com

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fortuny.visitmuve/proportio